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Lira, 16 Marzo 2008. Domenica delle Palme
Carissimi,
speravo proprio di farvi gli auguri di Pasqua con la notizia della firma finale del trattato di pace fra i ribelli dell' Esercito di Resistenza del Signore (Lord's Resistance Army, LRA) e il governo dell'Uganda, a conclusione di una guerriglia durata oltre vent'anni, con migliaia di morti. Di fatto, doveva essere firmata alla fine di febbraio. Ma all'ultimo minuto, non se n'è fatto nulla. Tutto rimandato alla fine di questo mese…. Purtroppo le ultimissime notizie sulle mosse di Kony, il capo dei ribelli, fanno temere il peggio. Qui siamo quindi col cuore e fiato sospeso, sperando ad oltranza . Da anni in Uganda alla fine di ogni messa recitiamo un “Padre nostro” per il dono della pace . Di fronte al rischio che le trattative falliscano all'ultimo momento, il Venerdì Santo, Sabato e la domenica di Pasqua sono stati dichiarati giorni di preghiera per il dono della pace. Vi chiedo di unirvi a noi, pregando con fede. Abbiamo bisogno di pace!
Prima di continuare e condividere con voi alcune riflessioni che mi stanno a cuore, permettete che risponda a quanti si lamentano che nelle mie lettere racconto un sacco di cose ma parlo poco di me, di cosa faccio, ecc. In realtà, a me pare di parlare anche troppo di me stesso. Comunque, eccovi alcuni accenni.
Cosa faccio? Faccio il vescovo , il che comprende – tra tanti – anche l'impegno di visitare le comunità cristiane delle parrocchie, celebrando il sacramento della cresima. Spesso, l'esercizio di questo ministero, è accompagnato da dettagli abbastanza curiosi.
Due mesi fa, il primo giorno della mia visita nella parrocchia di Alanyi, ho fatto 1.093 cresime! Un esercizio ginnastico prolungato e … non proprio ideale per il mio braccio e la mia spalla. Ma è il segno visibile ed efficace con cui Dio ha scelto di comunicare il dono dello Spirito, il Signore che dà la vita, ad oltre un migliaio dei suoi figli. A proposito di figli e di vita, sempre ad Alanyi, in quello stesso giorno, nel dispensario della parrocchia sei mamme hanno dato alla luce sei bambini, tutti maschi. Tutti regolarmente chiamati Giuseppe!
Al termine della mia visita pastorale alla parrocchia di Amolatar invece, durante la festa e riunione finale, il pastore protestante della zona ha chiesto la parola ed ha annunciato a tutti che, d'accordo con sua moglie, in attesa di partorire nel giro di pochi giorni, aveva deciso di chiamare il bambino Joseph Franzelli. Proprio così: non semplicemente Joseph, ma Joseph Franzelli. Pensavo scherzasse, ma quando mi sono reso conto che parlava sul serio mi sono affrettato a spiegare che non era proprio il caso. Niente da fare. Sempre in pubblico, mi sono sentito dire: “Caro vescovo, sta' tranquillo e non ti preoccupare. Tra i Lango, se qualcuno si impegna molto e si dà da fare per la gente, è di buon auspicio chiamare un figlio con il suo nome. Questo non è un problema tuo. Lascia fare a noi”. E così, oltre al sottoscritto, vescovo cattolico, mezzo acciaccato e avanti con gli anni (fra un mese saranno 66!), c'è ora in giro un altro Joseph Franzelli, un bimbo tutto nero, figlio di un pastore protestante, che inizia il suo cammino ed al quale auguro davvero una vita lunga e felice. Il buon Dio lo protegga!
Aldilà di questi aspetti curiosi, imbarazzanti o simpatici a seconda dei punti di vista, il mio ministero e servizio di pastore mi riserva però, più spesso di quanto non vorrei, situazioni e problemi di fronte a cui sperimento la mia impotenza ad essere concretamente di aiuto. Succede nell'incontro con tanti, troppi ragazzi e ragazze che chiedono aiuto perché non hanno soldi per pagare le tasse scolastiche: arriva sempre un momento in cui – esaurite le risorse provenienti dalle vostre offerte, devo dire di no, frantumando le loro speranze per un futuro migliore. Il senso di impotenza e quasi frustrazione diventa ancor più grande di fronte a situazioni e problemi sociali che si trascinano irrisolti da tempo e poi scoppiano improvvisamente. Come il recente sciopero all'ospedale governativo di Lira. Dopo aver aspettato inutilmente per sei mesi l'aumento promesso dal governo e distribuito ad altri dispensari ma non all'ospedale cittadino, medici e personale infermieristico hanno incrociato le braccia. Risultato: pazienti abbandonati a se stessi nei vari reparti. Chi poteva se ne è andato. I più deboli sono rimasti. Una decina sono morti, senza alcuna assistenza. E' successo che due cadaveri sono rimasti abbandonai nel loro letto per un paio di giorni, in mezzo agli altri pazienti… Di fronte a certi fatti e situazioni, talvolta mi domando: ma è davvero possibile fare qualcosa?
Semi di speranza
“Io…. speriamo che me la cavo!” Ricordo con simpatia il titolo di un libro di parecchi anni fa, che raccoglieva i temi degli alunni di una scuola elementare i quali, sia pure con strafalcioni di grammatica, esprimevano con vivacità le loro idee ed esperienze. In mezzo a tanti problemi e situazioni umanamente al limite dell'impossibile, vorrei ripetere anch'io e condividere con voi la mia fiducia: “Io… spero che ce la caviamo!” Non solo io, naturalmente, ma la mia gente, l'Uganda, e tutti voi. Lo spero, ci prego e ne sono sicuro. Perché? Aprendo gli occhi ed il cuore, scopro attorno a me numerosi motivi e semi di speranza. Ne condivido alcuni.
Dalla fine di Febbraio abbiamo già avuto alcuni buoni temporali. Ormai la stagione delle piogge è vicina. La gente sta preparando i campi per la semina, pronta ad affidare alla terra la speranza di un buon raccolto.
Per questo, l'intervento di distribuzione delle sementi di riso, granoturco, fagioli e sesamo nelle zone alluvionate, reso possibile dalla generosità di quanti hanno risposto al mio appello, si sta dimostrando provvidenziale. Una vera iniezione di speranza per migliaia di persone.
Provvidenziale è anche il sostegno di un'associazione di Torino, che si è impegnata a fornire due buoi ed un aratro a vari gruppi in due zone della diocesi. In questo modo, assieme alla possibilità di coltivare la terra dopo il loro ritorno dai campi profughi, la mia gente ritrova la dignità di poter lavorare e la speranza di riuscire a mantenere la propria famiglia.
La campagna quaresimale dell'arcidiocesi di Firenze fa ben sperare che fra non molto, con la collaborazione tecnica degli amici di Cooperazione e Sviluppo, potremo finalmente scavare una serie di pozzi e fornire acqua potabile ai nostri dispensari e maternità. In alcuni di essi, il coordinamento dei servizi sanitari cattolici in Uganda è riuscito in questi giorni ad installare un paio di pannelli solari per assicurare luce alle sale parto ed energia ai piccoli frigoriferi per la conservazione dei vaccini.
Nel campo dell'educazione, sono in corso le trattative con l'università cattolica “Martiri d'Uganda” di Nkozi per aprire un “campus” o sede universitaria distaccata qui a Lira. Ci vorrà tempo, ma siamo sulla buona strada. Per quanto riguarda la pastorale, è iniziata la costruzione del primo edificio del centro diocesano giovanile , mentre aspettiamo l'autorizzazione di cominciare il centro per ritiri ed incontri per l'apostolato delle famiglie . Per il 40mo anniversario della diocesi di Lira, eretta nel 1968, stiamo rilanciando in varie parrocchie il piano pastorale della formazione di Piccole Comunità Cristiane , o comunità di base, nella speranza che contribuiscano a fare della nostra Chiesa una vera “famiglia di Dio” in cui i vari membri si conoscono, si aiutano, pregano insieme e cercano di affrontare insieme i problemi della comunità. E' un cammino ancora lungo, un lavoro di anni… ma io ci spero. Come continuo a pregare e sperare che, nonostante gli ultimi ostacoli, gli accordi parziali delle trattative di pace , possano ancora essere coronati dal successo finale.
Non sono così ingenuo da chiudere gli occhi sui problemi ancora aperti e apparentemente insormontabili. So benissimo che la loro lista può essere più lunga e nutrita dei segni positivi che ho appena elencato. Ma mi sembra sbagliato ignorare il bicchiere pieno a metà, guardando solo alla metà ancora vuota…
Di fatto, il cammino della nostra vita, anche quando ci conduce attraverso momenti bui, a situazioni di sofferenza, è cosparso di piccoli fatti e segni che insisto nel chiamare “semi di speranza” . Sono dappertutto, nella natura, come la pioggia, nella società, come le trattative di pace, nella nostra vita personale e nel nostro cammino di chiesa, come la Pasqua che stiamo per celebrare.
La morte e risurrezione di Gesù, la Pasqua vera che auguro buona e felice a tutti voi, è di fatto la più grande sorgente di una speranza che supera qualsiasi timore, paura e problema, compreso l'ostacolo apparentemente insormontabile della morte. Il buon seme di Cristo , che accetta di morire per amore, produce per tutti coloro che si uniscono a Lui il frutto di una vita nuova, abbondante, che travalica la morte. Una resurrezione che non ha bisogno di attendere l'aldilà ma comincia ad esprimersi oggi in segni di vita nuova, di amore, fraternità, pace e giustizia nella nostra vita di ogni giorno.
E' questa la Speranza che ci salva, come ci ha ricordato il Papa nella sua ultima enciclica. Cristo Risorto e presente nella mia vita e in quella di ognuno di voi è la fonte inesauribile della speranza che è in noi e di cui dobbiamo dare testimonianza a chi, attorno a noi, in famiglia, sul lavoro, nella nostra società, in Uganda come in Italia, è scoraggiato, sofferente o addirittura “morto dentro”, senza speranza. E' questa la missione del cristiano nel mondo. Accogliere e vivere in prima persona la Speranza , che ci invita uscire dai sepolcri delle nostre sconfitte e delusioni, con il coraggio “ordinario” ma sempre nuovo di continuare ogni giorno a sperare e seminare… Fiduciosi che la forza del seme, l'Amore che ha risuscitato Gesù e che ci viene donato sarà capace di vincere e portare frutti … La speranza, come la pace, è un dono da chiedere nella preghiera. Chiediamolo insieme: io per voi, voi per me e per l'Uganda, per tutto il mondo.
Da Lira, in questa imminente stagione delle piogge, tempo di speranza, BUONA PASQUA a tutti!
Vostro, p. Giuseppe
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Lira, 22 Dicembre 2007
Carissimi,
GRAZIE!
Prima ancora di farvi gli auguri per Natale, sento di dovere ringraziarvi di cuore per la pronta e generosa risposta alla mia richiesta di aiuto per le vittime dell'inondazione che ha colpito alcuni mesi fa parte della diocesi di Lira. A nome della mia gente, a tutti e ciascuno, GRAZIE! Grazie per la preghiera con cui tantissimi hanno voluto essere vicini a migliaia di fratelli ugandesi. Sono sicuro che è innanzitutto per questo che il Signore non ci ha fatto mancare la speranza ed il coraggio di affrontare una situazione davvero pesante. Molti di voi hanno inviato denaro: dai 10 o 20 Euro di chi fa fatica a tirare avanti, alle somme più importanti che rappresentano la solidarietà ed il sacrificio di persone o gruppi che hanno voluto dare una mano a chi ha perso casa o raccolto, e spesso tutti e due.
La vostra generosità ci ha permesso di agire in due momenti e modi diversi: un primo intervento di emergenza, con l'invio e distribuzione di autocarri carichi di fagioli, farina, coperte ed altri generi di prima necessità; ed un secondo intervento tuttora in atto, che mira ad affrontare un'ulteriore prevedibile emergenza nei prossimi mesi. Stiamo infatti comprando e immagazzinando tonnellate di derrate alimentari, da distribuire quando – esauriti gli aiuti di emergenza e le eventuali scorte che alcuni erano riusciti a salvare – molta gente di Aliwang, Aloi ed Alanyi si troverà probabilmente di fronte allo spettro della carestia… Speriamo così, grazie al vostro aiuto, di riuscire a superare questo momento di grande difficoltà. La vostra solidarietà ha permesso e permetterà quindi a migliaia di persone di continuare a vivere e sperare in tempi migliori. A nome loro e mio personale, di nuovo grazie di cuore a tutti ed a ciascuno di voi. Dio, Padre di tutti, vi ricompensi e benedica!
Ora però, per essere del tutto franco con voi, devo aggiungere che dieci giorni fa una tromba d'aria ha scoperchiato il tetto di alcuni edifici della ex - Scuola per Insegnanti di Ngetta, che stiamo cercando di trasformare in un Collegio o “Campus” collegato all'università cattolica dei Martiri d‘Uganda. Due sacerdoti sono rimasti senza tetto, gli zinchi di copertura sono stati scaraventati a decine di metri di distanza ed alcuni sono ancora pericolosamente in cima agli alberi, a 15 metri di altezza. I danni ammontano a qualche centinaia di milioni: una “sorpresa” di cui, umanamente parlando, non avevo proprio bisogno! Pregate quindi il Signore che mi aiuti a far fronte anche a quest'ultima prova…
AUGURI!
Eccomi finalmente al secondo motivo di questa lettera: augurarvi di tutto cuore un Santo Natale ed un Felice Anno Nuovo! Vi sto scrivendo nella notte fra il 22 e il 23 Dicembre. Sono piuttosto stanco e mi perdonerete se, come magari vi aspettereste da un vescovo, non mi sento in grado di lanciarmi in profonde riflessioni sul significato del mistero che celebreremo fra due giorni. Natale qui per me, quest'anno, è qualcosa, anzi Qualcuno che illumina, dà speranza e significato a ciò che mi è dato di vivere ogni giorno. La risposta di Dio al bisogno e alle domande mie e delle persone con cui sono chiamato a vivere. Ma è, al tempo stesso, Qualcuno che non cessa di mettermi in discussione e pormi delle domande per evitare che mi addormenti e prenda tutto per scontato.
Natale , quello vero, che auguro anche a tutti voi, è l'annuncio ed il dono di pace, libertà, gioia e pienezza di vita che Dio ci ha donato e continua a regalarci attraverso un bambino – suo figlio – di nome Gesù. E' in Lui che non solo il prossimo anno 2008, ma tutta la nostra vita può essere davvero nuova e felice! Permettetemi allora di condividere con voi alcuni fatti e domande.
Pace. Il mese scorso, una delegazione dei ribelli del Lord's Resistance Army (LRA) è venuta a Lira ad incontrare la gente e discutere le modalità per la ripresa delle trattative di pace. Ho passato alcuni giorni con loro. A Barlonyo, dove i ribelli hanno massacrato oltre 380 civili, sono stato davvero “evangelizzato” dai superstiti di quella tragedia i quali, assieme ad altre persone rapite o mutilate dallo LRA, hanno pubblicamente perdonato i responsabili di tutte queste atrocità. Hanno solo chiesto il ritorno dei figli rapiti e tuttora vivi, e soprattutto, la pace. Il problema resta la sincerità e volontà di pace del capo dei ribelli, Kony, che proprio in quei giorni ha ammazzato il suo vice, Otti, favorevole alle trattative col governo. Da anni, in Uganda, alla fine della messa, noi recitiamo ogni giorno un “Padre Nostro” per la pace. Unitevi a noi, chiedendo per l'Uganda e per tutto il mondo il dono della pace, annunziata a Natale.
Libertà . In queste ultime settimane sono stato in prigione . In visita pastorale, naturalmente . A Loro, i carcerati scontano la sentenza lavorando in una grande fattoria. Nella prigione centrale di Lira, invece, la maggior parte dei carcerati, alcune centinaia, sono in attesa di giudizio. In vari casi, purtroppo, passano non solo mesi ma addirittura anni prima che il tribunale giudichi il caso ed emetta la sentenza. Per cui ci sono innocenti privati ingiustamente della loro libertà, famiglia, lavoro e diritti… Uscendo dal carcere, mi ha accompagnato una domanda, che giro anche a voi. Cosa ne faccio della libertà di cui godo e che vivo come naturale e scontata? Accetto o cerco di combattere l'ingiustizia nella mia vita e intorno a me?
Gioia . La nascita di un bimbo porta gioia. Quella di Gesù comporta il dono della pienezza di vita per tutti gli uomini, che attraverso di lui diventano in modo unico figli di Dio. Le celebrazioni del Natale rispecchiano questa gioia. Welo kelo yengo, dice un proverbio Lango . L'ospite porta abbondanza. Di fatto in suo onore si prepara qualcosa di buono, e anche quelli di casa, costretti magari dalla povertà a magri pasti, possono per l'occasione mangiare in abbondanza. Tradizionalmente, in Europa, la gioia del Natale si esprime anche in un abbondante pranzo o cena in famiglia. Questo mi ricorda Betty. L'ho incontrata il mese scorso. Forse ve ne ho già parlato in passato. Papà ucciso dai ribelli, mamma morta di Aids, tre anni fa Betty Akao ha dovuto smettere di andare a scuola e a 14 anni si è trovata a fare da mamma a Dorcas, Lawrence e Denis. Lavora sodo nei campi, cucina e si dà da fare per pagare la scuola alla sorella e ai due fratelli, ma evidentemente non ce la fa. Viene quindi ogni tanto a chiedere aiuto, rendendo conto di come ha speso i soldi ricevuti. L'ultima volta, è venuta con un mese di anticipo. I soldi, secondo i miei calcoli, dovevano bastarle più a lungo. “Come mai? Che cosa è successo?”, le chiedo preoccupato e con una punta di malcelato rimprovero. Abbassa gli occhi, intimorita. “Denis e Lawrence erano sempre malaticci…” Poi si fa coraggio e aggiunge: “Prima mangiavamo solo una volta al giorno, ora mangiamo tre volte!” Lo dice in fretta, come se volesse nascondere una marachella e farsi perdonare di averla fatta grossa, senza … chiedermi il permesso. “Adesso i ragazzi stanno bene.” Resto senza parole. Al diavolo i soldi! Io mangio tre volte al giorno, da sempre… Inquieta per il mio silenzio, la ragazza alza gli occhi, con uno sguardo ed un sorriso timido e disarmante. “Va bene, Betty. Non ti preoccupare. Continuate a mangiare tre volte. I soldi li troveremo.” Si alza raggiante, ringraziando con un sorriso aperto. La gioia di una giovane sorella maggiore chiamata ad essere mamma, che può finalmente dare da mangiare a sufficienza ai suoi tre fratelli.
Un bambino . Natale è Lui, il bambino nato per noi. Ieri sono stato in un centro di riabilitazione, in mezzo a un gruppo di bambini poliomielitici ed ex-bambini soldato feriti, con mani o piedi fracassati da pallottole o mine. Stamani invece ho pregato e giocato con un gruppo di bambini sieropositivi, nell'ambito dell'associazione COSBEL per malati di Aids. Ciò che ho visto mi ha lasciato il cuore gonfio. Di gioia per i bambini che riprendono o riescono a camminare per la prima volta, per quelli che rispondono bene alla terapia e possono andare a scuola. Di tristezza per quelli che non ce la fanno, per alcuni che molto probabilmente non saranno più con noi a celebrare il prossimo Natale… E' fin troppo naturale ed umano domandarsi: ma Natale non è per tutti i bambini del mondo? Cosa facciamo perché sia davvero così?
Gesù . Il Natale vero è la celebrazione dell'amore di Dio che salva l'umanità con il dono di suo Figlio. Il nome di Gesù infatti significa “Dio salva”. In Lui e per Lui, Dio ci dà vita, ci ama e ci salva, ogni giorno. In fondo, non c'è nome più bello. Io mi chiamo Giuseppe. E' un nome che mi piace, come spero che ad ognuno di voi piaccia il suo. Ma alcuni giorni fa mi hanno dato anche un altro nome.
E' successo ad Ader, nella zona di Otwal, parrocchia di Aboke. Durante la mia prima visita nella zona, un anno e mezzo fa, la gente viveva ancora nei campi per sfollati, in condizioni disumane. Insieme abbiamo pregato per la pace. Quest'anno, il campo è stato smantellato e la gente è tornata a casa, ricominciando a lavorare per costruirsi un futuro migliore. Riflettendo e connettendo questi due fatti, la rappresentante politica della zona ha pubblicamente annunciato che la popolazione di Otwal mi ha dato un nome locale, segno della mia appartenza alla gente Lango. “Ti chiamiamo ‘ Okelo' (colui che porta o ha portato), pien ikelo kuc, perché hai portato la pace!” Mi sono subito affrettato a spiegare che chi porta davvero la pace è solo Dio, attraverso Gesù, ma non vi nascondo che, se da una parte la cosa mi ha fatto piacere, mi ha anche fatto riflettere. Gesù ci ha portato la pace, la possibilità di una vita nuova, la sua gioia. Si è fatto e continua a farsi dono per noi, ogni giorno. Io, Giuseppe “Okelo” , che cosa porto come dono agli altri? E' una domanda che penso possiamo e dovremmo farci tutti. Quale dono sono, nella vita e per la vita di chi mi è vicino in famiglia, a scuola, sul lavoro, e per chi, anche se lontano, è diventato in Cristo parte dell'unica famiglia dei figli di Dio? A Natale, riceviamo e diamo regali. Accogliendo il dono di Gesù, Dio che salva, preghiamo perché ci sia dato il coraggio e l'amore sufficiente per diventare noi stessi dono gli uni per gli altri. Non solo una volta all'anno, per Natale, ma oggi ed ogni giorno del nuovo anno che il Signore sta per regalarci. Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!
p. Giuseppe |
Aliwang, 16 Ottobre 2007
Carissimi, vi scrivo da Aliwang, l’ultima parrocchia della diocesi, ai confini
col Karamoja. Sono stato in giro tutto il giorno, per visitare alcune zone e soprattutto
la mia gente colpita dalle recenti inondazioni. E’ sera tardi. I due sacerdoti della
missione si sono già coricati. Io preferisco cominciare a scrivervi, sperando che
la batteria del computer (qui non c’è luce elettrica) non mi tradisca troppo presto.
Fra cinque giorni si celebra la giornata missionaria mondiale, un momento
ideale per condividere con voi almeno in parte la realtà della missione che sto
vivendo in Uganda. Quest’anno il tema della giornata è: “Tutte le chiese per tutto
il mondo!” Come cristiano e come pastore della Chiesa che è in Lira, mi sento interpellato
a vivere la comunione e solidarietà con tutte le altre chiese sparse nel mondo.
Domenica
tutte le parrocchie della diocesi pregheremo e raccoglieremo
offerte da inviare a Roma, al Papa, perché vengano distribuite per le necessità
di tutte le chiese e missioni del mondo. Finanziariamente il nostro sarà certamente
l’obolo della vedova, ma lo offriamo con tutto il cuore. Voglio poi sperare che
anche questa mia lettera possa essere un piccolo aiuto alle comunità cristiane e
civili a cui voi appartenete, offrendovi uno spaccato della vita, problemi e speranze
di una giovane chiesa africana, perché anche voi siate in grado di allargare il
vostro cuore, la vostra preghiera e solidarietà alle dimensioni di tutto il mondo.
Immagino che molti fra voi siano al corrente della
tragedia delle inondazioni che hanno colpito l'Uganda del Nord e dell'Est.
Purtroppo, questa calamità naturale è caduta su una popolazione che, come
sapete, è sopravvissuta a 21 anni di
guerriglia, in gran parte passati in campi per sfollati in condizioni disumane,
con la morte di migliaia di civili, specialmente donne e bambini. Finalmente, in
questi ultimi mesi, le trattative di
pace in corso a Juba in Sudan, hanno aperto uno spiraglio di speranza. Alcuni hanno
quindi lasciato i campi per sfollati e si sono avventurati a tornare verso
i loro villaggi di origine. Si sono messi a ricostruire le loro capanne, a disboscare
e coltivare i campi, sperando in un buon raccolto che dia loro la possibilità di
ricominciare a vivere una vita normale. E' su questa gente che invece si è abbattuta
la furia di continue piogge torrenziali che hanno allagato capanne, scuole, cappelle,
dispensari, spazzato ponti e sommerso strade e campi, danneggiando irreparabilmente
ciò che era stato seminato e compromettendo ogni possibilità di raccolto. Granoturco,
cassava, fagioli, sesamo e patate dolci sono i prodotti colpiti più duramente. Ciò
significa che probabilmente fra pochi mesi dovremo affrontare il problema della
fame. L'acqua ha riempito e fatto traboccare anche le latrine tradizionali, inquinando
pozzi e creando un serio problema igienico e sanitario. Con tanta acqua dappertutto,
il tasso di malaria è cresciuto in modo impressionante. Bambini, donne incinte,
anziani ed ammalati sono particolarmente a rischio.
Per quanto riguarda la mia diocesi,
questa è la situazione di circa 80.000 persone,
sparse in 17 delle 19 "sub counties" del distretto di Lira, nella parte
nord est del Lango.
Oggi dunque ho cercato di raggiungere la mia gente.
Per strade impossibili e col rischio di restare bloccato, sono stato ad Okwongo,
Orum, Ikwee ed Olilim, nella parrocchia di Aliwang. Dappertutto, oltre ai danni
che ho già descritto, la cosa che mi ha colpito di più è l’atteggiamento delle persone.
Dignitosi nella loro povertà, tengono duro, a denti stretti. Ma c’è una cosa che
li amareggia e mi ha profondamente addolorato. Si sentono abbandonati. Sono passati
quasi due mesi dall’inizio delle inondazioni, che hanno interessato in misura ancora
maggiore la regione confinante dei Teso. In queste settimane i giornali e le radio
parlano continuamente dei soccorsi di emergenza destinati agli alluvionati e distribuiti
fra i Teso. Qui da noi, non è ancora arrivato niente. La mia gente si sente tradita,
dimenticata dalle autorità. Ho promesso loro che avrei tentato di fare qualcosa,
intervenendo presso le autorità politiche ed amministrative… Spero che serva. Ho ancora negli occhi la cappella di Okwongo: la parete
di fondo è crollata al suolo. Ora l’altare e la croce hanno per sfondo i campi inondati,
senza speranza di raccolto. Stessa scena ad Ikwee, ma stavolta in una casa. Tre
pareti hanno retto miracolosamente, mentre la quarta ha ceduto alla violenza della
pioggia e del vento. E’ come se le famiglie e le comunità cristiane non ce la facessero
a sostenere da sole tutto il peso della tragedia. Occorre che qualcuno, dal di fuori,
intervenga a dare loro una mano, colmando il vuoto e le necessità superiori alle
forze locali….
Ma a questo punto la
batteria del computer è ormai scarica. Devo interrompere. Stanotte, posso solo affidare
al Signore nella preghiera tutta la gente che ho visto e quelli, più numerosi, che
non sono riuscito ad incontrare. Li
raggiunga e protegga la misericordia e l’amore del Padre.
Lira, 18 ottobre.
Sono tornato a
casa con lunghi elenchi di persone
e famiglie colpite, terreni sommersi, raccolti distrutti, ponti rovinati, strade
impraticabili…Sulla via del ritorno, lungo gli
di strada, ho visto l’unica scavatrice
inviata dalle autorità per riparare e rendere praticabili i numerosi punti critici
che impediscono ai mezzi di trasporto di far giungere i soccorsi alla gente. Mi
sono anche indignato nel sentire che, dopo un solo giorno di lavoro, la scavatrice
è rimasta inutilizzata per…mancanza di carburante e sono già tre giorni che gli
incaricati non si sono più fatti vedere!
Mi sono attaccato al telefono ed ho
parlato a lungo ed in maniera non certo diplomatica con tre ministri, il capo del
Distretto e l’incaricato del Programma Mondiale Alimentare delle Nazioni Unite.
Mi hanno assicurato l’arrivo di tre grossi rimorchi per il trasporto del cibo e,
da domani, l’intervento di aerei Antonov, per lanciare i primi soccorsi alla popolazione.
Staremo a vedere. Spero che il governo
e le organizzazioni internazionali intervengano senza ulteriori ritardi. Da parte
nostra, come Chiesa, stiamo rimboccandoci le maniche, chiedendo l’aiuto di chiunque
possa dare una mano. C’è bisogno di comperare
e distribuire farina, fagioli, sale, olio per cucinare, come pure di provvedere alle famiglie delle taniche, bacinelle, sapone, pentole, piatti
e bicchieri di plastica, coperte, ecc. Bisognerà poi essere pronti con l'acquisto di sementi per rimpiazzare i raccolti andati persi.
“Tutte le chiese
per tutto il mondo!…” Se siete in grado di darci una mano, fatelo quanto prima.
Qualsiasi aiuto è prezioso. Non preoccupatevi di arrivare in ritardo. Purtroppo
i danni ed i bisogni della gente rimarranno attuali ancora per parecchio tempo dopo
l’emergenza, quando si tratterà di ricominciare ancora una volta da capo. Anche
a nome della mia gente, ringrazio fin
d’ora di cuore chi vorrà rispondere a questo appello.
Mi sentirei in colpa se, condividendo con voi la missione che il Signore
mi chiama a vivere, mi limitassi a parlarvi delle difficoltà e dei problemi che
incontro. Il buon Dio infatti non manca di benedire con vari doni il cammino della
sua Chiesa a Lira. Mi dispiace non avere più spazio per parlarvene a lungo. Ma voglio
invitarvi a ringraziare con me il Signore per il dono di sette nuovi diaconi alla
nostra diocesi. Li ho ordinati con gioia e trepidazione il 18 Agosto scorso. Sette,
come i primi diaconi degli Atti degli Apostoli! Non era mai successo, nella storia
di Lira. Vi chiedo di pregare perché lo Spirito di Gesù li accompagni e riempia
durante il loro ultimo anno di seminario, e li prepari a diventare sacerdoti e servitori
del suo popolo sull’esempio di Cristo Buon Pastore!
Non mancano naturalmente anche le croci. Una piuttosto pesante è la
campagna denigratoria che va avanti da un paio di mesi contro l’ospedale diocesano
di Aber. Stiamo impegnandoci, con l’aiuto della diocesi di Firenze, a migliorare
i servizi, rispondendo coi fatti alle calunnie. Ho ricevuto vari messaggi di amici preoccupati
per la mia salute, particolarmente per la vecchia lussazione e frattura della spalla.
Vorrei rassicurare tutti. Dopo un lungo periodo senza problemi di sorta, mi sono
fatto due malarie a fila, ma ora sto bene. Per quanto riguarda la spalla, è vero
che l’indicazione ricevuta in Italia e poi in Kenya suggerisce un intervento chirurgico
e l’uso di una protesi, ma oggettivamente ho riguadagnato abbastanza mobilità, e
fino a quando riesco a sopportare il dolore che mi provocano a volte certi movimenti,
sono stato consigliato a continuare ad usare le ossa originali che mi ha dato il
Padreterno…. In ogni caso, sto meglio della mia macchina, che mi riserva delle sorprese
ad ogni viaggio. L’ultima volta che sono andato in una parrocchia per le cresime,
a Bala, sono dovuti venire a trainarmi. Ed abbiamo cominciato la funzione (400 cresime)
con due ore di ritardo… Sto quindi cercando di acquistare un’altra macchina di seconda
mano. Intanto, la settimana prossima, dal 24 al 30 Ottobre, vado io in…garage. Mi
fermo cioè per alcuni giorni di esercizi spirituali. Con tanto correre e lavorare,
ho davvero un grande bisogno di fermarmi,
riflettere, pregare ed ascoltare quello che il Signore mi vuole dire e si aspetta
da me. Accompagnatemi con la vostra preghiera! Farò gli esercizi a Namugongo, vicino
al santuario dei Martiri d’Uganda. Sabato 20 invece, vigilia della Giornata Missionaria
Mondiale, vado in pellegrinaggio a Paimol, a pregare i due catechisti Acholi martiri,
i beati Daudi Okello e Jildo Irwa,
e a chiedere loro il dono della pace per la nostra gente. Ai nostri martiri africani
prometto di raccomandare anche ciascuno
di voi, le vostre famiglie e comunità cristiane. Viviamo così insieme, nella pratica,
la comunione e la solidarietà di tutte le Chiese, in tutto il mondo! Ciao!
p. Giuseppe
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Lira, 30 Marzo 2007
Carissimi,
Buona Pasqua! Vi mando i miei auguri mentre un temporale in piena regola, con tanto di tuoni e lampi, rovescia torrenti di acqua sugli zinchi della mia stanza. In questi ultimi giorni il caldo è stato davvero eccessivo e la pioggia arriva come un sollievo, accolta come una benedizione dal cielo.
E' sera tardi. Il calendario sulla mia scrivania mi ricorda che fra poco più di una settimana è Pasqua. Sono in ritardo per gli auguri, e me ne scuso. Il fatto è che in questo momento, chissà perché, la Pasqua mi sembra ancora molto lontana. Ciò che sento più vicino, in me ed attorno a me, è la realtà di una lunga quaresima e passione. Non passa giorno senza che venga a contatto con la sofferenza. Tanta, a volte troppa per il mio desiderio di porvi rimedio e per la mia incapacità di farlo.
Non parlo certo del dolore fisico che ha accompagnato in questi mesi il mio tentativo di ricuperare una discreta mobilità del braccio e della spalla destra. Per questo basta stringere un po' i denti, avere tanta pazienza e contare sui tempi lunghi.
Personalmente, trovo più pesanti le promesse non mantenute, il dover rimandare o lasciar cadere progetti volti al bene della gente per l'opposizione e le divisioni fra chi dovrebbe collaborare e promuoverli. La resistenza passiva e subdola a cambiamenti necessari per il bene della diocesi, gli scandali di fronte a cui la gente si sente tradita da chi dovrebbe dare loro il buon esempio…a volte sono davvero duri da accettare e portare nel cuore in modo sereno e costruttivo.
Mi pesa soprattutto la sofferenza della gente. Da Natale, la situazione è decisamente migliorata, tanto che vari campi per sfollati si sono dimezzati o quasi svuotati. Parecchia gente si è avventurata a tornare al proprio villaggio d'origine, anche se il più delle volte trova che la propria casa o capanna ormai non esiste più. In altre zone invece, la gente ha ancora paura e non si fida a partire. Rimane così nei campi, sopravvivendo grazie alla distribuzione di cibo da parte delle NGO, che ora cominciano a ridurre gli aiuti. Per tutti però, sia per chi parte che per chi rimane nei campi, c'è l'estenuante altalena di speranza e paura, legata all'andamento delle trattative di pace che in questi mesi hanno prodotto una tregua delle ostilità, accompagnata da speranze di pace, frustrate poco dopo dall'interruzione delle trattative e la minaccia di ripresa della lotta armata. Ci sono giorni in cui la pace sembra a portata di mano, per poi tornare ad essere lontana, al punto che qualcuno si chiede se mai diventerà una realtà! Purtroppo, la guerra è un grande business e c'è sempre chi ci guadagna, sulla pelle degli altri….
Delusioni, dispiaceri, sofferenza. Umanamente, uno tende a lamentarsi e cerca anche di scuotersi di dosso la croce, anche se così facendo spesso si finisce per soffrire di più. Ma poi arriva il giorno in cui, in un momento di preghiera oppure mentre osservi la gente attorno a te che affronta con coraggio la sua razione quotidiana di tragedie e disgrazie, ti si aprono improvvisamente gli occhi e vedi le cose in modo diverso e tutto acquista un senso nuovo, quello vero, l'altra faccia della medaglia che spesso non riusciamo a cogliere.
Mi è successo anche alcuni giorni fa a Kalongo, nella diocesi di Gulu, dove mi sono recato per celebrare il ventesimo anniversario della morte di P. Giuseppe Ambrosoli, medico e missionario comboniano. Per me, è stato un momento intenso, denso di memorie.
Alla fine di Febbraio del 1987 mi ero recato da Patongo a Kalongo per una incipiente ernia al disco, quando ci raggiunse l'ordine dell'esercito di Museveni di lasciare le nostre missioni. Fu un momento di grande angoscia e sofferenza. La sera, incapace di prendere sonno, uscito dalla mia stanza, mi incontrai con P. Ambrosoli, che camminava su e giù per il corridoio, pregando. Conscio di quanto gli costasse abbandonare l'ospedale e i malati ai quali aveva dedicato tutta la sua vita, gli chiesi semplicemente: “ E allora, Giuseppe?” Mi guardò per un attimo, e poi disse:“Quello che Dio vuole, non è mai troppo”. E' una risposta che mi colpì profondamente e che non dimenticherò mai… perché sono le stesse parole che mia mamma ripeteva nei momenti più duri e dolorosi nelle vicende della nostra famiglia: “Quello che Dio vuole non è mai troppo!”.
Dopo tanti anni, le parole di P. Giuseppe e di mamma Marina mi aiutano a vivere il mio motto episcopale, che in realtà ripete le ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce e rivolte al Padre in un atto di estrema fiducia ed abbandono: “In manus tuas . Nelle tue mani affido la mia vita!”
A pensarci bene, il Signore la mia vita l'ha presa e custodita da sempre con amore nelle sue mani. Il lunedì di Pasqua compirò 65 anni. Per ognuno di essi sono riconoscente al Signore. Ogni tanto, fra amici, osservo che dal 1987, quando a Patongo mi trovai in mezzo a vere e proprie battaglie e mi spararono addosso più di una volta, considero ogni giorno come un regalo extra del Signore, che ha voluto salvarmi la vita. E da allora i “giorni in più” sono già diventati 20 anni!
Un ulteriore motivo per cui vi chiedo di unirvi a me nel ringraziare Dio sono i miei 40 anni di sacerdozio. Ho celebrato l'anniversario della mia ordinazione domenica 11 marzo. La cosa è passata inosservata. Sono andato a celebrare l'Eucaristia e conferire la Cresima a Bar Jobi, una cappella della parrocchia di Aliwang. Ho passato la giornata con gente che vive ancora nei campi per sfollati ma che sta muovendosi per tornare a casa. Stare in mezzo ai poveri che ricominciano con fatica a costruirsi una vita, è stato il regalo più bello che il Signore potesse farmi per il mio quarantesimo anniversario. In quella cappella sperduta in mezzo al bosco, ho potuto ancora una volta sperimentare, assieme alla mia povertà e debolezza personale, il senso profondo del sacerdozio, la bellezza e gioia di essere stato chiamato a condividere da vicino la missione di Gesù. Nell'entusiasmo dei miei 25 anni, sull'immaginetta ricordo della mia ordinazione chiedevo al Signore di aiutarmi a cercare “di amare e servire, più che di essere servito ed amato”.
Dopo 40 anni sono ancora qui, che cerco di imparare ad amare e servire. Ma ora la prospettiva e modalità del mio amore e servizio hanno assunto un profilo ben preciso e concreto. Il prete di 40 anni fa, diventato vescovo, è chiamato ad amare e servire come Gesù, Buon Pastore che ha dato la vita per il suo gregge. Pregate per me!
Sabato 31 Marzo
Ieri sera ero talmente stanco che mi sono praticamente addormentato davanti al computer. Rileggo oggi quanto ho scritto. Ma questa doveva essere la lettera di Pasqua…. In mezzo a tanti problemi e sofferenze, la Pasqua dov'è finita? Niente paura, la Pasqua c'è. La risurrezione di Cristo è avvenuta 2000 anni fa, ma la sua Pasqua avviene anche oggi, in Uganda, in Italia, dappertutto. Io l'ho vista, e ne sono testimone.
L'ho vista a Kalongo. Venti anni fa, mentre i soldati ci portavano via e bruciavano le medicine, le colonne di fumo alle nostre spalle sembravano il segno della fine dell'ospedale e dell'opera di P. Ambrosoli. Oggi, l'ospedale di Kalongo è più vivo e affollato che mai, e continua la sua missione.
La forza della Risurrezione di Cristo io la vedo in azione ogni giorno nella vittoria della speranza sulla paura, nel coraggio di chi lascia i campi per sfollati dopo anni di forzata inattività ed affronta la sfida di ricominciare da capo e costruirsi una casa ed un futuro migliore...
Pasqua, io l'ho vista e vissuta proprio oggi, in mezzo a centinaia di malati di AIDS.
Quindici anni fa una suora comboniana ha formato un gruppetto di volontari, che si è poi costituito in un'associazione chiamata COSBEL, Co mmunity S earching for BE tter L iving , cioè Comunità alla ricerca di una vita migliore. Attualmente i volontari vanno a trovare, accompagnano ed aiutano oltre tremila persone sieropositive e malate di AIDS. Oggi dunque abbiamo organizzato una festa per loro, almeno per quelli che sono stati in grado di radunarsi all'aperto, presso la sede dell'associazione. Era la prima volta che il vescovo li andava a trovare. Saranno stati seicento, seduti sotto tendoni che li proteggevano da un sole cocente.
Per loro e con loro ho celebrato l'Eucaristia, scegliendo il vangelo del Buon Samaritano, colui che non passa oltre, il laico che prova compassione, si ferma e si china sul viandante ferito e se ne prende cura. E' il loro vangelo. Quello che sperimentano e praticano ogni giorno. Perché il Cosbel ha alcune caratteristiche che sinceramente sono una sfida per me e, penso, anche per voi. A distanza di 15 anni, questo delicato e difficile servizio è portato avanti ancora da volontari, senza alcuna retribuzione. Sono laici, cattolici ma anche protestanti e musulmani, e aiutano tutti, senza distinzione di religione, classe sociale o tribù. Ma la cosa più bella è che la maggioranza dei volontari, oltre che da un certo numero di gente sana, è formata proprio da loro, dai malati stessi. Aiutati dal Cosbel, questi diventano a loro volta gente che va a trovare, si prende cura ed accompagna altri malati di AIDS della loro zona. E' l'applicazione dell'invito di Gesù, al termine della parabola del Buon Samaritano:”Vai e anche tu fa' altrettanto!”
Per me, questa è Pasqua. Vangelo vissuto. Il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo che trasforma questi nostri fratelli che portano nel loro corpo un germe di morte, e li rende capaci di vivere in pienezza e di portare ad altri la stessa speranza. Davvero, il Signore non mi poteva dare gente più bella con cui celebrare oggi la sua Pasqua, il trionfo della vita sulla morte, la vittoria del suo amore! Dopo la messa ed il pranzo, mi sono unito alle loro danze. Celebrando la loro voglia di vivere, il coraggio di Auma,, una ragazza di 13 anni, che dopo la morte per Aids dei genitori si ritrova ad essere capofamiglia di altri 5 fratelli e sorelle più piccoli, ho pensato a voi, ai vostri problemi, al vostro cammino. Dall'Uganda, ad ognuno di voi il mio augurio affettuoso: “Coraggio! Alla fine, la vita e l'amore vincono! Buona Pasqua!” p. Giuseppe
Bishop Joseph Franzelli – Bishop's House – P.O.Box 311 – LIRA – Uganda E-mail: franzelli@gmail.com
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Lira, Dicembre 2006
Carissimi,
è la sera dell'Immacolata, la madre del Bambino la cui nascita ci prepariamo a ricevere e festeggiare fra due settimane. Un giorno adatto per cominciare questa circolare ed augurare a tutti
BUON NATALE!
In realtà, non so ancora quando riuscirò a terminare questa mia “lettera di Natale”. Sto scrivendo con una mano sola, la sinistra, il che rende la cosa molto più lenta e problematica. La destra è saldamente fissata al cinturone di gesso che mi circonda la vita. Non allarmatevi! Sono vivo e vegeto, anche se un po' acciaccato. Tre settimane fa, all'inizio di un seminario di studio e formazione pastorale sull'AIDS organizzato per i sacerdoti e le suore che lavorano in diocesi, mi sono preso una bella scossa elettrica. Al momento giusto la corrente era venuta a mancare, e nel tentativo di rimediare, complice un malaugurato filo scoperto, me la sono beccata tutta io! Ho così rischiato di morire a 64 anni, letteralmente …pieno di energia! Scaraventato a terra, ho battuto malamente la spalla destra. Inizialmente sembrava si trattasse di una frattura, ma alla fine me la sono cavata con una lussazione posteriore della spalla, che di conseguenza mi impedisce di usare il braccio e la mano destra. Vi invito quindi a ringraziare con me il Signore per il dono della vita, che noi spesso diamo per scontato ma che è invece un regalo e vorrei dire un miracolo continuo del suo amore. Non so cosa ne pensiate voi, ma per me questo è un motivo in più per ringraziare Dio e celebrare con maggiore intensità il Natale ormai prossimo.
In Gesù, suo Figlio che si è fatto nostro fratello, Dio ci ha voluto regalare non solo la vita fisica ma ci chiama a condividere la pienezza della sua stessa vita. Dopo 2000 anni, celebrare il Natale è metterci di fronte a questo evento che resta più attuale che mai, in un mondo in cui a troppi uomini e donne la vita viene negata, rubata o ferita da guerre, fame, ingiustizie senza fine e di ogni tipo. Per questo, Natale costituisce sempre, oggi più che mai, una sfida ed una speranza. Un seme di speranza e di vita nuova, che Dio non si stanca di seminare in questo nostro mondo.
UNA PAROLA DA ACCOGLIERE E SEMINARE
L'immagine del seme mi viene dall'esperienza di questi ultimi mesi. Ricordo di avervi scritto che ho lanciato in diocesi l'Anno della Parola di Dio, sfruttando il fatto della pubblicazione della prima traduzione cattolica di tutta la Bibbia in Lango, la lingua della mia gente. Stampato in Italia, il Buk Acil è finalmente arrivato tra noi. Anche se mi è impossibile descriverla, vorrei condividere con voi la gioia e l'entusiasmo con cui è stata accolta la Bibbia in Lango, prima a livello diocesano in cattedrale, e poi nelle varie parrocchie e cappelle. Una vera festa popolare. Nella loro semplicità, anche i cattolici meno istruiti hanno colto il significato dell'avvenimento. Dio si interessa di loro, parla ai suoi figli, specialmente ai più poveri che vivono tuttora nei campi per sfollati, si fa loro vicino e parla nella loro lingua perché tutti possano capire il suo messaggio di amore. Anche questo è il Natale che continua ed avviene oggi fra noi. Il Verbo, la Parola si è fatta carne… A me viene da dire che in un certo senso è diventato Lango ed ora ha messo su casa fra di noi! Anche questo è Natale, la presenza dell'Emmanuele, il Dio-con-noi.
In questo primo anno e mezzo di servizio episcopale, è forse questo il dono più grande che il Signore ha fatto alla nostra chiesa ed anche a me personalmente, chiamandomi ad essere strumento e seminatore della sua Parola. L'ho sperimentato in modo singolare e commovente nella parrocchia di Alito. Qui, seguendo la Bibbia portata in trionfo in processione fra due ali di folla inneggiante, ho percorso l'ultimo chilometro e mezzo prima di arrivare al luogo dell'Eucaristia sfregando fra le dita le “spighe” mature di sesamo e spargendone a piene mani i semi lungo la strada… Ho rivissuto in prima persona la parabola del seminatore, raccontata da Gesù. La gente ne era cosciente e, dopo la proclamazione del Vangelo e l'omelia, ha accolto con fede il gesto simbolico con cui ho lanciato gli ultimi semi in mezzo a tutti i presenti. La parola di vita è stata seminata. Il frutto dipende ora dal cuore e dall'accoglienza di ciascuno…
Condividendo queste cose con voi, vi invito ad accompagnare me e la mia gente in questo cammino di ascolto ed accoglienza della stessa Parola che dà la vita, in qualsiasi parte del mondo e che si fa vicina a noi, nella nostra lingua, sia essa lango, italiano, o cinese… Sarebbe bello che a Natale potessimo accoglierla insieme, a cuore aperto e senza resistenze. Domandando al Signore, voi in Italia e io in Uganda: “Cosa vuoi dirmi con questo Natale? Che Parola vuoi che accolga come seme fecondo, perché porti frutti di novità, di bene e di amore nella mia vita?” Se proviamo a domandarcelo e domandarglielo con sincerità, sono sicuro che il Signore non mancherà di sorprenderci, con un dono che va ben oltre i regali che possiamo fare e ricevere per queste feste. E riscopriremo il significato del Natale:
IL DONO DI UN FIGLIO….. PER ME E PER VOI!
Riprendo oggi, 18 Dicembre, a una settimana dal Natale. Sto usando tutte e due le mani, sia pure con una certa fatica. Ieri infatti mi hanno tolto il gesso. Vi stavo scrivendo del “dono di un figlio”. Ebbene, è proprio quello che è successo a me! Ormai ho a disposizione poco spazio, ma spero di riuscire a raccontarvelo. Recentemente, sempre nella parrocchia di Alito, ma nella cappella di Lwala, dopo le cresime la gente si stringe attorno al vescovo per ringraziarlo e fargli qualche piccolo regalo: patate dolci, pannocchie di granoturco, una gallina o magari una capra… Mentre ringrazio e stringo mani a destra e sinistra, improvvisamente mi trovo di fronte un ragazzo, che mi fissa senza dire nulla. Una donna dietro di lui lo spinge in avanti, quasi fra le mie braccia e mi dice: “Vescovo, questo è tuo figlio!” La guardo senza comprendere e sento che continua: “E' un orfano, non ha nessuno, e lo diamo a te e alla Chiesa. Pensaci tu, e fanne magari un prete!” Sorpreso e interdetto, riesco solo a sorridere, posando una mano sul capo del ragazzo e a rispondere alla donna con una battuta per dire che, almeno per quanto riguarda la scelta di diventare prete, sarà il ragazzo a decidere…E' un attimo. Poi, spinto da ogni parte, continuo a stringere mani, a salutare e benedire la gente che mi si accalca intorno. Una settimana dopo, il New Vision, il giornale più diffuso dell'Uganda, riporta l'episodio, col nome ed età del ragazzo – Innocent, 12 anni - aggiungendo che
il vescovo di Lira ha accettato di buon grado il dono di un figlio e che penserà al suo futuro!
Per evitare il rischio del regalo di centinaia di figli nelle varie parrocchie che visito, ho dovuto scrivere un editoriale sul bollettino mensile diocesano, spiegando che sì, tutti coloro che il Signore mi affida nella Chiesa di Lira sono miei “figli”, ma che purtroppo il vescovo non può farsi carico materialmente di ognuno di loro…. Non vi nascondo però che questo episodio continua ad accompagnarmi ed interrogarmi, soprattutto ora che Natale è ormai alle porte. In fondo Natale è proprio il regalo di un Figlio, “un bambino nato per voi”, come dicono gli angeli ai pastori, che Dio mette nelle nostre braccia. Un regalo bellissimo ma impegnativo! Perché non si tratta solo di Gesù, venuto a salvarci per amore. Pensando a “mio figlio” Innocent e a tanti altri come lui, sono convinto che il Signore in questo Natale chiama me e ciascuno di voi ad aprire il cuore e le braccia per accogliere come dono e responsabilità, il “figlio” che ci dona: un “bambino” che ha bisogno di amore e che magari da anni vive accanto a noi, addirittura nella nostra stessa famiglia, o nel palazzo accanto, fra i poveri del quartiere, in Uganda o in altre parti del mondo. Se apriamo il cuore e gli occhi, scopriremo facilmente quale è la vita da accogliere, proteggere e far crescere, la persona da amare, il fratello o la sorella da aiutare e di cui prenderci cura. Il “figlio”, appunto, che quest'anno il Padre pone fra le nostre braccia, perché impariamo a volergli bene con il Suo amore.
PACE, PACE, PACE!!!
Non c'è più spazio per dirvi della situazione attuale. Ma almeno una cosa voglio affidare alla vostra preghiera, come il bisogno più grande ed urgente per l'Uganda: la pace. A Juba, in Sudan, le trattative fra il governo e i ribelli continuano fra alti e bassi. Alcuni campi per sfollati cominciano a svuotarsi, ma in molti la gente non si è ancora mossa per la paura. Tutti si domandano quando arriverà e scoppierà davvero la pace… Dall'8 al 12 gennaio, celebreremo a Lira una settimana di incontri e preghiera per la pace fra tutte le diverse etnie del Nord Uganda. Unitevi a noi e pregate perché la pace arrivi presto, perché la nostra gente possa tornare a vivere una vita serena, senza paura. Da parte mia, auguro di cuore ad ognuno di voi ed alle vostre famiglie la Sua pace, quella vera, che riempie il cuore di gioia e di amore. L'unica che potrà davvero farci vivere un Buon Natale ed un Felice Anno Nuovo! Con un grande abbraccio,
+ P. Giuseppe |
Lettera ricevuta il 10 settembre 2006
Lira, 3 settembre 2006
Carissimi, dalla finestra della mia stanza, vedo una grande scritta, che campeggia sulla facciata della chiesa: “Maria Toto Eklesya”, Maria, Madre della Chiesa. La certezza che davvero la madre di Gesù è anche mamma di tutti noi, della Chiesa in Europa, in Africa e in tutto il mondo, mi aiuta a sentirvi vicini, anche se mi trovo ad Iceme, al termine di una visita pastorale di tre giorni in questa vasta parrocchia, che per vari anni è stata al centro di innumerevoli incursioni dei ribelli. Pensate che la casa dei Padri, in cui mi trovo, è stata assalita e saccheggiata ben 19 volte! Grazie a Dio, nessuno dei missionari è stato ucciso, anche se a volte sono stati costretti a stendersi a terra, con la canna del fucile ficcata in bocca… Ma tutto questo sembra ormai lontano Oggi qui a Iceme è festa. Non solo per coloro che hanno ricevuto la cresima – ne ho conferite 1.190 in tre giorni – ma per tutta la comunità cristiana.
La chiesa di Iceme è un santuario dedicato alla Madonna. Poco più di un anno fa, il 15 Agosto, festa dell'Assunta, ci sono venuto per la prima volta in pellegrinaggio. Ero vescovo da un mese e mezzo, e provavo il bisogno di venire da lei, la madre di Gesù e della Chiesa, per chiedere la sua protezione e mettere nelle sue mani il mio ministero episcopale e la Chiesa di Lira che mi è stata affidata. Ero appena stato a visitare un campo di sfollati, uno dei tanti in cui un terzo della mia gente si è dovuta rifugiare a causa della guerra. Avevo il cuore gonfio di dolore, e durante la messa, a nome di tutti, ho chiesto più volte: “Dacci la pace!”
Oggi si respira un'atmosfera diversa. Quello che sembrava una cosa assolutamente impossibile comincia ad accadere… A Juba, nel sud Sudan, i rappresentanti dei ribelli e del governo ugandese hanno finalmente firmato un accordo di cessazione delle ostilità. Non è ancora la pace, e tutti qui sanno che la parte più delicata e difficile delle trattative è un percorso in salita e ancora tutto da percorrere. Tant'è vero che la maggior parte della gente non si fida ancora a lasciare i campi per sfollati. Prima di muoversi vogliono essere sicuri che la pace c'è e durerà. Ma questo primo passo è già un grande dono. La gente lo sa e durante la messa ha ringraziato la Madonna , chiedendo con maggiore speranza il dono della pace e la fine di una guerra che dura ormai da quasi 20 anni.
Naturalmente, oltre che un dono da chiedere, la pace è anche un compito, una missione da compiere. Va costruita con la buona volontà e il contributo di tutti.. Per questo, alcuni leaders politici, tradizionali e religiosi si sono avventurati fin nella foresta ai confini con il Congo per incontrare Kony, il capo dei ribelli, mentre le due delegazioni ufficiali iniziavano le trattative a Juba con la mediazione del governo del Sud Sudan. All'inizio di agosto sono andato anch'io per alcuni giorni a Juba assieme ai rappresentanti della società civile e religiosa delle varie tribù del Nord Uganda e del Sud Sudan, colpite da questa guerra interminabile. Sono stato coinvolto in un lento processo di riconoscimento delle proprie colpe da parte di ciascun gruppo, con il racconto delle sofferenze subite e l'ascolto di quelle patite dagli altri. Un inizio di riconciliazione – con il perdono reciproco – sostenuto dal desiderio di quello che tutti ritengono più importante e prioritario su ogni altro obiettivo: la pace ad ogni costo..
A Juba ho incontrato Bosko, un quindicenne acholi, rapito dai ribelli a 13 anni, costretto a sparare ed uccidere e poi ferito a sua volta ad una gamba. Attende di guarire, prima di poter tornare in Uganda. Contento di potermi parlare in acholi, mi domandava con ansia notizie della sua zona, dove ero passato poche settimana prima. La sua gamba, fracassata da una raffica di mitra e lenta a guarire, mi ha ricordato la statua della Madonna con Gesù bambino che avevo visto il giorno prima a Rejaf, un'antica missione comboniana oltre il Nilo. Uscito da Juba, mi ero avventurato con altri due missionari nella zona disabitata in cui per anni i soldati dello SPLA (l'esercito popolare di liberazione del Sudan) avevano operato, assediando e combattendo le truppe del governo arabo del nord, trasportate in aereo da Khartoum. Lasciata la macchina nella savana per evitare di impantanarci e rimanere bloccati nel fango, abbiamo fatto a piedi gli ultimi chilometri, fino a trovarci improvvisamente di fronte, nascosta fra gli alberi, la grande chiesa di Rejaf. Abbandonata per molti anni a causa della guerriglia, è ora servita da un sacerdote sudanese, sorpreso e contento per la nostra visita.
Ed è qui, in questa enorme chiesa, inaugurata il giorno dell'Assunta di 80 anni fa, nel 1936, che ho visto la statua di Maria con Gesù Bambino, ambedue con una mano tagliata. Un segno piccolo ma eloquente della lunga guerra in Sud Sudan. Guardando Bosko a Juba, non ho potuto fare a meno di pensare a tutte le ferite e sofferenze che la guerra nel Nord Uganda ha provocato non a statue ma a migliaia di persone innocenti, uomini, donne e soprattutto bambini, carne viva di Cristo, figlio di quel Padre che ci ha creati tutti a sua immagine. Davvero, ogni guerra, dal Sudan all'Uganda, dall'Irak al Libano o in qualsiasi parte del mondo, oltre ad essere una inutile strage è una bestemmia contro Dio che è amore ed un delitto contro l'uomo, una sconfitta ed una violenza che ferisce e mutila tutti, vincitori e vinti.
Da Juba sono tornato in Uganda con una grande voglia – dovrei dire fame e sete – di pace.
Ne parlo coi miei preti e coi laici, scrivo, predico. Dobbiamo “costruire la pace” fra di noi, tra i Lango, qui a Lira. Migliorare i rapporti e guarire le ferite all'interno della nostra chiesa.
In particolare, assieme alle altre diocesi del Nord Uganda, ci stiamo organizzando per “dare voce” e fare ascoltare nelle trattative di pace coloro che sono le prime vittime della guerra ma che nessuno mai si è sognato di interpellare: la gente che a causa della guerra è tuttora costretta a vivere nei campi per sfollati, i genitori di bambini che sono stati rapiti e costretti a diventare soldati o schiave sessuali dei ribelli. Intendiamo mandare una loro delegazione in Sud Sudan, a Juba. Si accamperanno di fronte all'hotel Rahab, in cui i politici portano avanti le trattative, in un estenuante tira e molla sul come andrà divisa la torta del potere e dei benefici della pace. Il gruppo dei “senza voce” porterà solo dei cartelloni con la scritta: “Peace Now”!, Vogliamo la pace adesso, subito! Vi chiedo di pregare per il successo di questa iniziativa, piuttosto insolita in Africa, ma che può dare un segnale importante alla classe politica e dirigente del paese.
La coscienza di vivere un momento storico nel cammino dell'Uganda, non mi fa certo dimenticare gli appuntamenti con la realtà spicciola di ogni giorno, con i suoi problemi e difficoltà. In effetti, sto vivendo un periodo particolarmente difficile. Per una serie di circostanze, mi sono trovato senza vicario generale e rettore del seminario minore, ed ultimamente anche senza segretario. Spero che almeno questa ultima circostanza mi scusi di fronte a tutti coloro che mi hanno scritto e ai quali non riesco proprio a rispondere! Ho dovuto affrontare anche l'emergenza del nostro ospedale diocesano di Aber, con 178 letti, dove è rimasto un solo medico! Sto studiando la possibilità di ottenere un terreno per sviluppo agricolo e di trovare compratori per i prodotti dei nostri contadini, mentre sono avviate le premesse per la formazione di una istituzione di microcredito… Come vedete, un sacco di problemi, affrontati di corsa, nonostante i miei propositi di adottare un ritmo più cristiano e meno europeo. Il guaio è che qui viviamo in emergenza continua… Conto quindi sempre sulla vostra preghiera.
Termino con un piccolo episodio successo stamani. Prima della Messa, mentre visitavo il dispensario, è arrivata una donna, che il marito ha portato in bicicletta da 45 km di distanza perché prossima al parto. Al termine della messa, mi hanno informato che il bambino era nato e che gli avevano dato il mio nome: Joseph. Niente di straordinario. Sono migliaia i bambini che nascono ogni giorno. Eppure questo piccolo episodio mi suggerisce una considerazione. Le cose succedono e la storia va avanti anche senza di noi. Ma come uomini e donne responsabili, ancor di più se cristiani, mi sembra importante e necessario che in noi ed attorno a noi nasca qualcosa di nuovo e di bello, - un po' più di pace, rapporti migliori in famiglia e coi vicini o colleghi, un ambiente, un paese più bello di cui tutti possano godere… - che porti in qualche modo anche il nostro nome, e sia almeno in parte frutto anche del nostro impegno e sforzo. Un segno che “ci siamo” anche noi. Che non stiamo dormendo, preoccupati solo di noi stessi e dei nostri problemi, di essere lasciati e poter “vivere in pace”. Che prendiamo sul serio e crediamo alla “beatitudine” proclamata da Gesù: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”(Mt. 5,9). Di quel Dio che é appunto Pace e Amore.
Vorrei tanto che la fraterna condivisione della mia esperienza e di quanto sta succedendo in Uganda diventasse un invito ed un incoraggiamento perché tutti voi che mi leggete possiate diventare “costruttori di pace”, dovunque siate e qualsiasi cosa siate chiamati a fare nella vita di ogni giorno.
Sì, qualcosa di nuovo sta nascendo o sta cercando di crescere in Uganda, ma anche in Italia e dovunque nel mondo. E' importante che in qualche modo porti anche la tua, la mia firma, trovi il nostro contributo ed appoggio. Per lasciare un segno nella storia c'è chi erige monumenti. Io invece vi ringrazio perché con la vostra preghiera e con il vostro aiuto state collaborando a scrivere alcune righe della Storia di salvezza che Dio sta portando avanti per la salvezza del suo popolo in Uganda e in tutto il mondo. Ciao! Un abbraccio.
+ P. Giuseppe
Bishop's House, P.O.Box 311 – Lira – Uganda E-mail: franzelli@gmail.com
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Lettera ricevuta il 10 dicembre 2005
Lira, 7 Dicembre 2005
Carissimi,
Buon Natale! Mi fa una certa impressione farvi gli auguri quando mancano più di due settimane al 25 Dicembre. In genere, riesco a farmi vivo solo alcuni giorni prima, ma stavolta penso sia meglio che tenti di scrivervi ora, prima di essere travolto dalla sfilza di cose ed impegni che mi aspettano nei prossimi giorni. Tanto più che, in un certo senso, oggi è proprio il giorno adatto.
Sono infatti appena tornato da Ogwette, uno dei campi per sfollati (qui li chiamano Internally Displaced People), ai confini della diocesi, a pochi chilometri dal Karamoja, dove mi sono recato appunto per distribuire un po' di cibo, in modo che la gente possa arrivare a Natale con qualche cosa da mangiare.
Il mese scorso a Kampala, durante la conferenza episcopale, ho incontrato il segretario della Caritas nazionale, il quale ha ammesso che di fatto la diocesi di Lira era stata piuttosto dimenticata nei programmi di aiuto al paese. Abbiamo cosi' combinato l'invio di 30 tonnellate di derrate alimentari, da destinare agli sfollati di qualche campo che ne avesse più bisogno. Consultando le autorità del distretto, abbiamo scelto due campi piccoli e periferici, mai raggiunti dalle organizzazioni non governative che operano sul territorio e che di solito portano aiuto nei campi più grandi e popolati. La scelta è caduta su Ogwette, con circa 1.400 sfollati, e Walela, con oltre 2.500.
Stamani presto sono quindi partito per Ogwette, con il piano di raggiungere più tardi Walela. Purtroppo, per motivi di sicurezza, non è possibile andare da soli in certe zone. Soprattutto per un vescovo! Il governo non vuole avere responsabilità in caso di incidenti… Ho dovuto perciò rassegnarmi ed accettare la scorta di otto soldati in un camioncino, che ci precedeva sollevando un fitto polverone. Fin dalla partenza, l'autista del camion con i 100 sacchi di farina e fagioli, un uomo del Sud, non mostra molta voglia di avventurarsi in mezzo ai villaggi sperduti nella savana. Procede alla velocità di 15, massimo 20 km all'ora. Ogni tanto si ferma a controllare le gomme e a misurare le buche della strada. E' chiaro che ha paura. Il viaggio si trasforma in un lento purgatorio. All'una del pomeriggio siamo ancora a metà strada. Per guadagnare tempo, l'incaricato della Caritas diocesana corre avanti per raggiungere il campo e preparare le liste degli sfollati a cui distribuire il cibo. Io rimango indietro, con gli altri. Verso le due, poco dopo la missione di Aliwang, improvvisamente il camion oscilla e si impianta, con la ruota destra posteriore sepolta nella sabbia.
Non riusciamo a capire come sia potuto succedere. In quel tratto la strada non è certo bella, ma è transitabile. E' difficile respingere il sospetto che il camionista l'abbia fatto apposta, per non andare oltre.
I volontari ed impiegati della Caritas sono furiosi, volano parole grosse….ma intanto il camion non si muove. Cerchiamo di scaricare qualche decina di sacchi e di spingere con tutte le forze, sotto un sole che spacca le pietre. Nulla da fare. E' chiaro che per quest'oggi il cibo non potrà giungere a destinazione. L'unica, è scaricarlo e portarlo prima che diventi buio nella vicina missione di Aliwang… Alla fine, decido di raggiungere ugualmente Ogwette.
Arrivo proprio mentre l'incaricato sta terminando la lista delle famiglie per la distribuzione del cibo. La gente, sorpresa e contenta di vedere per la prima volta il vescovo, mi accoglie nella certezza che precedo di qualche minuto l'arrivo del camion. Mi tocca invece dire loro cosa è successo, scusandomi per il contrattempo. La delusione è enorme. A momenti, mi è difficile guardare i loro volti, tristi e abbattuti. Mi metto d'accordo sottovoce con l'incaricato della Caritas, e poi do la mia parola che la farina ed i fagioli arriveranno comunque molto presto nelle loro mani. (Noi pensiamo di farlo sabato, ma non possiamo dirglielo, per evitare che si sparga la voce e che i ribelli, ancora attivi nella zona - quattro giorni fa hanno ucciso un soldato, mentre un altro si è salvato per miracolo - attacchino il camion per procurarsi un po' di cibo). “E' solo questione di pochi giorni, poi avrete farina e fagioli a sufficienza fino a Natale!” Basta questo perché la speranza riaccenda il sorriso sul volto di tutti, specialmente dei bambini. Gli adulti ringraziano calorosamente. Questa è gente che non ha mai ricevuto niente da nessuno… La speranza conta!
Il piano per la giornata prevedeva che dopo aver iniziato la distribuzione dei generi alimentari ad Ogwette, sarei corso a terminare la distribuzione nel secondo campo, Walela, a quasi 100 km , dall'altra parte della diocesi. Naturalmente, non se ne fa nulla. Faccio appena in tempo a tornare a casa, prima che diventi buio.
Carissimi, mi rendo conto questa mia lettera non assomiglia per nulla alla classica bella lettera di Natale, con l'atmosfera giusta, un tocco di poesia e magari un po' di teologia…. Vi ho parlato invece di farina e di fagioli. Un discorso terra terra…non adatto ad un vescovo, sia per la forma che per il contenuto…. Quanto poi a ciò che è successo oggi, da un punto di vista umano ed europeo dovrei parlare di una giornata “no”, in cui tutto è andato storto. Ma sarebbe ingiusto e falso. Dopo oltre duecento km di strade impossibili, in mezzo alla polvere e sotto un sole che alla fine ti lascia intontito, dopo gli inutili tentativi di spingere e liberare le ruote del camion, sono certamente stanco e la mia schiena mi dice che per oggi basta ed avanza… ma sono contento.
Ho incontrato gente che non avevo mai visto. La mia gente, anche se molti di loro non avevano neppure saputo della mia ordinazione episcopale. Con loro, ho pregato. Abbiamo recitato il Padre Nostro (Papowa, ame itye i polo), chiedendo che venga il suo regno e sia fatta la sua volontà. Ma prima ho detto loro che il regno di Dio, che stiamo aspettando e chiediamo che venga, è un regno di pace, non di guerra. Che la volontà di Dio non è certo che i suoi figli debbano lasciare le loro case e vivere ammassati gli uni sugli altri in condizioni indegne, senza medicine, cibo e speranza. Li ho assicurati che Dio non si è dimenticato di loro, anzi! E' con loro, in mezzo a loro, proprio qui a Ogwette… Ho anche detto che Dio “cwinye cwer”, ha il cuore triste nel vedere questa ingiustizia che va avanti da troppo tempo. E' molto arrabbiato con chi ha causato questa situazione e con chi ora, per i propri interessi politici ed economici, non fa nulla per trovare una vera soluzione a questa tragedia.
Venuto per dare qualcosa, mi sono trovato anch'io a mani vuote, povero, impotente. Ho potuto solo parlare col cuore in mano, incoraggiando. Ho stretto la mano a centinaia di persone, bambini, anziani. E poi, con le mie mani vuote, che avrebbero dovuto e voluto distribuire farina e fagioli, ho invocato su di loro la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Mi hanno accompagnato alla macchina cantando, facendo festa. Loro, i poveri, mi hanno regalato il canto, il sorriso e la loro gioia perché il Signore oggi è venuto a visitarli nella persona del vescovo….
Sulla strada del ritorno, riflettevo che Natale è proprio questo, la venuta e la presenza del Signore nella vita dell'uomo, specialmente di chi è piccolo, dimenticato da tutti. E' successo anche oggi, a Ogwette. Non c'è bisogno di aspettare il 25 di Dicembre per aprire gli occhi ed il cuore, per vedere, accogliere e festeggiare il Signore che continua a nascere e a rendersi presente nella vita, nella gioia e nella fede dei suoi figli più poveri, quelli che non contano ma che Dio ama con tutto il suo cuore!
Arrivato a casa, a Lira, ho pensato allora di scrivervi, anche se all'inizio la stanchezza mi impediva di mettere in fila ed in ordine le cose e le emozioni che avrei voluto condividere con voi.
Poi ho aperto la posta, ed ho trovato gli auguri inviatimi da un mio amico, missionario comboniano. Si tratta delle riflessioni di un grande vescovo italiano, Tonino Bello, morto alcuni anni fa e di cui avete probabilmente sentito parlare. Permettetemi di copiarle e condividerle con voi, facendole mie perché le sento profondamente vere, e perché di fatto sono il migliore commento e conferma di quanto mi è successo oggi e succede ogni giorno intorno a me…E INTORNO A VOI!
E' il mio augurio per un Buon Natale, un Natale vero, e un Felice Anno Nuovo in cui riscoprire ogni giorno il Signore Gesù che viene e chiede di essere riconosciuto ed accolto nella nostra vita.
Andiamo fino a Betlemme, come i pastori …
L'importante è muoversi.
E se invece di un Dio glorioso
ci imbattiamo nella fragilità di un bambino,
non ci venga il dubbio
di aver sbagliato percorso.
Il volto spaurito degli oppressi,
la solitudine degli infelici,
l'amarezza di tutti gli Uomini della terra,
sono il luogo dove Dio continua a vivere
in clandestinità.
A noi il compito di cercarlo.
Mettiamoci in cammino senza paura.
Buon Natale, e buon cammino! Pregate per me. Un forte abbraccio, con la mia benedizione. Ciao!
P. Giuseppe
Bishop's House, P.O.Box 311 – Lira – Uganda E-mail: franzelli@gmail.com
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Lettera ricevuta il 13 giugno 2005
Carissimo Padre Edo,
sono Anna,la figlia di Alessandro,
appena abbiamo avuto le sue "dritte" circa i libri, siamo riusciti a trovare subito il Vangelo vol.2 e il libro sul rosario.
Innanzitutto volevo ringraziarla per la pronta risposta:
quando sul sito,per ordinare i suoi libri,abbiamo trovato segnalato QUESTO indirizzo e-mail non avremmo mai pensato di avere una risposta diretta propria da Lei (da lì dove è Lei!), che di cose a cui provvedere ne avrà certamente tante!!...pensare che subito, quella sera stessa(!!!), dall'Uganda(!!!) Lei ha scritto per dire che era in una situazione "proibitiva" per spedire i libri è stato umoristicamente commovente.
I libri sono arrivati stasera, tramite parenti,
si sta cercando di compesarli ma in realtà si fa fatica a non leggerli uno dietro l'altro!
E' incredibile come,pur nel riso suscitato dall'arguzia del dialetto, Lei sia riuscito a mantenere intatto nella sua dolcezza (e verità!)il vangelo cosicchè ci si ritrova a leggere con un allegria tutta meneghina "il Presepe" con tanto di "gibigianna" celeste ma poi la commozione ti prende la gola quando leggi che "la Madonna intrattant la se inciodava tutti sti avveniment in la memoria" perchè quel termine te la fa già vedere sul Calvario e il papà, appena letto dei pastori che"adess l'avevan vist,toccaa,e sentuu" ha detto "è la prima lettera di San Giovanni:Colui che noi abbiamo sentito,colui che abbiamo veduto con i nostri occhi e che le nostre mani hanno toccato,il Verbo della vita"...
Non mi dilungo ma approfitto di questo comodo mezzo di comunicazone per ringraziarla a nome di tutta la famiglia di questa opera che ci aiuta,insieme a tanti altri segni, ad amare sempre più in profondità la persona di Cristo e la Sua Chiesa.
La Madonna L'accompagni sempre con il suo amore,
preghiamo per Lei.
Con affetto,
Famiglia Ajroldi
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