Le lettere

Amici di Gulu
O.N.L.U.S.
Corso Lodi, 36
20135 Milano
Tel.+390254120526
amicidigulu@enter.it


 

Scrivi a Padre Edo!
emorlin@tin.it

Scrivi agli amici di Gulu!
amicidigulu@enter.it

 




Lira, 23 Dicembre 2009
Carissimi,                                                                                                    

Buon Natale e Felice Anno Nuovo!
E’ l’augurio che vi rivolgo ogni anno, sempre uguale ma al tempo stesso sempre nuovo. La fede ci dice che Gesu` viene “ieri, oggi, sempre”. Fisicamente e storicamente, e` venuto la prima volta circa duemila anni fa, a Betlemme. Dopo la sua morte e risurrezione, Cristo continua a venire e ad essere presente in vari modi nel mondo che ha salvato e nella Chiesa-famiglia che ha fondato: col suo Spirito, la sua Parola, i Sacramenti - segni efficaci della sua azione di salvezza - nella comunita’ dei credenti e nella vita di ogni uomo e donna di cui ha voluto diventare fratello assumendo la nostra umanita`. Viene, si identifica e chiede di essere accolto in modo speciale nei poveri, i piccoli, gli ultimi, i dimenticati ed oppressi.  Tutte verita’ sacrosante e conosciute, anche se spesso e volentieri le dimentichiamo, specialmente quando diventano scomode e il Bambino Gesu` del presepio assume il volto di chi e` diverso, lontano da noi per cultura, provenienenza e religione, una presenza scomoda e ingombrante da cui difenderci e magari da respingere...
Ma nel quadro generale di queste vie comuni, valide per tutti, sento e credo che c’e` un modo per certi versi unico e personale con cui il Signore vuole venire, entrare e restare nella vita di ognuno di noi. Penso sia il cammino della situazione particolare ed unica che ognuno di noi sta vivendo oggi, in questo Natale che ci accompagna alla fine del 2009. 
E’ questo il pensiero che mi abita in questi giorni. Per me, come e dove viene il Signore Gesu` quest’anno? In che situazione mi trova? Qual e` l’aspetto della mia vita che ha piu` bisogno di essere toccato, illuminato e guarito da Cristo? Come accogliere il Signore che viene per me? 
E cosi` con questa mia circolare di Natale, piu` che il racconto delle cose che faccio, vorrei condividere una riflessione e condivisione sulla situazione che sto vivendo, il momento particolare in cui quest’anno il Signore viene per me, Giuseppe Franzelli, chiedendomi di accoglierlo nella mia vita e nel mio servizio missionario come vescovo di Lira.
Sono tornato dall’esperienza del Sinodo Africano  a Roma incoraggiato e deciso a tentare di metterne in pratica gli orientamenti per far fronte ai formidabili ostacoli e problemi che sfidano la Chiesa in Africa. Negli incontri coi sacerdoti, nelle visite pastorali, ho tentato di spiegare i contenuti e le conclusioni di questo importante evento ecclesiale. Un modo semplice ed efficace di farlo e` il programma radiofonico in cui, ogni due settimane, la domenica sera spiego e rilancio le 57 proposte del Sinodo adattandole al contesto locale dell’Uganda. Ho cosi` parlato della situazione delle donne in Africa, della famiglia, del cambiamento climatico... e proseguiro` scegliendo di volta in volta un tema di particolare attualita` per la mia gente. Il programma ha successo. La gente ascolta con interesse ed interviene con messaggi e domande a cui rispondo.
Tutto bene, allora? Non esattamente.  Di fronte alla vastita` e complessita` dei problemi evocati e alla inadeguatezza delle nostre forze, e` difficile sfuggire ad una sensazione di impotenza. Gli ascoltatori a volte mi domandano: “Ma noi, cosa possiamo fare?” E la tentazione, sottile e suggerita dal “buon senso”, e` quella di rispondere: “Umanamente, poco o nulla!” Parlare, cercare e proporre soluzioni e` un conto. Metterle in pratica e` un altro.... 
Non sono solo i grandi problemi della riconciliazione, giustizia e pace in Africa a provocare un senso di impotenza e scoraggiamento. A volte bastano cose piu` banali. Qualche settimana fa, al ritorno dalla  visita pastorale in una cappella di Alito, dove avevo conferito 940 cresime, ho avuto la sorpresa di trovare il mio computer completamente distrutto da un fulmine. L’ho mandato a Kampala, ma non c’e` stato niente da fare. Non e` certo una tragedia o la fine del mondo, ma vi confesso che per vari giorni mi sono sentito irritato e giu` di corda, impotente di fronte alla mole di lavoro da fare, corrispondenza da sbrigare, rapporti da scrivere, e alla pratica impossibilita di farlo. Un piccolo episodio, che mi ha fatto pero` riflettere sulla mia fragilita` e poverta`. E` proprio vero: basta un sassolino nella scarpa per impedirci di camminare bene...
Quattro giorni fa invece, sabato 19, sono stato testimone e parte di un avvenimento davvero straordinario: l’ordinazione episcopale del nuovo vescovo di Kotido in Karamoja, il mio confratello comboniano P. Giuseppe Filippi.  Ma anche qui, inaspettateamente, e` tornato a galla e mi ha colpito fortemente lo stesso senso di inadeguatezza e poverta`. Essendo uno dei tre vescovi consacranti, mi sono trovato  fisicamente vicino al nuovo vescovo durante la cerimonia.
Ho cosi` rivissuto la mia ordinazione, il 9 Luglio 2005. “Sei stato scelto dal Signore. Ricorda che il vescovo deve cercare di servire, piu` che di comandare... Come padre e fratello, ama tutti coloro che Dio ti affida...” E ancora, alla consegna dell’anello e del pastorale: “Prendi questo anello, sigillo della tua fedelta`. Proteggi la sposa di Dio, la sua Chiesa.... Veglia e custodisci il gregge di cui sei pastore...” Di fronte alla bellezza e alla grandezza di tale compito, come non sentirmi piccolo, povero e inadeguato? Oggi, addirittura piu` di quattro anni fa, perche` questo non e` semplicemente un mestiere da imparare... E poi, c’e` la fedelta` nel servizio, che  non puo` essere data per scontata. Durante la liturgia ho pensato piu`volte con tristezza all’arcivescovo africano Milingo, ridotto proprio in questi giorni allo stato laicale. Siamo tutti deboli, portatori di un grande tesoro in vasi di argilla...
Sono tornato a Lira con negli occhi e nel cuore l’immagine del vescovo Filippi con il libro del vangelo aperto e  posato sulla testa. “Ricevi il Vangelo e predica la parola di Dio...”  Si tratta di avere il vangelo in testa e soprattutto nel cuore. Non siamo inviati a predicare le nostre idee ma la sua Parola. Non e` sempre facile, e spesso l’esito e` incerto. L’altroieri, durante la messa nella prigione di Loro, uno dei presenti ha commentato la mia omelia. “La parola del vescovo mi ha penetrato ed il suo messaggio e` arrivato fino alla punta dei miei piedi!” Confesso che la cosa mi ha fatto piacere. Ieri pero` ho avuto l’impressione che le mie parole, rivolte ad un sacerdote che ha bisogno di cambiare radicalmente stile di vita, non arrivassero e non facessero breccia nel suo cuore...  Insomma, assieme alla gioia di vedere ogni tanto i frutti dello Spirito di Dio all’opera intorno a me ed anche attraverso il mio ministero, non mancano i momenti – che in questo periodo sembrano moltiplicarsi – in cui sperimento la mia inadeguatezza di fronte al compito affidatomi, la mia poverta` e fragilita`.
E allora? La domanda non vale solo per me. So che, in circostanze diverse, capita anche a voi di non raggiungere il risultato desiderato, di sentirvi inadeguati e impari di fronte a quanto vorreste e dovreste fare. Di sentirvi piccoli e poveri, incapaci di dare l’amore, l’attenzione e l’aiuto che altri si aspettano giustamente da voi, in famiglia, sul lavoro, nella societa`.
Allora... proprio questa situazione di poverta` e debolezza e` il momento giusto per fare Natale! Per accogliere il dono della venuta di chi ha assunto e fatta sua la nostra  debolezza e viene a portarla con noi, a riempirla del suo amore e della sua forza. Natale e` per me, per voi e per tutti quelli che temono di non farcela, che si sentono tentati di smettere di lottare o di rassegnarsi e lasciare che le cose vadano come possono, lasciando perdere ideali che sembrano ormai irraggiungibili. La nostra poverta` e debolezza e` la nuova mangiatoia, il luogo  privilegiato in cui Gesu`, Figlio di Dio e nostro fratello, sceglie ora di nascere e restare con noi. Emmanuele, il Dio-con-noi, per salvarci e far rifiorire la speranza. Non perche’ noi siamo particolarmente buoni e bravi, ma perche’ il suo amore gratuito e` piu` forte dei nostri limiti. Perche’ cio` avvenga, dobbiamo pero` credere ed affidarci al suo Amore. Come un bimbo in braccio a sua madre...
Domenica mattina e` venuta a trovarmi Caterina, una dottoressa di Brescia, laica missionaria comboniana in servizio volontario all’ospedale di Aber. Aveva in braccio Maria Angela, una bimba di pochi mesi, 1.300 grammi alla nascita. La mamma e` morta dopo il parto. Il papa` e` scomparso. La nonna voleva uccidere la bimba, ritenuta responsabile della morte della figlia. Affidata inizialemte alle cure delle suore ed infermiere, la piccola ha ora trovato in Caterina una nuova mamma. Guardando Maria Angela, piccola e fragile, dormire rilassata fra le sue braccia con un  accenno di sorriso sulle labbra, ho visto con chiarezza che questo e` il modo giusto di vivere il Natale e il nuovo anno che il Signore ci regala: affidati alle sue mani, fiduciosi nel suo amore, piu` grande e forte della nostra poverta`! E’ il dono che chiedo per me e per tutti voi, in modo da poter davvero accogliere il Signore che viene a salvarci, celebrando nella gioia e nella speranza il suo Natale e la nostra rinascita.

Allora, BUON NATALE a tutti, ed un ANNO NUOVO pieno della sua presenza e del suo amore!                                                 
P. Giuseppe



Roma, 18 Ottobre 2009
    Giornata missionaria mondiale

Carissimi,

vi scrivo da Roma, dove sto partecipando al sinodo dei vescovi sull’Africa. E’ sera tardi. Tra poco si conclude anche la giornata missionaria mondiale, celebrata oggi con il tema: “Le nazioni cammineranno alla sua luce” (Ap. 21.24).

Alzandomi stamattina, in una camera d’albergo vicino a S. Pietro, ho avuto per un attimo l’impressione di trovarmi fuori posto. “In una giornata come questa, io dovrei essere a casa mia, in missione,a Lira, in Africa!”, ho pensato istintivamente. Ma è subito prevalsa la consapevolezza che è proprio l’Africa che mi ha portato a Roma. Assieme ad altri vescovi, sono stato infatti scelto dalla conferenza episcopale per rappresentare l’Uganda alla seconda assemblea speciale del sinodo dei vescovi per l’Africa.
Il primo “sinodo africano” si è tenuto nel 1994 ed ha proposto la visione della Chiesa come “Famiglia di Dio” in Africa. A distanza di quindici anni, la Chiesa africana registra una impressionante crescita numerica: i 102 milioni di cattolici del 1994 erano già oltre 164 nel 2007, ed oggi ci sono altre 80 diocesi e 100 nuovi vescovi. Se la famiglia di Dio è cresciuta, sono però aumentati anche i problemi e le sfide che la Chiesa si trova ad affrontare. Oggi il continente africano è ancora afflitto da vari conflitti armati ma ancor più da povertà, condizioni climatiche avverse, degrado ambientale, corruzione, sfruttamento delle sue risorse naturali da parte di multinazionali straniere con la complicità di governi locali, da enormi ingiustizie sociali, da malattie come la malaria, la tubercolosi e naturalmente l’Aids, da ricorrenti siccità e conseguenti carestie che sono in effetti cause di ulteriori divisioni, ingiustizie e nuovi conflitti. Di qui la necessità di convocare un secondo “sinodo africano”, sul tema: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, giustizia e pace”, illuminato dalle parole di Gesù: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo”( Mt. 5, 13.14).
Eccomi quindi a Roma, dal 4 al 25 Ottobre, con più di 240 vescovi riuniti insieme al Papa, per un intenso scambio di esperienze, discussione, preghiera e discernimento nel tentativo di individuare vie e mezzi concreti per costruire la pace, ristabilire la giustizia e riconciliare un continente ferito da troppe divisioni. Per questo, nonostante la lontananza dalla mia gente, sono contento di essere qui, in un momento in cui la Chiesa universale mette l’Africa al centro della sua attenzione. Ascoltando i vescovi africani denunciare con coraggio le ingiustizie di cui sono vittime i loro popoli e levare la voce invocando la  solidarietà di tutta la Chiesa, non posso fare a meno di pensare a Comboni. Giovane sacerdote, durante il Concilio Vaticano I del 1870, don Daniele correva da un padre conciliare all’altro, supplicando vescovi e cardinali di firmare il suo “Postulatum”, la richiesta di discutere nel Concilio il caso della “Nigrizia” e mettere le sorti dell’Africa Centrale, dimenticata e ignorata da tutti, al centro del cuore e della preoccupazione missionaria di tutta la Chiesa. La presa di Roma da parte delle truppe italiane portò alla sospensione del Concilio, e non se ne fece nulla. Comboni non si arrese e continuò il suo impegno, dando la vita per gli africani. Sono certo che il 10 ottobre, anniversario della sua morte e giorno della sua festa liturgica, San Daniele Comboni ha guardato con gioia allo spettacolo della sua “Nigrizia” posta finalmente da centinaia di vescovi africani al centro dell’attenzione e del cuore di tutta la Chiesa.
    
Personalmente, il mio piccolo contributo al sinodo lo sento e vivo proprio in continuità con il tentativo comboniano di dare voce all’Africa. Lo faccio insistendo sull’importanza di un uso più coraggioso e coordinato dei mezzi di comunicazione sociale. Si tratta innanzitutto di diffondere meglio e con più efficacia in tutto il continente la buona notizia del Vangelo, l’unica capace di portare davvero riconciliazione, giustizia e pace durature. Dalle 15 radio cattoliche all’epoca del primo sinodo africano, siamo ora giunti a 163, in 32 paesi del continente. Ne abbiamo una anche a Lira: Radio-Wa, cioè “la nostra radio”. Da qualche tempo, ogni domenica sera parlo alla mia gente dei problemi, speranze ed iniziative della Chiesa di Lira. Nominato dalla conferenza episcopale ugandese come responsabile nazionale dei mezzi di comunicazione sociale, sto tentando di spingere le varie radio diocesane a collaborare e lavorare in rete, scambiando notizie e programmi, unendo gli sforzi per avere un maggiore impatto nell’evangelizzazione e nella formazione di un’opinione pubblica informata, cosciente dei propri diritti e responsabilità in campo civile, sociale, politico e religioso. Non è certo facile. Non più tardi di un mese fa, nel corso di disordini e sparatorie in cui mi sono trovato casualmente coinvolto io stesso a Kampala, una nostra radio cattolica è stata chiusa dal governo. Abbiamo dovuto ricorrere personalmente al Presidente dell’Uganda perché fosse riaperta. Del resto, qualche anno fa, durante la guerriglia, la nostra radio di Lira è stata bruciata dai ribelli, irritati dal successo di un programma che aveva convinto molti di loro a deporre le armi e tornare a casa!
Oltre ad assicurare una migliore comunicazione e comunione all’interno della Chiesa e del continente africano, l’uso coordinato ed in rete dei mezzi di comunicazione a nostra disposizione potrebbe e dovrebbe permetterci di far sentire più forte al mondo la voce dell’Africa vera. Quella di un continente che non è solo luogo di miseria e continue tragedie, ma anche e prima di tutto un’Africa che affronta con coraggio e speranza i suoi problemi, capace di attingere alle sue migliori tradizioni e di offrire al mondo modelli inediti e concreti di riconciliazione e soluzione dei conflitti.  E’ la voce di questa Africa che bisogna far ascoltare.
E’ quello che sto cercando di fare in questi giorni, anche al di fuori degli impegni e del lavoro intenso del sinodo, con varie interviste in inglese, francese e spagnolo a Radio Vaticana, ed altre a Sat 2000, al Tg 1 per la Rai… Sono cose che richiedono tempo e pazienza, ma le faccio volentieri perché sono convinto che fare missione oggi significa anche dare voce all’Africa e alla sua gente. Agli oltre 100 mila immigrati, in gran parte africani, che ieri hanno pacificamente marciato per le vie di Roma per chiedere di essere trattati con il rispetto dovuto ad ogni uomo, ma anche ai 7 giovani cristiani crocifissi nel Sud Sudan poco tempo fa dai ribelli del LRA nel silenzio ed indifferenza quasi totale della nostra stampa. In fondo, anche questa lettera circolare è un piccolo tentativo di comunicare e condividere con voi il dono e il compito della missione. Uno strumento di comunione ed un  ponte con l’Africa.

Approfittando della pausa domenicale dei lavori sinodali, oggi sono andato a pranzo dalle suore missionarie comboniane. Volevo rivedere e salutare Sr. Rachele. Nell’ottobre 1996 Sr. Rachele ha inseguito i ribelli del LRA che avevano rapito 139 ragazze della scuola di Aboke, nella mia diocesi. E’ riuscita a farsene restituire 109, ma ha dovuto lasciare nelle mani dei guerriglieri le altre 30. Da allora, Rachele non ha mai smesso di lavorare e soprattutto pregare per il loro ritorno. Ancor oggi, parlando delle “sue ragazze”, le luccicano gli occhi.
Domani andrò a trovare i rappresentanti di tutti i comboniani, riuniti a Roma nel  Capitolo Generale per eleggere la nuova direzione dell’istituto e rilanciare la nostra presenza missionaria nel mondo. Come Sr. Rachele e tutti i comboniani, anch’io porto nel cuore l’Africa e la mia gente, ovunque sia e vada. Ieri, incontrando e salutando brevemente il Papa, gli ho  portato i saluti e la richiesta di una benedizione da parte dei carcerati che ho visitato recentemente nella prigione centrale di Lira, quasi 600, stipati in un ambiente costruito dagli inglesi nel lontano 1930 per non più di 200 persone. Un po’ sorpreso dalla richiesta, Benedetto XVI l’ha accolta e mi ha assicurato una benedizione particolare per loro e per tutta la mia diocesi.
E così, con la benedizione del Papa ed il messaggio di riconciliazione, giustizia e pace del sinodo, torno in Uganda il 31. Ringrazio quanti in questi mesi hanno generosamente e con sacrificio aiutato la missione della Chiesa di Lira.  Ad ognuno di voi chiedo di accompagnarmi con la preghiera. Il Signore Gesù vi benedica e vi dia la sua gioia e la sua pace!

P. Giuseppe

Lira, 4 Aprile 2009
Carissimi,


Buona Pasqua di Risurrezione  nel Signore Gesù!
Stasera è esattamente una settimana che sono tornato in Uganda, dopo una lunga assenza di due mesi e mezzo in Italia tra ricovero, operazione alla spalla destra con impianto di protesi, degenza in ospedale e poi un periodo di riabilitazione e fisioterapia . Ho avuto il piacere di vedere od almeno sentire parecchi di voi, ma per ovvii motivi non ho potuto incontrare né vedere la maggioranza dei miei amici. Permettete quindi che mi rivolga a tutti con questa lettera  per farvi i migliori auguri di Buona Pasqua. A questo scopo, anche se vi parrà strano, vorrei   parlarvi di Lazzaro, di Catherine Ajok e della mia spalla.

Spero non vi dispiaccia se comincio da quest’ultima. Non è certo la cosa più importante, ma mi serve anche per rispondere all’affettuoso interesse con cui molti mi hanno scritto, telefonato o comunque si stanno chiedendo: “Come va la spalla, dopo l’operazione”? 
La risposta è: “Bene, grazie!” Colgo volentieri quest’occasione per ringraziare ancora una volta, dopo il buon Dio, i medici che mi hanno operato e curato, il personale sanitario del reparto, i fisioterapisti che mi hanno seguito con grande professionalità e squisita  umanità, le suore e i cappellani, la comunità comboniana di Brescia e naturalmente la mia famiglia,  parenti, compaesani ed amici che mi sono stati vicini in mille modi con il loro affetto. Dio benedica e ricompensi tutti.  
 
Tornando alla mia spalla, medici, infermieri e fisioterapisti mi hanno fatto capire una cosa importante: l’impianto della protesi è riuscito perfettamente e mi dà la possibilità di un buon ricupero della mobilità, ma la misura ed il successo pratico dell’intervento dipendono ora in grandissima parte dal mio impegno e costanza nel fare ancora per vari mesi gli esercizi che mi sono stati indicati. Solo così si potrà dire che è davvero riuscito, raggiungendo pienamente il suo scopo. Cosa c’entra questo con la Pasqua? Vi assicuro che c’entra, ma prima lasciate che vi parli anche di Catherine e di Lazzaro.

Lazzaro, lo conoscete tutti. L’amico di Gesù, fratello di Marta e Maria. Quando muore, Gesù si reca a Betania. Piange. E poi, davanti al sepolcro in cui l’amico giaceva già da quattro giorni, lo chiama: “Lazzaro, vieni fuori!” Il vangelo dice che “il morto uscì , con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare” (Gv. 11,43-44). Quello della risurrezione di Lazzaro è un brano di vangelo molto noto. Oggi però, ad Aboke, durante la  speciale e commossa celebrazione per il ritorno a casa di Catherine Ajok, mi ha colpito in modo speciale.

Catherine Ajok era in seconda media quando, la notte del  10 Ottobre 1996, venne rapita dai ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA) nella scuola secondaria St. Mary’s diretta dalle suore missionarie comboniane in Aboke, nella diocesi di Lira. In tutto, 139 ragazze vennero costrette a seguire i rapitori nel bosco. Rischiando la vita, la vice direttrice della scuola, Suor Rachele si mette sulle loro tracce, li raggiunge e riesce a farsi restituire 109 ragazze. Per le altre 30 invece, niente da fare. Sr. Rachele supplica, si inginocchia e offre se stessa in cambio… ma i ribelli non cedono e le portano via, sparendo nel bosco. La vicenda delle “ragazze di Aboke” fa il giro del mondo.
(Els De Temmerman ne ha tratto un  libro, pubblicato anche in Italia dalle Edizioni Ares e intitolato appunto “Le ragazze di Aboke”, che consiglio a chi volesse saperne di più).
 I tentativi anche a livello internazionale di ottenere il loro rilascio non ottengono alcun risultato. E così si consuma la tragedia di queste ragazze, prigioniere dei ribelli, distribuite come  mogli dei vari comandanti, madri di figli non voluti, costrette a condividere la vita e i pericoli della guerriglia, accampandosi e spostandosi nel bosco, partecipi di imboscate, attacchi e scontri con l’esercito ugandese.

Una vicenda di paure, sofferenze, stenti e soprattutto violenza che si trascina per anni. Quattro ragazze muoiono. Altre riescono a scappare o sono catturate durante gli scontri fra i ribelli e l’esercito. A distanza di oltre dodici anni, ne restano ancora due nel bosco. Circa un anno fa, dopo Pasqua, durante la fase finale delle trattative per la pace a Juba in Sudan, io stesso avevo chiesto ad una delegata dei ribelli il loro rilascio. Mi era stato risposto che la cosa purtroppo era impossibile perché Myriam e Catherine erano diventate mogli di Joseph Kony, il capo dei ribelli. Da allora, più nessuna notizia.  

Fino a qualche settimana fa, quando Catherine Ajok è improvvisamente spuntata dalla foresta in Congo, portando con sé il bambino di appena  21 mesi avuto da Kony.  Caduta con un gruppo di ribelli in una imboscata dell’esercito, questa ragazza di 25-26 anni si è data alla fuga, ritrovandosi poi sola nel bosco. Ha vagato per quasi un mese, mangiando erbe e radici, scampando miracolosamente a tutta una serie di pericoli, compreso l’incontro con un leone…

Oggi, giunta all’ingresso della sua vecchia scuola e accompagnata dai genitori, Catherine è stata accolta e portata di peso dalle studentesse di Aboke fra canti, lacrime e grida di gioia fino allo spiazzo allestito per la celebrazione della Messa di ringraziamento per il suo ritorno. All’offertorio, i doni simbolici portati sull’altare  - catene spezzate, erbe e radici amare, una candela accesa sorretta dal bambino di Catherine e di Kony – esprimevano ciò che era comunque chiaro a tutta la folla commossa, che aveva appena ascoltato il vangelo della risurrezione di Lazzaro.   

Anche Catherine, come Lazzaro, è uscita dalla tomba di dodici anni e mezzo di prigionia, 4887 lunghi giorni di sofferenza e di violenza. Sì, in un certo senso è stata risuscitata, restituita alla sua famiglia. Quando ormai sembrava che non ci fossero più speranze, le viene offerta la possibilità di una vita nuova. Per Catherine e per il suo bimbo oggi è davvero Pasqua! L’abbiamo celebrata insieme alla folla che si stringeva attorno a lei, abbiamo ringraziato e lodato il Signore per il miracolo che nel suo amore misericordioso ha voluto compiere oggi in mezzo a noi. Eppure, sento che manca ancora qualcosa…

Durante la celebrazione, ho avuto modo più volte di guardare questa giovane donna che attraversato il tunnel oscuro di dodici anni e mezzo di oppressione. Seduta per allattare il suo bambino, in piedi per accogliere il segno di pace e l’abbraccio della gente, il suo volto rimaneva spesso disteso ma come assente, in un atteggiamento quasi neutrale, riservato, di chi c’è ma al tempo stesso potrebbe essere altrove. Anche quando, dopo la messa, ci siamo recati alla grotta della Madonna, dove ogni giorno per anni le ragazze della scuola hanno recitato il rosario per il ritorno delle loro compagne ancora prigioniere, nel deporre una corona di fiori di fronte al capitello coi nomi delle ragazze morte nel bosco, il volto e lo sguardo di Catherine non hanno tradito alcuna emozione.
La psicologia, e prima ancora il buon senso, ci dicono che si tratta di una persona ferita, con profondi traumi, che andranno curati con pazienza e sui tempi lunghi. Addestrata a nascondersi, scappare, difendersi o attaccare per sopravvivere, le occorreranno anni per rilassarsi ed assumere un altro atteggiamento, positivo e costruttivo. Dovrà imparare e ricominciare a vivere in modo nuovo.

Come Lazzaro, appunto. Risorto ma ancora rinchiuso e legato dalle sue bende. Per questo Gesù deve dire ai suoi amici: “Scioglietelo!”. Da solo, senza il loro aiuto sollecito e premuroso, Lazzaro sarebbe rimasto una .... mummia vivente! E’ un’espressione scherzosa, che nasce però da una riflessione che sento importante  per me e che vorrei condividere con voi, per dare un senso più pieno agli auguri che ci scambiamo per Pasqua

La Risurrezione è il miracolo che solo Dio può fare, il dono gratuito del suo amore per i figli coi quali, per mezzo di Cristo, vuole condividere la sua stessa vita. Ma questo dono è accompagnato dall’invito a fare la nostra parte, cioè a camminare e crescere nella nuova vita che ci è regalata. Gesù ha fatto uscire Lazzaro dalla tomba. Dio ha liberato e fatto tornare a casa Catherine. Dio ha fatto e fa sempre la sua parte. Tocca ora a noi continuare e completare la sua iniziativa  perché porti frutto ed abbia successo. Siamo chiamati a dare una mano a Dio perché possa completare la nostra risurrezione nel cammino di ogni giorno, facendo crescere la vita nuova che egli ha seminato in noi e attorno a noi.

E’ il compito degli amici che sciolgono Lazzaro dalle sue bende. Il lungo cammino di guarigione e reintegrazione che Catherine dovrà intraprendere, sorretta e accompagnata con amore e delicatezza da chi le sta accanto. In fondo, se mi permettete questo paragone ed accenno personale,  è come il  compito che mi aspetta  a livello fisico, per il ricupero della mobilità della mia spalla e del mio braccio. Medici, infermieri e fisioterapisti hanno fatto egregiamente la loro parte. Il resto dipende ora da me, dal mio impegno e fedeltà a fare ogni giorno gli esercizi indicati.

Aldilà dell’esempio banale della spalla, sono certo che tutti noi comprendiamo come la ricorrenza della Pasqua metta in gioco e ci inviti ad una decisione su tutta la nostra vita.
Si tratta di scegliere innanzitutto se vogliamo accogliere con gioia il dono di Gesù morto e risorto che ci tira fuori dal nostro sepolcro, oppure se pensiamo di poter farcela da soli a gestire la nostra vita. E poi, decidere se ci accontentiamo di restare immobili, mummie viventi, prigionieri dei nostri limiti, o se invece accogliamo l’invito a darci da fare per sciogliere i nodi e i blocchi che ci impediscono di camminare e seguire il Signore risorto in una vita nuova, animata dal suo amore.

A qualcuno queste considerazioni potranno sembrare un po’ troppo generali e campate per aria, ma  basta un minimo di onestà e sincerità per riconoscere che anche tutti noi, nessuno escluso, proprio come Lazzaro e come Catherine, siamo ancora impigliati, trattenuti e legati in vari modi dalle nostre bende, ferite, paure, incapacità, chiusure e peccati. Io, tu, tutti noi abbiamo innanzitutto bisogno oggi di essere nuovamente liberati e risuscitati dall’amore vivificante di Cristo. E poi, per ricominciare a camminare e vivere in pienezza il dono ricevuto,  abbiamo bisogno, come  Lazzaro e Catherine, di qualcuno che ci aiuti, di amici, fratelli e sorelle che ci sleghino, ci tolgano le bende, ci accompagnino.
 
Coscienti che da soli non riusciremo a liberarci, scopriremo allora che anche gli altri attorno a noi hanno lo stesso bisogno. Non si può fare Pasqua e viverla da soli. E’ aiutando l’altro, il vicino, - i tanti Lazzari e Catherine accanto a noi - che diventiamo noi stessi più liberi, nuovi e vivi. Per questo, oggi, alla fine della Messa, ho chiesto a Catherine di aiutare me e tutta  la gente che si era radunata intorno a lei per festeggiare il suo ritorno.

La cosa ha sorpreso Catherine, impegnata a distribuire ad alcuni  parenti e membri dell’assemblea un pizzico di sale, quasi a voler simbolicamente condividere con loro sia l’amarezza dell’esperienza vissuta sia il sapore della vita nuova che sta per cominciare.
L’ho chiamata vicino a me, prima della benedizione finale, ed ho ricordato a tutti che il sale è anche simbolo di saggezza. Abbiamo tutti bisogno di diventare più saggi, per fare le scelte giuste a livello personale, in famiglia, nella società in cui viviamo. Oggi in Uganda (ma non solo!) abbiamo grande bisogno di saggezza,  per non ripetere gli sbagli del passato, per far sì che le sofferenze di Catherine e di tante persone come lei non siano state inutili. A nome di tutti i presenti, ho quindi chiesto a Catherine di darmi un pizzico di sale, perché l’esperienza della sua  prigionia renda noi più liberi, insegnandoci a costruire insieme una società più unita, capace di vivere e crescere in pace.
Ricevendo ed assaggiando il sale dalle mani di Catherine Ajok, ho chiesto in cuor mio a Dio, per me e per tutti un po’ della vera sapienza, dono dello Spirito che Gesù risorto ci ha portato con la sua Pasqua.   

E così, con una settimana di anticipo sulla veglia pasquale, mi è stato dato oggi di celebrare la Pasqua: annunciata nella resurrezione di Lazzaro, resa attuale e simboleggiata dal ritorno di Catherine e del suo piccolo Deogratias (!), offerta anche quest’anno ed ogni giorno a tutti noi, come dono e  cammino di vita nuova, dalla morte e risurrezione di Gesù.

E’ questa la Pasqua , vera e santa, che auguro di cuore a ciascuno di voi!   

Vostro,                                                                                                              

 p. Giuseppe 

Lira, 23 Dicembre 2008

Carissimi,

BUON NATALE e Felice Anno Nuovo! Mi spiace che quest'anno i miei auguri vi arriveranno quasi certamente in ritardo, ed ancor più che per molti questo Natale sarà probabilmente meno “buono” e felice del solito per le preoccupazioni e conseguenze della grande crisi che interessa l'economia mondiale. Per me, è questo un motivo in più per augurarvi di cuore un Natale vero ed un Anno in cui la novità e felicità non consista tanto nell'impossibile assenza di problemi e difficoltà, quanto piuttosto nella capacità di fare le scelte giuste e vivere ogni giorno con amore. Non è un augurio impossibile, dal momento che davvero il Signore viene ed è in mezzo a noi.

Sappiamo che il Natale del Signore è il momento in cui Dio ha raggiunto l'uomo, facendosi uno di noi, entrando nella nostra storia. Questo è avvenuto oltre 2000 anni fa, con Gesù, a Betlemme. Ma ora? La celebrazione liturgica annuale di questo evento è l'occasione che ci viene offerta per lasciarci raggiungere dal Signore fino in fondo, oggi. Nell'incontro più importante della nostra vita. Detto così, suona bene, e può sembrare anche facile. Ma in pratica, dove e come possiamo incontrare oggi ‘il Signore che viene'? Spero di non scandalizzare nessuno con queste domande.

So benissimo che la risposta è quella della fede. Ma credere non è sempre scontato ed automatico, specie di fronte a certi fatti e situazioni che invece della pace cantata dagli angeli a Betlemme parlano ancora il linguaggio violento della guerra, e che, invece di porre al centro della nostra attenzione ed amore il Bambino, lo schiacciano con inaudita crudeltà.

Domani a mezzanotte in Uganda canteremo “Pace in terra agli uomini di buona volontà” con in cuore un po' di amarezza e delusione perché per l'ennesima volta alla fine di novembre Kony, il capo dei ribelli, è venuto meno alla promessa di firmare la pace. Così, in questi ultimi giorni, la “buona volontà” di pace ha lasciato il posto ad un attacco congiunto dei tre eserciti dell'Uganda, Congo e Sudan contro le basi dei ribelli nella foresta di Garamba. Bombardamenti a tappeto, seguiti dall'entrata in campo di truppe scelte da terra. Mentre scrivo, non c'è traccia di Kony, finora sfuggito all'attacco, e neppure del grosso dei ribelli. Ma mancano anche notizie certe sulla sorte delle donne e dei bambini presenti nei campi dei ribelli. Sarà pace, o strage degli innocenti?

Sulla mia scrivania, molti biglietti di auguri per Natale recano l'immagine di Gesù Bambino. Penso ai vostri figli che ne depositeranno e ammireranno la statuina nella mangiatoia del presepio nelle vostre case. Sono immagini che non smettono mai di intenerire, ricche di icordi e sentimenti …. Ma stavolta queste immagini fanno fatica a cancellare le foto atroci e le notizie apparse a varie riprese sui giornali ugandesi in questi mesi, testimoni di un fenomeno agghiacciante e quasi incomprensibile. Sono ormai una diecina i casi accertati di bambini, neonati o di pochi anni, “sacrificati”, decapitati, sepolti vivi o smembrati da adulti e uomini d'affari, convinti di ottenere in questo modo enormi fortune e ricchezze. Sono cose che fanno inorridire, certo. Da non menzionare nella classica lettera di Natale. Ma non posso fare a meno di pensare che, quando l'individuo o la nostra società pongono al centro come fonte di felicità e scopo della vita il potere, il mercato, l'interesse, il denaro, allora il risultato è tragicamente lo stesso in Africa come in Europa od America, aldilà delle forme più o meno rozze o raffinate in cui si esprime: guerre assurde, bambini sacrificati, povertà per le fasce più deboli della nostra società occidentale, miseria e collasso per interi paesi emergenti o in via di sviluppo.

Giorni fa, ho fatto un salto alla nostra Babies Home di Ngetta. Accogliamo bambini orfani, abbandonati, spesso sieropositivi. La suora incaricata mi ha mostrato e messo fra le braccia l'ultimo arrivato, nato meno di ventiquattro ore prima. Mentre in bicicletta portavano la mamma dal villaggio a Lira per farla partorire in ospedale, qualcosa è andato storto. La donna ha partorito per strada ed è morta. Così, delle due persone che l'accompagnavano, una ha riportato al villaggio la morta, e l'altra ha portato il bambino alla Babies Home. Guardando questo neonato, l'imminenza del Natale mi ha richiamato immediatamente la venuta al mondo di un altro Bambino. L'evangelista Luca ci dice che a Betlemme per Giuseppe e Maria, prossima a partorire il suo bambino, non c'era posto Per questo è nato in una stalla. Ma, il Signore mi perdoni!, non ho potuto fare a meno di pensare che quel Bambino è stato accolto con amore dalla più tenera delle mamme, ed è stato chiamato con un nome significativo di tutto un piano programma: Gesù, “Dio salva”. Invece io mi trovavo fra le braccia un bimbo senza nome e soprattutto senza la mamma, morta nel darlo alla luce. Un esserino di poco più di un chilo, che lotta per sopravvivere. Un bambino, umanamente parlando…. più solo e più povero di Gesù!

Eppure, sono convinto e credo che, oggi, Natale è anche questo. E' il Signore che viene e chiede di essere riconosciuto, accolto, amato in questo come in tutti i bambini e i poveri del mondo. Quella del Natale, del Signore che viene, del Bambino e di ogni vita umana da rimettere al centro, da accogliere, aiutare e servire, è una sfida da ricominciare ogni giorno. Una scommessa, da giocare nella fede, con un impegno concreto e quotidiano, che tocca a me qui a Lira e a ciascuno di voi in Italia o dovunque siate. Per farlo, occorre uno sguardo di fede. E qui torniamo a quanto vi accennavo prima: non è automatico, non è sempre facile. Per questo la Chiesa , stamattina, ha invitato tutti i sacerdoti e i fedeli che hanno pregato il breviario a ripetere una serie di suppliche a Dio che terminavano con l'invocazione: “Signore Gesù, aiutaci a credere che vieni!”. E' una preghiera che sento profondamente, e che ripeto volentieri anche a nome di quanti fanno ancor più fatica a credere e quindi a “fare Natale”. Se ci state, potrebbe diventare la nostra comune preghiera di Natale. Un modo semplice ma efficace di unirci e celebrare insieme il Natale, lasciando che accada in ciascuno di noi ed impegnandoci a condividerlo con chi ci sta intorno, in famiglia, a scuola, in parrocchia, in ufficio, sul lavoro, dappertutto.

Signore Gesù, aiutaci a credere che vieni. Che sei con noi, anche oggi, in Uganda, in Italia, nel mezzo della crisi economica che disturba i sonni e le tasche dei ricchi ma schiaccia la vita di tanti poveri e piccoli, mettendo sul lastrico tante famiglie e creando milioni di poveri in Africa e in altri paesi del mondo. Aiutaci a credere e a vederti. A riconoscerti ed accoglierti in tutte le situazioni umane, nella gioia e nel dolore, nella pace e nella guerra. Nella tua nascita a Betlemme, nelle culle di tutti i bambini nati dall'amore come pure nel sangue di quelli sacrificati dalla cupidigia umana. In noi stessi, nelle nostre famiglie, nella nostra vita di ogni giorno!

Buon Natale e Felice Anno Nuovo a tutti!
p. Giuseppe

PS. L'inizio del nuovo anno mi vedrà in Italia per un soggiorno forzato di oltre due mesi. Il 20 gennaio sarò infatti operato alla spalla destra, con impianto di protesi. Nessuno è indispensabile, ma la mia prolungata assenza dalla diocesi crea comunque una serie di problemi e difficoltà. Vi chiedo quindi una preghiera per me, per la buona riuscita dell'intervento e della riabilitazione, e per la mia gente in Uganda. Grazie!

Roma, 18 Ottobre 2008

Carissimi,

vi scrivo da Roma. Il primo ad essere sorpreso ed un po'… spiazzato da questa circostanza sono proprio io. I vescovi dell'Uganda mi hanno infatti scelto, assieme all'arcivescovo africano di Mbarara, per rappresentare la nostra conferenza episcopale al Sinodo dei Vescovi che si svolge a Roma dal 5 al 26 Ottobre, per riflettere sul tema “ La Parola di Dio nella vita e missione della Chiesa”. E' la notte dal sabato alla domenica 19, Giornata Missionaria Mondiale. Alcuni minuti fa, dalla terrazza della casa in cui sono alloggiato da due settimane assieme a 45 degli oltre 250 vescovi presenti al Sinodo, guardavo la piazza e la cupola della basilica di S. Pietro, splendidamente illuminate in questa notte romana. Quanto lontana e diversa l'umile cattedrale di Lira, divenuta troppo piccola per contenere la gente che fra poche ore andrà a pregare nel giorno del Signore!

Ma si tratta della stessa Chiesa, la famiglia di Dio a cui tutti apparteniamo e alla quale il Signore ha affidato la sua Parola, la buona notizia del vangelo che ci è chiesto di annunciare a tutto il mondo.

Eccovi allora il mio messaggio, stavolta non dalla periferia ma dal centro geografico della Chiesa. Come riassumere in una lettera i sette mesi trascorsi dalla mia ultima circolare? Non ci provo nemmeno. Accennerò solo ad alcuni dei tanti avvenimenti che hanno segnato la mia vita e servizio missionario a Lira. Mi scuserete se lo faccio senza un preciso ordine cronologico, pescando i ricordi così come vengono.

Comincio dalla fine, cioè da oggi. Alcune ore fa, nella cappella Sistina, assieme al Papa, cardinali, vescovi e invitati del Sinodo, sono stato testimone di un momento “storico”. Durante la preghiera dei Vespri, per la prima volta nella storia un patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha condiviso coi padri sinodali cattolici l'esperienza di fede e la riflessione teologica della Chiesa ortodossa sulla Parola di Dio, il cui annuncio, affidato a tutti i cristiani, viene purtroppo indebolito e compromesso dalle nostre divisioni. E' stato un momento intenso di comunione, che ha acuito il desiderio e la preghiera perché si ristabilisca al più presto l'unione fra le nostre Chiese.

In mattinata, nell'assemblea presieduta dal Papa, sono intervenuto perché nel messaggio finale del Sinodo non venisse dimenticata l'Africa, con i valori e i doni che essa può recare alla Chiesa e a tutta l'umanità. Si è trattato di un dettaglio, che ho però vissuto e mi è parso in simbolica continuità con la presenza e l'intervento del giovane Daniele Comboni durante il Concilio Vaticano I nel 1870, nel tentativo di portare l'Africa, dimenticata da tutti, al centro dell'attenzione della Chiesa.

L'appuntamento storico del Sinodo, momento di grazia per la Chiesa , mi ricorda un altro avvenimento che avrebbe dovuto segnare la storia dell'Uganda. Alla fine di marzo, assieme ad altre autorità tradizionali, religiose e politiche, sono andato anch'io a Juba, in Sud Sudan, per la firma del trattato di pace fra i ribelli dell'Esercito di Resistenza del Signore (LRA) e il governo ugandese. Purtroppo Kony, il capo dei ribelli, non si è fatto vedere. L'amarezza per questa grande occasione “storica” mancata mi pesa ancora sul cuore, e si trasforma in una preghiera ancor più accorata perché il Signore voglia finalmente concedere all'Uganda il dono della pace.

Il 12 luglio ho avuto invece la gioia di iniziare le celebrazioni per i 40 anni di vita della diocesi di Lira con l'ordinazione di due sacerdoti novelli e di due diaconi. Anche questo fa parte della “storia” di salvezza che Dio porta avanti accompagnando il cammino del suo popolo.

Ma tale storia non è fatta solo o soprattutto di avvenimenti straordinari e celebrazioni solenni. Non tutti possono essere protagonisti o testimoni di questi momenti eccezionali. Di fatto però la storia vera, tessuto di fondo su cui s'inseriscono gli avvenimenti eccezionali, è costituita dalla trama dei piccoli fatti e dalle scelte di ogni giorno. Le mie, le vostre. Se vissuti con fede e con amore, qualsiasi circostanza e momento della nostra vita diventano storia di salvezza, un'occasione “storica” perché unica ed irripetibile, in cui siamo chiamati a collaborare con Dio che porta avanti il suo piano e costruisce il suo Regno. In questa prospettiva, niente è inutile, negativo e da scartare. Diligentibus Deum, omnia cooperantur in bonum . Il latino è la lingua ufficiale del Sinodo, ma questo è molto facile da tradurre, anche se più difficile da credere e mettere in pratica: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio.” Gioie e dolori, successi ed insuccessi, malattie… tutto. Anche l'imprevisto che alla fine di maggio, scombussolando i miei piani, mi ha costretto al ricovero in ospedale per rimuovere i calcoli ai reni. Aldilà delle apparenze, credo allora che sarà un momento di grazia anche l'intervento alla spalla che si prospetta ormai inevitabile e che molto probabilmente subirò il prossimo gennaio.

Mi sostiene in questo atteggiamento la fede e la forza con cui vedo la mia gente a Lira affrontare difficoltà ben più grandi. Mi incoraggia l'esempio di un'amica che in Italia sta vivendo in pienezza e con amore lo spazio di vita lasciatole da un linfoma. O la semplicità e forza senza ostentazione di Betty, la ragazza di cui vi ho già parlato in passato. Le piogge di questi ultimi mesi hanno avuto la meglio sul tetto della casa in cui abita assieme alla sorella e ai due fratellini. Improvvisamente, un giorno, il tetto è crollato. Da allora, di notte, dormono contemplando le stelle… “Ma quando piove?”, ho chiesto a Betty quando l'ho saputo e l'ho incontrata. “Se piove forte, i miei fratelli e mia sorella scappano e chiedono rifugio nelle capanne dei vicini”, mi ha risposto. “ E tu?” “Beh, io dormo sotto il letto!” Il tutto con un sorriso, motivando la scelta come una precauzione per evitare che qualche malintenzionato entri a rubare quel poco che c'è in casa.

Non commento. Aggiungo solo che con l'aiuto di alcuni amici italiani stiamo costruendo una casa per Betty e i suoi fratelli. Ma sono esempi come questi che mi danno fiducia. Attraverso i piccoli fatti ed eventi che segnano la nostra vita quotidiana, spesso nascosti e apparentemente banali, il Signore ci chiama ad essere protagonisti della sua storia di salvezza. E così, lentamente ma costantemente, come il seme che germoglia e cresce senza fare rumore o notizia, Dio costruisce il suo Regno. E a poco a poco, qualcosa cambia anche intorno a noi.

Se Dio vuole, a Lira i prossimi mesi vedranno finalmente concretizzarsi alcuni piani e sogni: lo scavo dei pozzi per i dispensari e maternità, il completamento del Centro per Famiglie e la ripresa dei lavori per il Centro diocesano giovanile… Ognuna di queste realizzazioni è un piccolo pezzo di storia, una novità resa possibile proprio dal coinvolgimento e dalla generosità di tante persone, dai miei Lango ad una serie di benefattori piccoli e grandi: voi tutti, amici, chiamati a vivere ognuno la propria storia di salvezza, che si intreccia con il cammino e la storia di questo pezzo d'Africa.

Ringraziando tutti, vorrei ripetere a ciascuno di voi che la vostra preghiera ed aiuto, assieme al coraggio e alla pazienza con cui affrontate e vivete con amore le vostre fatiche e difficoltà, segnano e fanno parte di una storia più grande, che ci trova coinvolti tutti come fratelli e sorelle, compagni di viaggio in luoghi diversi ma avviati alla stessa meta.

Da questo Sinodo sulla Parola di Dio vi giunga allora, attraverso una lettera un po' diversa dalle altre, una parola di speranza e di incoraggiamento. Le circolari che ogni tanto mi sforzo di scrivere rubando tempo al sonno, vogliono infatti essere proprio questo: un incoraggiamento alla missione, ad accogliere il nostro ruolo, a fare ciascuno la propria parte, piccola ma importante, dando una mano a Dio che con la sua Parola viva ed efficace in mezzo a noi porta avanti la sua, la nostra storia di salvezza.

La Giornata Missionaria Mondiale quest'anno ha come motto il grido di San Paolo: «Guai a me se non predicassi il Van­gelo! (1 Corinzi 9, 16) ».Missione è annunciare a tutti la Buona Notizia che, illuminato e vivificato dall'incontro e dall'amore di Cristo, tutto nella nostra vita acquista un nuovo significato, ed ogni momento diventa “storia di salvezza” per noi e per gli altri. Siamo chiamati a fare di ogni giorno un momento “storico”,un'esperienza di salvezza ricevuta e condivisa.

Tre giorni dopo la fine del Sinodo, torno in Uganda. Concludendo questa lettera, mi viene in mente che in greco sinodo significa “strada (odos) insieme (syn) ”. Ben più del sinodo dei vescovi, che dura solo tre settimane, anche la nostra chiamata e missione cristiana è “sinodale”, un cammino fatto insieme. Per costruire e vivere insieme, condividendola con tutti giorno dopo giorno, la splendida “storia di salvezza” che dà significato e pienezza alla nostra esistenza. Auguriamoci e preghiamo a vicenda perché, in Uganda come in Italia, il Signore ci renda capaci di farlo.

Con l'amicizia e l'affetto di sempre, vostro + P. Giuseppe

Lira, 16 Marzo 2008. Domenica delle Palme

Carissimi,

speravo proprio di farvi gli auguri di Pasqua con la notizia della firma finale del trattato di pace fra i ribelli dell' Esercito di Resistenza del Signore (Lord's Resistance Army, LRA) e il governo dell'Uganda, a conclusione di una guerriglia durata oltre vent'anni, con migliaia di morti. Di fatto, doveva essere firmata alla fine di febbraio. Ma all'ultimo minuto, non se n'è fatto nulla. Tutto rimandato alla fine di questo mese…. Purtroppo le ultimissime notizie sulle mosse di Kony, il capo dei ribelli, fanno temere il peggio. Qui siamo quindi col cuore e fiato sospeso, sperando ad oltranza . Da anni in Uganda alla fine di ogni messa recitiamo un “Padre nostro” per il dono della pace . Di fronte al rischio che le trattative falliscano all'ultimo momento, il Venerdì Santo, Sabato e la domenica di Pasqua sono stati dichiarati giorni di preghiera per il dono della pace. Vi chiedo di unirvi a noi, pregando con fede. Abbiamo bisogno di pace!

Prima di continuare e condividere con voi alcune riflessioni che mi stanno a cuore, permettete che risponda a quanti si lamentano che nelle mie lettere racconto un sacco di cose ma parlo poco di me, di cosa faccio, ecc. In realtà, a me pare di parlare anche troppo di me stesso. Comunque, eccovi alcuni accenni.

Cosa faccio? Faccio il vescovo , il che comprende – tra tanti – anche l'impegno di visitare le comunità cristiane delle parrocchie, celebrando il sacramento della cresima. Spesso, l'esercizio di questo ministero, è accompagnato da dettagli abbastanza curiosi.

Due mesi fa, il primo giorno della mia visita nella parrocchia di Alanyi, ho fatto 1.093 cresime! Un esercizio ginnastico prolungato e … non proprio ideale per il mio braccio e la mia spalla. Ma è il segno visibile ed efficace con cui Dio ha scelto di comunicare il dono dello Spirito, il Signore che dà la vita, ad oltre un migliaio dei suoi figli. A proposito di figli e di vita, sempre ad Alanyi, in quello stesso giorno, nel dispensario della parrocchia sei mamme hanno dato alla luce sei bambini, tutti maschi. Tutti regolarmente chiamati Giuseppe!

Al termine della mia visita pastorale alla parrocchia di Amolatar invece, durante la festa e riunione finale, il pastore protestante della zona ha chiesto la parola ed ha annunciato a tutti che, d'accordo con sua moglie, in attesa di partorire nel giro di pochi giorni, aveva deciso di chiamare il bambino Joseph Franzelli. Proprio così: non semplicemente Joseph, ma Joseph Franzelli. Pensavo scherzasse, ma quando mi sono reso conto che parlava sul serio mi sono affrettato a spiegare che non era proprio il caso. Niente da fare. Sempre in pubblico, mi sono sentito dire: “Caro vescovo, sta' tranquillo e non ti preoccupare. Tra i Lango, se qualcuno si impegna molto e si dà da fare per la gente, è di buon auspicio chiamare un figlio con il suo nome. Questo non è un problema tuo. Lascia fare a noi”. E così, oltre al sottoscritto, vescovo cattolico, mezzo acciaccato e avanti con gli anni (fra un mese saranno 66!), c'è ora in giro un altro Joseph Franzelli, un bimbo tutto nero, figlio di un pastore protestante, che inizia il suo cammino ed al quale auguro davvero una vita lunga e felice. Il buon Dio lo protegga!

Aldilà di questi aspetti curiosi, imbarazzanti o simpatici a seconda dei punti di vista, il mio ministero e servizio di pastore mi riserva però, più spesso di quanto non vorrei, situazioni e problemi di fronte a cui sperimento la mia impotenza ad essere concretamente di aiuto. Succede nell'incontro con tanti, troppi ragazzi e ragazze che chiedono aiuto perché non hanno soldi per pagare le tasse scolastiche: arriva sempre un momento in cui – esaurite le risorse provenienti dalle vostre offerte, devo dire di no, frantumando le loro speranze per un futuro migliore. Il senso di impotenza e quasi frustrazione diventa ancor più grande di fronte a situazioni e problemi sociali che si trascinano irrisolti da tempo e poi scoppiano improvvisamente. Come il recente sciopero all'ospedale governativo di Lira. Dopo aver aspettato inutilmente per sei mesi l'aumento promesso dal governo e distribuito ad altri dispensari ma non all'ospedale cittadino, medici e personale infermieristico hanno incrociato le braccia. Risultato: pazienti abbandonati a se stessi nei vari reparti. Chi poteva se ne è andato. I più deboli sono rimasti. Una decina sono morti, senza alcuna assistenza. E' successo che due cadaveri sono rimasti abbandonai nel loro letto per un paio di giorni, in mezzo agli altri pazienti… Di fronte a certi fatti e situazioni, talvolta mi domando: ma è davvero possibile fare qualcosa?

Semi di speranza

“Io…. speriamo che me la cavo!” Ricordo con simpatia il titolo di un libro di parecchi anni fa, che raccoglieva i temi degli alunni di una scuola elementare i quali, sia pure con strafalcioni di grammatica, esprimevano con vivacità le loro idee ed esperienze. In mezzo a tanti problemi e situazioni umanamente al limite dell'impossibile, vorrei ripetere anch'io e condividere con voi la mia fiducia: “Io… spero che ce la caviamo!” Non solo io, naturalmente, ma la mia gente, l'Uganda, e tutti voi. Lo spero, ci prego e ne sono sicuro. Perché? Aprendo gli occhi ed il cuore, scopro attorno a me numerosi motivi e semi di speranza. Ne condivido alcuni.

Dalla fine di Febbraio abbiamo già avuto alcuni buoni temporali. Ormai la stagione delle piogge è vicina. La gente sta preparando i campi per la semina, pronta ad affidare alla terra la speranza di un buon raccolto.

Per questo, l'intervento di distribuzione delle sementi di riso, granoturco, fagioli e sesamo nelle zone alluvionate, reso possibile dalla generosità di quanti hanno risposto al mio appello, si sta dimostrando provvidenziale. Una vera iniezione di speranza per migliaia di persone.

Provvidenziale è anche il sostegno di un'associazione di Torino, che si è impegnata a fornire due buoi ed un aratro a vari gruppi in due zone della diocesi. In questo modo, assieme alla possibilità di coltivare la terra dopo il loro ritorno dai campi profughi, la mia gente ritrova la dignità di poter lavorare e la speranza di riuscire a mantenere la propria famiglia.

La campagna quaresimale dell'arcidiocesi di Firenze fa ben sperare che fra non molto, con la collaborazione tecnica degli amici di Cooperazione e Sviluppo, potremo finalmente scavare una serie di pozzi e fornire acqua potabile ai nostri dispensari e maternità. In alcuni di essi, il coordinamento dei servizi sanitari cattolici in Uganda è riuscito in questi giorni ad installare un paio di pannelli solari per assicurare luce alle sale parto ed energia ai piccoli frigoriferi per la conservazione dei vaccini.

Nel campo dell'educazione, sono in corso le trattative con l'università cattolica “Martiri d'Uganda” di Nkozi per aprire un “campus” o sede universitaria distaccata qui a Lira. Ci vorrà tempo, ma siamo sulla buona strada. Per quanto riguarda la pastorale, è iniziata la costruzione del primo edificio del centro diocesano giovanile , mentre aspettiamo l'autorizzazione di cominciare il centro per ritiri ed incontri per l'apostolato delle famiglie . Per il 40mo anniversario della diocesi di Lira, eretta nel 1968, stiamo rilanciando in varie parrocchie il piano pastorale della formazione di Piccole Comunità Cristiane , o comunità di base, nella speranza che contribuiscano a fare della nostra Chiesa una vera “famiglia di Dio” in cui i vari membri si conoscono, si aiutano, pregano insieme e cercano di affrontare insieme i problemi della comunità. E' un cammino ancora lungo, un lavoro di anni… ma io ci spero. Come continuo a pregare e sperare che, nonostante gli ultimi ostacoli, gli accordi parziali delle trattative di pace , possano ancora essere coronati dal successo finale.

Non sono così ingenuo da chiudere gli occhi sui problemi ancora aperti e apparentemente insormontabili. So benissimo che la loro lista può essere più lunga e nutrita dei segni positivi che ho appena elencato. Ma mi sembra sbagliato ignorare il bicchiere pieno a metà, guardando solo alla metà ancora vuota…

Di fatto, il cammino della nostra vita, anche quando ci conduce attraverso momenti bui, a situazioni di sofferenza, è cosparso di piccoli fatti e segni che insisto nel chiamare “semi di speranza” . Sono dappertutto, nella natura, come la pioggia, nella società, come le trattative di pace, nella nostra vita personale e nel nostro cammino di chiesa, come la Pasqua che stiamo per celebrare.

La morte e risurrezione di Gesù, la Pasqua vera che auguro buona e felice a tutti voi, è di fatto la più grande sorgente di una speranza che supera qualsiasi timore, paura e problema, compreso l'ostacolo apparentemente insormontabile della morte. Il buon seme di Cristo , che accetta di morire per amore, produce per tutti coloro che si uniscono a Lui il frutto di una vita nuova, abbondante, che travalica la morte. Una resurrezione che non ha bisogno di attendere l'aldilà ma comincia ad esprimersi oggi in segni di vita nuova, di amore, fraternità, pace e giustizia nella nostra vita di ogni giorno.

E' questa la Speranza che ci salva, come ci ha ricordato il Papa nella sua ultima enciclica. Cristo Risorto e presente nella mia vita e in quella di ognuno di voi è la fonte inesauribile della speranza che è in noi e di cui dobbiamo dare testimonianza a chi, attorno a noi, in famiglia, sul lavoro, nella nostra società, in Uganda come in Italia, è scoraggiato, sofferente o addirittura “morto dentro”, senza speranza. E' questa la missione del cristiano nel mondo. Accogliere e vivere in prima persona la Speranza , che ci invita uscire dai sepolcri delle nostre sconfitte e delusioni, con il coraggio “ordinario” ma sempre nuovo di continuare ogni giorno a sperare e seminare… Fiduciosi che la forza del seme, l'Amore che ha risuscitato Gesù e che ci viene donato sarà capace di vincere e portare frutti … La speranza, come la pace, è un dono da chiedere nella preghiera. Chiediamolo insieme: io per voi, voi per me e per l'Uganda, per tutto il mondo.

Da Lira, in questa imminente stagione delle piogge, tempo di speranza, BUONA PASQUA a tutti!

Vostro, p. Giuseppe


Lira, 22 Dicembre 2007

Carissimi,
GRAZIE!
Prima ancora di farvi gli auguri per Natale, sento di dovere ringraziarvi di cuore per la pronta e generosa risposta alla mia richiesta di aiuto per le vittime dell'inondazione che ha colpito alcuni mesi fa parte della diocesi di Lira. A nome della mia gente, a tutti e ciascuno, GRAZIE! Grazie per la preghiera con cui tantissimi hanno voluto essere vicini a migliaia di fratelli ugandesi. Sono sicuro che è innanzitutto per questo che il Signore non ci ha fatto mancare la speranza ed il coraggio di affrontare una situazione davvero pesante. Molti di voi hanno inviato denaro: dai 10 o 20 Euro di chi fa fatica a tirare avanti, alle somme più importanti che rappresentano la solidarietà ed il sacrificio di persone o gruppi che hanno voluto dare una mano a chi ha perso casa o raccolto, e spesso tutti e due.
La vostra generosità ci ha permesso di agire in due momenti e modi diversi: un primo intervento di emergenza, con l'invio e distribuzione di autocarri carichi di fagioli, farina, coperte ed altri generi di prima necessità; ed un secondo intervento tuttora in atto, che mira ad affrontare un'ulteriore prevedibile emergenza nei prossimi mesi. Stiamo infatti comprando e immagazzinando tonnellate di derrate alimentari, da distribuire quando – esauriti gli aiuti di emergenza e le eventuali scorte che alcuni erano riusciti a salvare – molta gente di Aliwang, Aloi ed Alanyi si troverà probabilmente di fronte allo spettro della carestia… Speriamo così, grazie al vostro aiuto, di riuscire a superare questo momento di grande difficoltà. La vostra solidarietà ha permesso e permetterà quindi a migliaia di persone di continuare a vivere e sperare in tempi migliori. A nome loro e mio personale, di nuovo grazie di cuore a tutti ed a ciascuno di voi. Dio, Padre di tutti, vi ricompensi e benedica!

Ora però, per essere del tutto franco con voi, devo aggiungere che dieci giorni fa una tromba d'aria ha scoperchiato il tetto di alcuni edifici della ex - Scuola per Insegnanti di Ngetta, che stiamo cercando di trasformare in un Collegio o “Campus” collegato all'università cattolica dei Martiri d‘Uganda. Due sacerdoti sono rimasti senza tetto, gli zinchi di copertura sono stati scaraventati a decine di metri di distanza ed alcuni sono ancora pericolosamente in cima agli alberi, a 15 metri di altezza. I danni ammontano a qualche centinaia di milioni: una “sorpresa” di cui, umanamente parlando, non avevo proprio bisogno! Pregate quindi il Signore che mi aiuti a far fronte anche a quest'ultima prova…

AUGURI!
Eccomi finalmente al secondo motivo di questa lettera: augurarvi di tutto cuore un Santo Natale ed un Felice Anno Nuovo! Vi sto scrivendo nella notte fra il 22 e il 23 Dicembre. Sono piuttosto stanco e mi perdonerete se, come magari vi aspettereste da un vescovo, non mi sento in grado di lanciarmi in profonde riflessioni sul significato del mistero che celebreremo fra due giorni. Natale qui per me, quest'anno, è qualcosa, anzi Qualcuno che illumina, dà speranza e significato a ciò che mi è dato di vivere ogni giorno. La risposta di Dio al bisogno e alle domande mie e delle persone con cui sono chiamato a vivere. Ma è, al tempo stesso, Qualcuno che non cessa di mettermi in discussione e pormi delle domande per evitare che mi addormenti e prenda tutto per scontato.

Natale , quello vero, che auguro anche a tutti voi, è l'annuncio ed il dono di pace, libertà, gioia e pienezza di vita che Dio ci ha donato e continua a regalarci attraverso un bambino – suo figlio – di nome Gesù. E' in Lui che non solo il prossimo anno 2008, ma tutta la nostra vita può essere davvero nuova e felice! Permettetemi allora di condividere con voi alcuni fatti e domande.

Pace. Il mese scorso, una delegazione dei ribelli del Lord's Resistance Army (LRA) è venuta a Lira ad incontrare la gente e discutere le modalità per la ripresa delle trattative di pace. Ho passato alcuni giorni con loro. A Barlonyo, dove i ribelli hanno massacrato oltre 380 civili, sono stato davvero “evangelizzato” dai superstiti di quella tragedia i quali, assieme ad altre persone rapite o mutilate dallo LRA, hanno pubblicamente perdonato i responsabili di tutte queste atrocità. Hanno solo chiesto il ritorno dei figli rapiti e tuttora vivi, e soprattutto, la pace. Il problema resta la sincerità e volontà di pace del capo dei ribelli, Kony, che proprio in quei giorni ha ammazzato il suo vice, Otti, favorevole alle trattative col governo. Da anni, in Uganda, alla fine della messa, noi recitiamo ogni giorno un “Padre Nostro” per la pace. Unitevi a noi, chiedendo per l'Uganda e per tutto il mondo il dono della pace, annunziata a Natale.

Libertà . In queste ultime settimane sono stato in prigione . In visita pastorale, naturalmente . A Loro, i carcerati scontano la sentenza lavorando in una grande fattoria. Nella prigione centrale di Lira, invece, la maggior parte dei carcerati, alcune centinaia, sono in attesa di giudizio. In vari casi, purtroppo, passano non solo mesi ma addirittura anni prima che il tribunale giudichi il caso ed emetta la sentenza. Per cui ci sono innocenti privati ingiustamente della loro libertà, famiglia, lavoro e diritti… Uscendo dal carcere, mi ha accompagnato una domanda, che giro anche a voi. Cosa ne faccio della libertà di cui godo e che vivo come naturale e scontata? Accetto o cerco di combattere l'ingiustizia nella mia vita e intorno a me?

Gioia . La nascita di un bimbo porta gioia. Quella di Gesù comporta il dono della pienezza di vita per tutti gli uomini, che attraverso di lui diventano in modo unico figli di Dio. Le celebrazioni del Natale rispecchiano questa gioia. Welo kelo yengo, dice un proverbio Lango . L'ospite porta abbondanza. Di fatto in suo onore si prepara qualcosa di buono, e anche quelli di casa, costretti magari dalla povertà a magri pasti, possono per l'occasione mangiare in abbondanza. Tradizionalmente, in Europa, la gioia del Natale si esprime anche in un abbondante pranzo o cena in famiglia. Questo mi ricorda Betty. L'ho incontrata il mese scorso. Forse ve ne ho già parlato in passato. Papà ucciso dai ribelli, mamma morta di Aids, tre anni fa Betty Akao ha dovuto smettere di andare a scuola e a 14 anni si è trovata a fare da mamma a Dorcas, Lawrence e Denis. Lavora sodo nei campi, cucina e si dà da fare per pagare la scuola alla sorella e ai due fratelli, ma evidentemente non ce la fa. Viene quindi ogni tanto a chiedere aiuto, rendendo conto di come ha speso i soldi ricevuti. L'ultima volta, è venuta con un mese di anticipo. I soldi, secondo i miei calcoli, dovevano bastarle più a lungo. “Come mai? Che cosa è successo?”, le chiedo preoccupato e con una punta di malcelato rimprovero. Abbassa gli occhi, intimorita. “Denis e Lawrence erano sempre malaticci…” Poi si fa coraggio e aggiunge: “Prima mangiavamo solo una volta al giorno, ora mangiamo tre volte!” Lo dice in fretta, come se volesse nascondere una marachella e farsi perdonare di averla fatta grossa, senza … chiedermi il permesso. “Adesso i ragazzi stanno bene.” Resto senza parole. Al diavolo i soldi! Io mangio tre volte al giorno, da sempre… Inquieta per il mio silenzio, la ragazza alza gli occhi, con uno sguardo ed un sorriso timido e disarmante. “Va bene, Betty. Non ti preoccupare. Continuate a mangiare tre volte. I soldi li troveremo.” Si alza raggiante, ringraziando con un sorriso aperto. La gioia di una giovane sorella maggiore chiamata ad essere mamma, che può finalmente dare da mangiare a sufficienza ai suoi tre fratelli.

Un bambino . Natale è Lui, il bambino nato per noi. Ieri sono stato in un centro di riabilitazione, in mezzo a un gruppo di bambini poliomielitici ed ex-bambini soldato feriti, con mani o piedi fracassati da pallottole o mine. Stamani invece ho pregato e giocato con un gruppo di bambini sieropositivi, nell'ambito dell'associazione COSBEL per malati di Aids. Ciò che ho visto mi ha lasciato il cuore gonfio. Di gioia per i bambini che riprendono o riescono a camminare per la prima volta, per quelli che rispondono bene alla terapia e possono andare a scuola. Di tristezza per quelli che non ce la fanno, per alcuni che molto probabilmente non saranno più con noi a celebrare il prossimo Natale… E' fin troppo naturale ed umano domandarsi: ma Natale non è per tutti i bambini del mondo? Cosa facciamo perché sia davvero così?  

Gesù . Il Natale vero è la celebrazione dell'amore di Dio che salva l'umanità con il dono di suo Figlio. Il nome di Gesù infatti significa “Dio salva”. In Lui e per Lui, Dio ci dà vita, ci ama e ci salva, ogni giorno. In fondo, non c'è nome più bello. Io mi chiamo Giuseppe. E' un nome che mi piace, come spero che ad ognuno di voi piaccia il suo. Ma alcuni giorni fa mi hanno dato anche un altro nome.

E' successo ad Ader, nella zona di Otwal, parrocchia di Aboke. Durante la mia prima visita nella zona, un anno e mezzo fa, la gente viveva ancora nei campi per sfollati, in condizioni disumane. Insieme abbiamo pregato per la pace. Quest'anno, il campo è stato smantellato e la gente è tornata a casa, ricominciando a lavorare per costruirsi un futuro migliore. Riflettendo e connettendo questi due fatti, la rappresentante politica della zona ha pubblicamente annunciato che la popolazione di Otwal mi ha dato un nome locale, segno della mia appartenza alla gente Lango. “Ti chiamiamo ‘ Okelo' (colui che porta o ha portato), pien ikelo kuc, perché hai portato la pace!” Mi sono subito affrettato a spiegare che chi porta davvero la pace è solo Dio, attraverso Gesù, ma non vi nascondo che, se da una parte la cosa mi ha fatto piacere, mi ha anche fatto riflettere. Gesù ci ha portato la pace, la possibilità di una vita nuova, la sua gioia. Si è fatto e continua a farsi dono per noi, ogni giorno. Io, Giuseppe “Okelo” , che cosa porto come dono agli altri? E' una domanda che penso possiamo e dovremmo farci tutti. Quale dono sono, nella vita e per la vita di chi mi è vicino in famiglia, a scuola, sul lavoro, e per chi, anche se lontano, è diventato in Cristo parte dell'unica famiglia dei figli di Dio? A Natale, riceviamo e diamo regali. Accogliendo il dono di Gesù, Dio che salva, preghiamo perché ci sia dato il coraggio e l'amore sufficiente per diventare noi stessi dono gli uni per gli altri. Non solo una volta all'anno, per Natale, ma oggi ed ogni giorno del nuovo anno che il Signore sta per regalarci. Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

p. Giuseppe

Aliwang, 16 Ottobre 2007

Carissimi, vi scrivo da Aliwang, l’ultima parrocchia della diocesi, ai confini col Karamoja. Sono stato in giro tutto il giorno, per visitare alcune zone e soprattutto la mia gente colpita dalle recenti inondazioni. E’ sera tardi. I due sacerdoti della missione si sono già coricati. Io preferisco cominciare a scrivervi, sperando che la batteria del computer (qui non c’è luce elettrica) non mi tradisca troppo presto.

Fra cinque giorni si celebra la giornata missionaria mondiale, un momento ideale per condividere con voi almeno in parte la realtà della missione che sto vivendo in Uganda. Quest’anno il tema della giornata è: “Tutte le chiese per tutto il mondo!” Come cristiano e come pastore della Chiesa che è in Lira, mi sento interpellato a vivere la comunione e solidarietà con tutte le altre chiese sparse nel mondo. Domenica tutte le parrocchie della diocesi pregheremo e raccoglieremo offerte da inviare a Roma, al Papa, perché vengano distribuite per le necessità di tutte le chiese e missioni del mondo. Finanziariamente il nostro sarà certamente l’obolo della vedova, ma lo offriamo con tutto il cuore. Voglio poi sperare che anche questa mia lettera possa essere un piccolo aiuto alle comunità cristiane e civili a cui voi appartenete, offrendovi uno spaccato della vita, problemi e speranze di una giovane chiesa africana, perché anche voi siate in grado di allargare il vostro cuore, la vostra preghiera e solidarietà alle dimensioni di tutto il mondo.

Immagino che molti fra voi siano al corrente della tragedia delle inondazioni che hanno colpito l'Uganda del Nord e dell'Est. Purtroppo, questa calamità naturale è caduta su una popolazione che, come sapete, è sopravvissuta a 21 anni di guerriglia, in gran parte passati in campi per sfollati in condizioni disumane, con la morte di migliaia di civili, specialmente donne e bambini. Finalmente, in questi ultimi mesi, le trattative di pace in corso a Juba in Sudan, hanno aperto uno spiraglio di speranza. Alcuni hanno quindi lasciato i campi per sfollati e si sono avventurati a tornare verso i loro villaggi di origine. Si sono messi a ricostruire le loro capanne, a disboscare e coltivare i campi, sperando in un buon raccolto che dia loro la possibilità di ricominciare a vivere una vita normale. E' su questa gente che invece si è abbattuta la furia di continue piogge torrenziali che hanno allagato capanne, scuole, cappelle, dispensari, spazzato ponti e sommerso strade e campi, danneggiando irreparabilmente ciò che era stato seminato e compromettendo ogni possibilità di raccolto. Granoturco, cassava, fagioli, sesamo e patate dolci sono i prodotti colpiti più duramente. Ciò significa che probabilmente fra pochi mesi dovremo affrontare il problema della fame. L'acqua ha riempito e fatto traboccare anche le latrine tradizionali, inquinando pozzi e creando un serio problema igienico e sanitario. Con tanta acqua dappertutto, il tasso di malaria è cresciuto in modo impressionante. Bambini, donne incinte, anziani ed ammalati sono particolarmente a rischio.

Per quanto riguarda la mia diocesi, questa è la situazione di circa 80.000 persone, sparse in 17 delle 19 "sub counties" del distretto di Lira, nella parte nord est del Lango. Oggi dunque ho cercato di raggiungere la mia gente. Per strade impossibili e col rischio di restare bloccato, sono stato ad Okwongo, Orum, Ikwee ed Olilim, nella parrocchia di Aliwang. Dappertutto, oltre ai danni che ho già descritto, la cosa che mi ha colpito di più è l’atteggiamento delle persone. Dignitosi nella loro povertà, tengono duro, a denti stretti. Ma c’è una cosa che li amareggia e mi ha profondamente addolorato. Si sentono abbandonati. Sono passati quasi due mesi dall’inizio delle inondazioni, che hanno interessato in misura ancora maggiore la regione confinante dei Teso. In queste settimane i giornali e le radio parlano continuamente dei soccorsi di emergenza destinati agli alluvionati e distribuiti fra i Teso. Qui da noi, non è ancora arrivato niente. La mia gente si sente tradita, dimenticata dalle autorità. Ho promesso loro che avrei tentato di fare qualcosa, intervenendo presso le autorità politiche ed amministrative… Spero che serva. Ho ancora negli occhi la cappella di Okwongo: la parete di fondo è crollata al suolo. Ora l’altare e la croce hanno per sfondo i campi inondati, senza speranza di raccolto. Stessa scena ad Ikwee, ma stavolta in una casa. Tre pareti hanno retto miracolosamente, mentre la quarta ha ceduto alla violenza della pioggia e del vento. E’ come se le famiglie e le comunità cristiane non ce la facessero a sostenere da sole tutto il peso della tragedia. Occorre che qualcuno, dal di fuori, intervenga a dare loro una mano, colmando il vuoto e le necessità superiori alle forze locali….

Ma a questo punto la batteria del computer è ormai scarica. Devo interrompere. Stanotte, posso solo affidare al Signore nella preghiera tutta la gente che ho visto e quelli, più numerosi, che non sono riuscito ad incontrare. Li raggiunga e protegga la misericordia e l’amore del Padre.

Lira, 18 ottobre.

Sono tornato a casa con lunghi elenchi di persone e famiglie colpite, terreni sommersi, raccolti distrutti, ponti rovinati, strade impraticabili…Sulla via del ritorno, lungo gli di strada, ho visto l’unica scavatrice inviata dalle autorità per riparare e rendere praticabili i numerosi punti critici che impediscono ai mezzi di trasporto di far giungere i soccorsi alla gente. Mi sono anche indignato nel sentire che, dopo un solo giorno di lavoro, la scavatrice è rimasta inutilizzata per…mancanza di carburante e sono già tre giorni che gli incaricati non si sono più fatti vedere! Mi sono attaccato al telefono ed ho parlato a lungo ed in maniera non certo diplomatica con tre ministri, il capo del Distretto e l’incaricato del Programma Mondiale Alimentare delle Nazioni Unite. Mi hanno assicurato l’arrivo di tre grossi rimorchi per il trasporto del cibo e, da domani, l’intervento di aerei Antonov, per lanciare i primi soccorsi alla popolazione. Staremo a vedere. Spero che il governo e le organizzazioni internazionali intervengano senza ulteriori ritardi. Da parte nostra, come Chiesa, stiamo rimboccandoci le maniche, chiedendo l’aiuto di chiunque possa dare una mano. C’è bisogno di comperare e distribuire farina, fagioli, sale, olio per cucinare, come pure di provvedere alle famiglie delle taniche, bacinelle, sapone, pentole, piatti e bicchieri di plastica, coperte, ecc. Bisognerà poi essere pronti con l'acquisto di sementi per rimpiazzare i raccolti andati persi. “Tutte le chiese per tutto il mondo!…” Se siete in grado di darci una mano, fatelo quanto prima. Qualsiasi aiuto è prezioso. Non preoccupatevi di arrivare in ritardo. Purtroppo i danni ed i bisogni della gente rimarranno attuali ancora per parecchio tempo dopo l’emergenza, quando si tratterà di ricominciare ancora una volta da capo. Anche a nome della mia gente, ringrazio fin d’ora di cuore chi vorrà rispondere a questo appello.

Mi sentirei in colpa se, condividendo con voi la missione che il Signore mi chiama a vivere, mi limitassi a parlarvi delle difficoltà e dei problemi che incontro. Il buon Dio infatti non manca di benedire con vari doni il cammino della sua Chiesa a Lira. Mi dispiace non avere più spazio per parlarvene a lungo. Ma voglio invitarvi a ringraziare con me il Signore per il dono di sette nuovi diaconi alla nostra diocesi. Li ho ordinati con gioia e trepidazione il 18 Agosto scorso. Sette, come i primi diaconi degli Atti degli Apostoli! Non era mai successo, nella storia di Lira. Vi chiedo di pregare perché lo Spirito di Gesù li accompagni e riempia durante il loro ultimo anno di seminario, e li prepari a diventare sacerdoti e servitori del suo popolo sull’esempio di Cristo Buon Pastore!

Non mancano naturalmente anche le croci. Una piuttosto pesante è la campagna denigratoria che va avanti da un paio di mesi contro l’ospedale diocesano di Aber. Stiamo impegnandoci, con l’aiuto della diocesi di Firenze, a migliorare i servizi, rispondendo coi fatti alle calunnie. Ho ricevuto vari messaggi di amici preoccupati per la mia salute, particolarmente per la vecchia lussazione e frattura della spalla. Vorrei rassicurare tutti. Dopo un lungo periodo senza problemi di sorta, mi sono fatto due malarie a fila, ma ora sto bene. Per quanto riguarda la spalla, è vero che l’indicazione ricevuta in Italia e poi in Kenya suggerisce un intervento chirurgico e l’uso di una protesi, ma oggettivamente ho riguadagnato abbastanza mobilità, e fino a quando riesco a sopportare il dolore che mi provocano a volte certi movimenti, sono stato consigliato a continuare ad usare le ossa originali che mi ha dato il Padreterno…. In ogni caso, sto meglio della mia macchina, che mi riserva delle sorprese ad ogni viaggio. L’ultima volta che sono andato in una parrocchia per le cresime, a Bala, sono dovuti venire a trainarmi. Ed abbiamo cominciato la funzione (400 cresime) con due ore di ritardo… Sto quindi cercando di acquistare un’altra macchina di seconda mano. Intanto, la settimana prossima, dal 24 al 30 Ottobre, vado io in…garage. Mi fermo cioè per alcuni giorni di esercizi spirituali. Con tanto correre e lavorare, ho davvero un grande bisogno di fermarmi, riflettere, pregare ed ascoltare quello che il Signore mi vuole dire e si aspetta da me. Accompagnatemi con la vostra preghiera! Farò gli esercizi a Namugongo, vicino al santuario dei Martiri d’Uganda. Sabato 20 invece, vigilia della Giornata Missionaria Mondiale, vado in pellegrinaggio a Paimol, a pregare i due catechisti Acholi martiri, i beati Daudi Okello e Jildo Irwa, e a chiedere loro il dono della pace per la nostra gente. Ai nostri martiri africani prometto di raccomandare anche ciascuno di voi, le vostre famiglie e comunità cristiane. Viviamo così insieme, nella pratica, la comunione e la solidarietà di tutte le Chiese, in tutto il mondo! Ciao!

 

 

                                                                                                                        p. Giuseppe

 

Lira, 30 Marzo 2007

Carissimi,

Buona Pasqua! Vi mando i miei auguri mentre un temporale in piena regola, con tanto di tuoni e lampi, rovescia torrenti di acqua sugli zinchi della mia stanza. In questi ultimi giorni il caldo è stato davvero eccessivo e la pioggia arriva come un sollievo, accolta come una benedizione dal cielo.

E' sera tardi. Il calendario sulla mia scrivania mi ricorda che fra poco più di una settimana è Pasqua. Sono in ritardo per gli auguri, e me ne scuso. Il fatto è che in questo momento, chissà perché, la Pasqua mi sembra ancora molto lontana. Ciò che sento più vicino, in me ed attorno a me, è la realtà di una lunga quaresima e passione. Non passa giorno senza che venga a contatto con la sofferenza. Tanta, a volte troppa per il mio desiderio di porvi rimedio e per la mia incapacità di farlo.

Non parlo certo del dolore fisico che ha accompagnato in questi mesi il mio tentativo di ricuperare una discreta mobilità del braccio e della spalla destra. Per questo basta stringere un po' i denti, avere tanta pazienza e contare sui tempi lunghi.

Personalmente, trovo più pesanti le promesse non mantenute, il dover rimandare o lasciar cadere progetti volti al bene della gente per l'opposizione e le divisioni fra chi dovrebbe collaborare e promuoverli. La resistenza passiva e subdola a cambiamenti necessari per il bene della diocesi, gli scandali di fronte a cui la gente si sente tradita da chi dovrebbe dare loro il buon esempio…a volte sono davvero duri da accettare e portare nel cuore in modo sereno e costruttivo.

Mi pesa soprattutto la sofferenza della gente. Da Natale, la situazione è decisamente migliorata, tanto che vari campi per sfollati si sono dimezzati o quasi svuotati. Parecchia gente si è avventurata a tornare al proprio villaggio d'origine, anche se il più delle volte trova che la propria casa o capanna ormai non esiste più. In altre zone invece, la gente ha ancora paura e non si fida a partire. Rimane così nei campi, sopravvivendo grazie alla distribuzione di cibo da parte delle NGO, che ora cominciano a ridurre gli aiuti. Per tutti però, sia per chi parte che per chi rimane nei campi, c'è l'estenuante altalena di speranza e paura, legata all'andamento delle trattative di pace che in questi mesi hanno prodotto una tregua delle ostilità, accompagnata da speranze di pace, frustrate poco dopo dall'interruzione delle trattative e la minaccia di ripresa della lotta armata. Ci sono giorni in cui la pace sembra a portata di mano, per poi tornare ad essere lontana, al punto che qualcuno si chiede se mai diventerà una realtà! Purtroppo, la guerra è un grande business e c'è sempre chi ci guadagna, sulla pelle degli altri….

Delusioni, dispiaceri, sofferenza. Umanamente, uno tende a lamentarsi e cerca anche di scuotersi di dosso la croce, anche se così facendo spesso si finisce per soffrire di più. Ma poi arriva il giorno in cui, in un momento di preghiera oppure mentre osservi la gente attorno a te che affronta con coraggio la sua razione quotidiana di tragedie e disgrazie, ti si aprono improvvisamente gli occhi e vedi le cose in modo diverso e tutto acquista un senso nuovo, quello vero, l'altra faccia della medaglia che spesso non riusciamo a cogliere.

Mi è successo anche alcuni giorni fa a Kalongo, nella diocesi di Gulu, dove mi sono recato per celebrare il ventesimo anniversario della morte di P. Giuseppe Ambrosoli, medico e missionario comboniano. Per me, è stato un momento intenso, denso di memorie.

Alla fine di Febbraio del 1987 mi ero recato da Patongo a Kalongo per una incipiente ernia al disco, quando ci raggiunse l'ordine dell'esercito di Museveni di lasciare le nostre missioni. Fu un momento di grande angoscia e sofferenza. La sera, incapace di prendere sonno, uscito dalla mia stanza, mi incontrai con P. Ambrosoli, che camminava su e giù per il corridoio, pregando. Conscio di quanto gli costasse abbandonare l'ospedale e i malati ai quali aveva dedicato tutta la sua vita, gli chiesi semplicemente: “ E allora, Giuseppe?” Mi guardò per un attimo, e poi disse:“Quello che Dio vuole, non è mai troppo”. E' una risposta che mi colpì profondamente e che non dimenticherò mai… perché sono le stesse parole che mia mamma ripeteva nei momenti più duri e dolorosi nelle vicende della nostra famiglia: “Quello che Dio vuole non è mai troppo!”.

Dopo tanti anni, le parole di P. Giuseppe e di mamma Marina mi aiutano a vivere il mio motto episcopale, che in realtà ripete le ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce e rivolte al Padre in un atto di estrema fiducia ed abbandono: “In manus tuas . Nelle tue mani affido la mia vita!”

A pensarci bene, il Signore la mia vita l'ha presa e custodita da sempre con amore nelle sue mani. Il lunedì di Pasqua compirò 65 anni. Per ognuno di essi sono riconoscente al Signore. Ogni tanto, fra amici, osservo che dal 1987, quando a Patongo mi trovai in mezzo a vere e proprie battaglie e mi spararono addosso più di una volta, considero ogni giorno come un regalo extra del Signore, che ha voluto salvarmi la vita. E da allora i “giorni in più” sono già diventati 20 anni!

Un ulteriore motivo per cui vi chiedo di unirvi a me nel ringraziare Dio sono i miei 40 anni di sacerdozio. Ho celebrato l'anniversario della mia ordinazione domenica 11 marzo. La cosa è passata inosservata. Sono andato a celebrare l'Eucaristia e conferire la Cresima a Bar Jobi, una cappella della parrocchia di Aliwang. Ho passato la giornata con gente che vive ancora nei campi per sfollati ma che sta muovendosi per tornare a casa. Stare in mezzo ai poveri che ricominciano con fatica a costruirsi una vita, è stato il regalo più bello che il Signore potesse farmi per il mio quarantesimo anniversario. In quella cappella sperduta in mezzo al bosco, ho potuto ancora una volta sperimentare, assieme alla mia povertà e debolezza personale, il senso profondo del sacerdozio, la bellezza e gioia di essere stato chiamato a condividere da vicino la missione di Gesù. Nell'entusiasmo dei miei 25 anni, sull'immaginetta ricordo della mia ordinazione chiedevo al Signore di aiutarmi a cercare “di amare e servire, più che di essere servito ed amato”.

Dopo 40 anni sono ancora qui, che cerco di imparare ad amare e servire. Ma ora la prospettiva e modalità del mio amore e servizio hanno assunto un profilo ben preciso e concreto. Il prete di 40 anni fa, diventato vescovo, è chiamato ad amare e servire come Gesù, Buon Pastore che ha dato la vita per il suo gregge. Pregate per me!

Sabato 31 Marzo

Ieri sera ero talmente stanco che mi sono praticamente addormentato davanti al computer. Rileggo oggi quanto ho scritto. Ma questa doveva essere la lettera di Pasqua…. In mezzo a tanti problemi e sofferenze, la Pasqua dov'è finita? Niente paura, la Pasqua c'è. La risurrezione di Cristo è avvenuta 2000 anni fa, ma la sua Pasqua avviene anche oggi, in Uganda, in Italia, dappertutto. Io l'ho vista, e ne sono testimone.

L'ho vista a Kalongo. Venti anni fa, mentre i soldati ci portavano via e bruciavano le medicine, le colonne di fumo alle nostre spalle sembravano il segno della fine dell'ospedale e dell'opera di P. Ambrosoli. Oggi, l'ospedale di Kalongo è più vivo e affollato che mai, e continua la sua missione.

La forza della Risurrezione di Cristo io la vedo in azione ogni giorno nella vittoria della speranza sulla paura, nel coraggio di chi lascia i campi per sfollati dopo anni di forzata inattività ed affronta la sfida di ricominciare da capo e costruirsi una casa ed un futuro migliore...

Pasqua, io l'ho vista e vissuta proprio oggi, in mezzo a centinaia di malati di AIDS.

Quindici anni fa una suora comboniana ha formato un gruppetto di volontari, che si è poi costituito in un'associazione chiamata COSBEL, Co mmunity S earching for BE tter L iving , cioè Comunità alla ricerca di una vita migliore. Attualmente i volontari vanno a trovare, accompagnano ed aiutano oltre tremila persone sieropositive e malate di AIDS. Oggi dunque abbiamo organizzato una festa per loro, almeno per quelli che sono stati in grado di radunarsi all'aperto, presso la sede dell'associazione. Era la prima volta che il vescovo li andava a trovare. Saranno stati seicento, seduti sotto tendoni che li proteggevano da un sole cocente.

Per loro e con loro ho celebrato l'Eucaristia, scegliendo il vangelo del Buon Samaritano, colui che non passa oltre, il laico che prova compassione, si ferma e si china sul viandante ferito e se ne prende cura. E' il loro vangelo. Quello che sperimentano e praticano ogni giorno. Perché il Cosbel ha alcune caratteristiche che sinceramente sono una sfida per me e, penso, anche per voi. A distanza di 15 anni, questo delicato e difficile servizio è portato avanti ancora da volontari, senza alcuna retribuzione. Sono laici, cattolici ma anche protestanti e musulmani, e aiutano tutti, senza distinzione di religione, classe sociale o tribù. Ma la cosa più bella è che la maggioranza dei volontari, oltre che da un certo numero di gente sana, è formata proprio da loro, dai malati stessi. Aiutati dal Cosbel, questi diventano a loro volta gente che va a trovare, si prende cura ed accompagna altri malati di AIDS della loro zona. E' l'applicazione dell'invito di Gesù, al termine della parabola del Buon Samaritano:”Vai e anche tu fa' altrettanto!”

Per me, questa è Pasqua. Vangelo vissuto. Il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo che trasforma questi nostri fratelli che portano nel loro corpo un germe di morte, e li rende capaci di vivere in pienezza e di portare ad altri la stessa speranza. Davvero, il Signore non mi poteva dare gente più bella con cui celebrare oggi la sua Pasqua, il trionfo della vita sulla morte, la vittoria del suo amore! Dopo la messa ed il pranzo, mi sono unito alle loro danze. Celebrando la loro voglia di vivere, il coraggio di Auma,, una ragazza di 13 anni, che dopo la morte per Aids dei genitori si ritrova ad essere capofamiglia di altri 5 fratelli e sorelle più piccoli, ho pensato a voi, ai vostri problemi, al vostro cammino. Dall'Uganda, ad ognuno di voi il mio augurio affettuoso: “Coraggio! Alla fine, la vita e l'amore vincono! Buona Pasqua!” p. Giuseppe

Bishop Joseph Franzelli – Bishop's House – P.O.Box 311 – LIRA – Uganda E-mail: franzelli@gmail.com

 


Lira, Dicembre 2006

Carissimi,

è la sera dell'Immacolata, la madre del Bambino la cui nascita ci prepariamo a ricevere e festeggiare fra due settimane. Un giorno adatto per cominciare questa circolare ed augurare a tutti

BUON NATALE!

In realtà, non so ancora quando riuscirò a terminare questa mia “lettera di Natale”. Sto scrivendo con una mano sola, la sinistra, il che rende la cosa molto più lenta e problematica. La destra è saldamente fissata al cinturone di gesso che mi circonda la vita. Non allarmatevi! Sono vivo e vegeto, anche se un po' acciaccato. Tre settimane fa, all'inizio di un seminario di studio e formazione pastorale sull'AIDS organizzato per i sacerdoti e le suore che lavorano in diocesi, mi sono preso una bella scossa elettrica. Al momento giusto la corrente era venuta a mancare, e nel tentativo di rimediare, complice un malaugurato filo scoperto, me la sono beccata tutta io! Ho così rischiato di morire a 64 anni, letteralmente …pieno di energia! Scaraventato a terra, ho battuto malamente la spalla destra. Inizialmente sembrava si trattasse di una frattura, ma alla fine me la sono cavata con una lussazione posteriore della spalla, che di conseguenza mi impedisce di usare il braccio e la mano destra. Vi invito quindi a ringraziare con me il Signore per il dono della vita, che noi spesso diamo per scontato ma che è invece un regalo e vorrei dire un miracolo continuo del suo amore. Non so cosa ne pensiate voi, ma per me questo è un motivo in più per ringraziare Dio e celebrare con maggiore intensità il Natale ormai prossimo.

In Gesù, suo Figlio che si è fatto nostro fratello, Dio ci ha voluto regalare non solo la vita fisica ma ci chiama a condividere la pienezza della sua stessa vita. Dopo 2000 anni, celebrare il Natale è metterci di fronte a questo evento che resta più attuale che mai, in un mondo in cui a troppi uomini e donne la vita viene negata, rubata o ferita da guerre, fame, ingiustizie senza fine e di ogni tipo. Per questo, Natale costituisce sempre, oggi più che mai, una sfida ed una speranza. Un seme di speranza e di vita nuova, che Dio non si stanca di seminare in questo nostro mondo.

UNA PAROLA DA ACCOGLIERE E SEMINARE

L'immagine del seme mi viene dall'esperienza di questi ultimi mesi. Ricordo di avervi scritto che ho lanciato in diocesi l'Anno della Parola di Dio, sfruttando il fatto della pubblicazione della prima traduzione cattolica di tutta la Bibbia in Lango, la lingua della mia gente. Stampato in Italia, il Buk Acil è finalmente arrivato tra noi. Anche se mi è impossibile descriverla, vorrei condividere con voi la gioia e l'entusiasmo con cui è stata accolta la Bibbia in Lango, prima a livello diocesano in cattedrale, e poi nelle varie parrocchie e cappelle. Una vera festa popolare. Nella loro semplicità, anche i cattolici meno istruiti hanno colto il significato dell'avvenimento. Dio si interessa di loro, parla ai suoi figli, specialmente ai più poveri che vivono tuttora nei campi per sfollati, si fa loro vicino e parla nella loro lingua perché tutti possano capire il suo messaggio di amore. Anche questo è il Natale che continua ed avviene oggi fra noi. Il Verbo, la Parola si è fatta carne… A me viene da dire che in un certo senso è diventato Lango ed ora ha messo su casa fra di noi! Anche questo è Natale, la presenza dell'Emmanuele, il Dio-con-noi.

In questo primo anno e mezzo di servizio episcopale, è forse questo il dono più grande che il Signore ha fatto alla nostra chiesa ed anche a me personalmente, chiamandomi ad essere strumento e seminatore della sua Parola. L'ho sperimentato in modo singolare e commovente nella parrocchia di Alito. Qui, seguendo la Bibbia portata in trionfo in processione fra due ali di folla inneggiante, ho percorso l'ultimo chilometro e mezzo prima di arrivare al luogo dell'Eucaristia sfregando fra le dita le “spighe” mature di sesamo e spargendone a piene mani i semi lungo la strada… Ho rivissuto in prima persona la parabola del seminatore, raccontata da Gesù. La gente ne era cosciente e, dopo la proclamazione del Vangelo e l'omelia, ha accolto con fede il gesto simbolico con cui ho lanciato gli ultimi semi in mezzo a tutti i presenti. La parola di vita è stata seminata. Il frutto dipende ora dal cuore e dall'accoglienza di ciascuno…

Condividendo queste cose con voi, vi invito ad accompagnare me e la mia gente in questo cammino di ascolto ed accoglienza della stessa Parola che dà la vita, in qualsiasi parte del mondo e che si fa vicina a noi, nella nostra lingua, sia essa lango, italiano, o cinese… Sarebbe bello che a Natale potessimo accoglierla insieme, a cuore aperto e senza resistenze. Domandando al Signore, voi in Italia e io in Uganda: “Cosa vuoi dirmi con questo Natale? Che Parola vuoi che accolga come seme fecondo, perché porti frutti di novità, di bene e di amore nella mia vita?” Se proviamo a domandarcelo e domandarglielo con sincerità, sono sicuro che il Signore non mancherà di sorprenderci, con un dono che va ben oltre i regali che possiamo fare e ricevere per queste feste. E riscopriremo il significato del Natale:

IL DONO DI UN FIGLIO….. PER ME E PER VOI!

Riprendo oggi, 18 Dicembre, a una settimana dal Natale. Sto usando tutte e due le mani, sia pure con una certa fatica. Ieri infatti mi hanno tolto il gesso. Vi stavo scrivendo del “dono di un figlio”. Ebbene, è proprio quello che è successo a me! Ormai ho a disposizione poco spazio, ma spero di riuscire a raccontarvelo. Recentemente, sempre nella parrocchia di Alito, ma nella cappella di Lwala, dopo le cresime la gente si stringe attorno al vescovo per ringraziarlo e fargli qualche piccolo regalo: patate dolci, pannocchie di granoturco, una gallina o magari una capra… Mentre ringrazio e stringo mani a destra e sinistra, improvvisamente mi trovo di fronte un ragazzo, che mi fissa senza dire nulla. Una donna dietro di lui lo spinge in avanti, quasi fra le mie braccia e mi dice: “Vescovo, questo è tuo figlio!” La guardo senza comprendere e sento che continua: “E' un orfano, non ha nessuno, e lo diamo a te e alla Chiesa. Pensaci tu, e fanne magari un prete!” Sorpreso e interdetto, riesco solo a sorridere, posando una mano sul capo del ragazzo e a rispondere alla donna con una battuta per dire che, almeno per quanto riguarda la scelta di diventare prete, sarà il ragazzo a decidere…E' un attimo. Poi, spinto da ogni parte, continuo a stringere mani, a salutare e benedire la gente che mi si accalca intorno. Una settimana dopo, il New Vision, il giornale più diffuso dell'Uganda, riporta l'episodio, col nome ed età del ragazzo – Innocent, 12 anni - aggiungendo che

il vescovo di Lira ha accettato di buon grado il dono di un figlio e che penserà al suo futuro!

Per evitare il rischio del regalo di centinaia di figli nelle varie parrocchie che visito, ho dovuto scrivere un editoriale sul bollettino mensile diocesano, spiegando che sì, tutti coloro che il Signore mi affida nella Chiesa di Lira sono miei “figli”, ma che purtroppo il vescovo non può farsi carico materialmente di ognuno di loro…. Non vi nascondo però che questo episodio continua ad accompagnarmi ed interrogarmi, soprattutto ora che Natale è ormai alle porte. In fondo Natale è proprio il regalo di un Figlio, “un bambino nato per voi”, come dicono gli angeli ai pastori, che Dio mette nelle nostre braccia. Un regalo bellissimo ma impegnativo! Perché non si tratta solo di Gesù, venuto a salvarci per amore. Pensando a “mio figlio” Innocent e a tanti altri come lui, sono convinto che il Signore in questo Natale chiama me e ciascuno di voi ad aprire il cuore e le braccia per accogliere come dono e responsabilità, il “figlio” che ci dona: un “bambino” che ha bisogno di amore e che magari da anni vive accanto a noi, addirittura nella nostra stessa famiglia, o nel palazzo accanto, fra i poveri del quartiere, in Uganda o in altre parti del mondo. Se apriamo il cuore e gli occhi, scopriremo facilmente quale è la vita da accogliere, proteggere e far crescere, la persona da amare, il fratello o la sorella da aiutare e di cui prenderci cura. Il “figlio”, appunto, che quest'anno il Padre pone fra le nostre braccia, perché impariamo a volergli bene con il Suo amore.

PACE, PACE, PACE!!!

Non c'è più spazio per dirvi della situazione attuale. Ma almeno una cosa voglio affidare alla vostra preghiera, come il bisogno più grande ed urgente per l'Uganda: la pace. A Juba, in Sudan, le trattative fra il governo e i ribelli continuano fra alti e bassi. Alcuni campi per sfollati cominciano a svuotarsi, ma in molti la gente non si è ancora mossa per la paura. Tutti si domandano quando arriverà e scoppierà davvero la pace… Dall'8 al 12 gennaio, celebreremo a Lira una settimana di incontri e preghiera per la pace fra tutte le diverse etnie del Nord Uganda. Unitevi a noi e pregate perché la pace arrivi presto, perché la nostra gente possa tornare a vivere una vita serena, senza paura. Da parte mia, auguro di cuore ad ognuno di voi ed alle vostre famiglie la Sua pace, quella vera, che riempie il cuore di gioia e di amore. L'unica che potrà davvero farci vivere un Buon Natale ed un Felice Anno Nuovo! Con un grande abbraccio,

+ P. Giuseppe

Lettera ricevuta il 10 settembre 2006

Lira, 3 settembre 2006

Carissimi,

dalla finestra della mia stanza, vedo una grande scritta, che campeggia sulla facciata della chiesa: “Maria Toto Eklesya”, Maria, Madre della Chiesa. La certezza che davvero la madre di Gesù è anche mamma di tutti noi, della Chiesa in Europa, in Africa e in tutto il mondo, mi aiuta a sentirvi vicini, anche se mi trovo ad Iceme, al termine di una visita pastorale di tre giorni in questa vasta parrocchia, che per vari anni è stata al centro di innumerevoli incursioni dei ribelli. Pensate che la casa dei Padri, in cui mi trovo, è stata assalita e saccheggiata ben 19 volte! Grazie a Dio, nessuno dei missionari è stato ucciso, anche se a volte sono stati costretti a stendersi a terra, con la canna del fucile ficcata in bocca… Ma tutto questo sembra ormai lontano Oggi qui a Iceme è festa. Non solo per coloro che hanno ricevuto la cresima – ne ho conferite 1.190 in tre giorni – ma per tutta la comunità cristiana.

La chiesa di Iceme è un santuario dedicato alla Madonna. Poco più di un anno fa, il 15 Agosto, festa dell'Assunta, ci sono venuto per la prima volta in pellegrinaggio. Ero vescovo da un mese e mezzo, e provavo il bisogno di venire da lei, la madre di Gesù e della Chiesa, per chiedere la sua protezione e mettere nelle sue mani il mio ministero episcopale e la Chiesa di Lira che mi è stata affidata. Ero appena stato a visitare un campo di sfollati, uno dei tanti in cui un terzo della mia gente si è dovuta rifugiare a causa della guerra. Avevo il cuore gonfio di dolore, e durante la messa, a nome di tutti, ho chiesto più volte: “Dacci la pace!”

Oggi si respira un'atmosfera diversa. Quello che sembrava una cosa assolutamente impossibile comincia ad accadere… A Juba, nel sud Sudan, i rappresentanti dei ribelli e del governo ugandese hanno finalmente firmato un accordo di cessazione delle ostilità. Non è ancora la pace, e tutti qui sanno che la parte più delicata e difficile delle trattative è un percorso in salita e ancora tutto da percorrere. Tant'è vero che la maggior parte della gente non si fida ancora a lasciare i campi per sfollati. Prima di muoversi vogliono essere sicuri che la pace c'è e durerà. Ma questo primo passo è già un grande dono. La gente lo sa e durante la messa ha ringraziato la Madonna , chiedendo con maggiore speranza il dono della pace e la fine di una guerra che dura ormai da quasi 20 anni.

Naturalmente, oltre che un dono da chiedere, la pace è anche un compito, una missione da compiere. Va costruita con la buona volontà e il contributo di tutti.. Per questo, alcuni leaders politici, tradizionali e religiosi si sono avventurati fin nella foresta ai confini con il Congo per incontrare Kony, il capo dei ribelli, mentre le due delegazioni ufficiali iniziavano le trattative a Juba con la mediazione del governo del Sud Sudan. All'inizio di agosto sono andato anch'io per alcuni giorni a Juba assieme ai rappresentanti della società civile e religiosa delle varie tribù del Nord Uganda e del Sud Sudan, colpite da questa guerra interminabile. Sono stato coinvolto in un lento processo di riconoscimento delle proprie colpe da parte di ciascun gruppo, con il racconto delle sofferenze subite e l'ascolto di quelle patite dagli altri. Un inizio di riconciliazione – con il perdono reciproco – sostenuto dal desiderio di quello che tutti ritengono più importante e prioritario su ogni altro obiettivo: la pace ad ogni costo..

A Juba ho incontrato Bosko, un quindicenne acholi, rapito dai ribelli a 13 anni, costretto a sparare ed uccidere e poi ferito a sua volta ad una gamba. Attende di guarire, prima di poter tornare in Uganda. Contento di potermi parlare in acholi, mi domandava con ansia notizie della sua zona, dove ero passato poche settimana prima. La sua gamba, fracassata da una raffica di mitra e lenta a guarire, mi ha ricordato la statua della Madonna con Gesù bambino che avevo visto il giorno prima a Rejaf, un'antica missione comboniana oltre il Nilo. Uscito da Juba, mi ero avventurato con altri due missionari nella zona disabitata in cui per anni i soldati dello SPLA (l'esercito popolare di liberazione del Sudan) avevano operato, assediando e combattendo le truppe del governo arabo del nord, trasportate in aereo da Khartoum. Lasciata la macchina nella savana per evitare di impantanarci e rimanere bloccati nel fango, abbiamo fatto a piedi gli ultimi chilometri, fino a trovarci improvvisamente di fronte, nascosta fra gli alberi, la grande chiesa di Rejaf. Abbandonata per molti anni a causa della guerriglia, è ora servita da un sacerdote sudanese, sorpreso e contento per la nostra visita.

Ed è qui, in questa enorme chiesa, inaugurata il giorno dell'Assunta di 80 anni fa, nel 1936, che ho visto la statua di Maria con Gesù Bambino, ambedue con una mano tagliata. Un segno piccolo ma eloquente della lunga guerra in Sud Sudan. Guardando Bosko a Juba, non ho potuto fare a meno di pensare a tutte le ferite e sofferenze che la guerra nel Nord Uganda ha provocato non a statue ma a migliaia di persone innocenti, uomini, donne e soprattutto bambini, carne viva di Cristo, figlio di quel Padre che ci ha creati tutti a sua immagine. Davvero, ogni guerra, dal Sudan all'Uganda, dall'Irak al Libano o in qualsiasi parte del mondo, oltre ad essere una inutile strage è una bestemmia contro Dio che è amore ed un delitto contro l'uomo, una sconfitta ed una violenza che ferisce e mutila tutti, vincitori e vinti.

Da Juba sono tornato in Uganda con una grande voglia – dovrei dire fame e sete – di pace.

Ne parlo coi miei preti e coi laici, scrivo, predico. Dobbiamo “costruire la pace” fra di noi, tra i Lango, qui a Lira. Migliorare i rapporti e guarire le ferite all'interno della nostra chiesa.

In particolare, assieme alle altre diocesi del Nord Uganda, ci stiamo organizzando per “dare voce” e fare ascoltare nelle trattative di pace coloro che sono le prime vittime della guerra ma che nessuno mai si è sognato di interpellare: la gente che a causa della guerra è tuttora costretta a vivere nei campi per sfollati, i genitori di bambini che sono stati rapiti e costretti a diventare soldati o schiave sessuali dei ribelli. Intendiamo mandare una loro delegazione in Sud Sudan, a Juba. Si accamperanno di fronte all'hotel Rahab, in cui i politici portano avanti le trattative, in un estenuante tira e molla sul come andrà divisa la torta del potere e dei benefici della pace. Il gruppo dei “senza voce” porterà solo dei cartelloni con la scritta: “Peace Now”!, Vogliamo la pace adesso, subito! Vi chiedo di pregare per il successo di questa iniziativa, piuttosto insolita in Africa, ma che può dare un segnale importante alla classe politica e dirigente del paese.

La coscienza di vivere un momento storico nel cammino dell'Uganda, non mi fa certo dimenticare gli appuntamenti con la realtà spicciola di ogni giorno, con i suoi problemi e difficoltà. In effetti, sto vivendo un periodo particolarmente difficile. Per una serie di circostanze, mi sono trovato senza vicario generale e rettore del seminario minore, ed ultimamente anche senza segretario. Spero che almeno questa ultima circostanza mi scusi di fronte a tutti coloro che mi hanno scritto e ai quali non riesco proprio a rispondere! Ho dovuto affrontare anche l'emergenza del nostro ospedale diocesano di Aber, con 178 letti, dove è rimasto un solo medico! Sto studiando la possibilità di ottenere un terreno per sviluppo agricolo e di trovare compratori per i prodotti dei nostri contadini, mentre sono avviate le premesse per la formazione di una istituzione di microcredito… Come vedete, un sacco di problemi, affrontati di corsa, nonostante i miei propositi di adottare un ritmo più cristiano e meno europeo. Il guaio è che qui viviamo in emergenza continua… Conto quindi sempre sulla vostra preghiera.

Termino con un piccolo episodio successo stamani. Prima della Messa, mentre visitavo il dispensario, è arrivata una donna, che il marito ha portato in bicicletta da 45 km di distanza perché prossima al parto. Al termine della messa, mi hanno informato che il bambino era nato e che gli avevano dato il mio nome: Joseph. Niente di straordinario. Sono migliaia i bambini che nascono ogni giorno. Eppure questo piccolo episodio mi suggerisce una considerazione. Le cose succedono e la storia va avanti anche senza di noi. Ma come uomini e donne responsabili, ancor di più se cristiani, mi sembra importante e necessario che in noi ed attorno a noi nasca qualcosa di nuovo e di bello, - un po' più di pace, rapporti migliori in famiglia e coi vicini o colleghi, un ambiente, un paese più bello di cui tutti possano godere… - che porti in qualche modo anche il nostro nome, e sia almeno in parte frutto anche del nostro impegno e sforzo. Un segno che “ci siamo” anche noi. Che non stiamo dormendo, preoccupati solo di noi stessi e dei nostri problemi, di essere lasciati e poter “vivere in pace”. Che prendiamo sul serio e crediamo alla “beatitudine” proclamata da Gesù: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”(Mt. 5,9). Di quel Dio che é appunto Pace e Amore.

Vorrei tanto che la fraterna condivisione della mia esperienza e di quanto sta succedendo in Uganda diventasse un invito ed un incoraggiamento perché tutti voi che mi leggete possiate diventare “costruttori di pace”, dovunque siate e qualsiasi cosa siate chiamati a fare nella vita di ogni giorno.

Sì, qualcosa di nuovo sta nascendo o sta cercando di crescere in Uganda, ma anche in Italia e dovunque nel mondo. E' importante che in qualche modo porti anche la tua, la mia firma, trovi il nostro contributo ed appoggio. Per lasciare un segno nella storia c'è chi erige monumenti. Io invece vi ringrazio perché con la vostra preghiera e con il vostro aiuto state collaborando a scrivere alcune righe della Storia di salvezza che Dio sta portando avanti per la salvezza del suo popolo in Uganda e in tutto il mondo. Ciao! Un abbraccio.

+ P. Giuseppe

Bishop's House, P.O.Box 311 – Lira – Uganda E-mail: franzelli@gmail.com


Lettera ricevuta il 10 dicembre 2005

Lira, 7 Dicembre 2005

Carissimi,

Buon Natale! Mi fa una certa impressione farvi gli auguri quando mancano più di due settimane al 25 Dicembre. In genere, riesco a farmi vivo solo alcuni giorni prima, ma stavolta penso sia meglio che tenti di scrivervi ora, prima di essere travolto dalla sfilza di cose ed impegni che mi aspettano nei prossimi giorni. Tanto più che, in un certo senso, oggi è proprio il giorno adatto.

Sono infatti appena tornato da Ogwette, uno dei campi per sfollati (qui li chiamano Internally Displaced People), ai confini della diocesi, a pochi chilometri dal Karamoja, dove mi sono recato appunto per distribuire un po' di cibo, in modo che la gente possa arrivare a Natale con qualche cosa da mangiare.

Il mese scorso a Kampala, durante la conferenza episcopale, ho incontrato il segretario della Caritas nazionale, il quale ha ammesso che di fatto la diocesi di Lira era stata piuttosto dimenticata nei programmi di aiuto al paese. Abbiamo cosi' combinato l'invio di 30 tonnellate di derrate alimentari, da destinare agli sfollati di qualche campo che ne avesse più bisogno. Consultando le autorità del distretto, abbiamo scelto due campi piccoli e periferici, mai raggiunti dalle organizzazioni non governative che operano sul territorio e che di solito portano aiuto nei campi più grandi e popolati. La scelta è caduta su Ogwette, con circa 1.400 sfollati, e Walela, con oltre 2.500.

Stamani presto sono quindi partito per Ogwette, con il piano di raggiungere più tardi Walela. Purtroppo, per motivi di sicurezza, non è possibile andare da soli in certe zone. Soprattutto per un vescovo! Il governo non vuole avere responsabilità in caso di incidenti… Ho dovuto perciò rassegnarmi ed accettare la scorta di otto soldati in un camioncino, che ci precedeva sollevando un fitto polverone. Fin dalla partenza, l'autista del camion con i 100 sacchi di farina e fagioli, un uomo del Sud, non mostra molta voglia di avventurarsi in mezzo ai villaggi sperduti nella savana. Procede alla velocità di 15, massimo 20 km all'ora. Ogni tanto si ferma a controllare le gomme e a misurare le buche della strada. E' chiaro che ha paura. Il viaggio si trasforma in un lento purgatorio. All'una del pomeriggio siamo ancora a metà strada. Per guadagnare tempo, l'incaricato della Caritas diocesana corre avanti per raggiungere il campo e preparare le liste degli sfollati a cui distribuire il cibo. Io rimango indietro, con gli altri. Verso le due, poco dopo la missione di Aliwang, improvvisamente il camion oscilla e si impianta, con la ruota destra posteriore sepolta nella sabbia.

Non riusciamo a capire come sia potuto succedere. In quel tratto la strada non è certo bella, ma è transitabile. E' difficile respingere il sospetto che il camionista l'abbia fatto apposta, per non andare oltre.

I volontari ed impiegati della Caritas sono furiosi, volano parole grosse….ma intanto il camion non si muove. Cerchiamo di scaricare qualche decina di sacchi e di spingere con tutte le forze, sotto un sole che spacca le pietre. Nulla da fare. E' chiaro che per quest'oggi il cibo non potrà giungere a destinazione. L'unica, è scaricarlo e portarlo prima che diventi buio nella vicina missione di Aliwang… Alla fine, decido di raggiungere ugualmente Ogwette.

Arrivo proprio mentre l'incaricato sta terminando la lista delle famiglie per la distribuzione del cibo. La gente, sorpresa e contenta di vedere per la prima volta il vescovo, mi accoglie nella certezza che precedo di qualche minuto l'arrivo del camion. Mi tocca invece dire loro cosa è successo, scusandomi per il contrattempo. La delusione è enorme. A momenti, mi è difficile guardare i loro volti, tristi e abbattuti. Mi metto d'accordo sottovoce con l'incaricato della Caritas, e poi do la mia parola che la farina ed i fagioli arriveranno comunque molto presto nelle loro mani. (Noi pensiamo di farlo sabato, ma non possiamo dirglielo, per evitare che si sparga la voce e che i ribelli, ancora attivi nella zona - quattro giorni fa hanno ucciso un soldato, mentre un altro si è salvato per miracolo - attacchino il camion per procurarsi un po' di cibo). “E' solo questione di pochi giorni, poi avrete farina e fagioli a sufficienza fino a Natale!” Basta questo perché la speranza riaccenda il sorriso sul volto di tutti, specialmente dei bambini. Gli adulti ringraziano calorosamente. Questa è gente che non ha mai ricevuto niente da nessuno… La speranza conta!

Il piano per la giornata prevedeva che dopo aver iniziato la distribuzione dei generi alimentari ad Ogwette, sarei corso a terminare la distribuzione nel secondo campo, Walela, a quasi 100 km , dall'altra parte della diocesi. Naturalmente, non se ne fa nulla. Faccio appena in tempo a tornare a casa, prima che diventi buio.

Carissimi, mi rendo conto questa mia lettera non assomiglia per nulla alla classica bella lettera di Natale, con l'atmosfera giusta, un tocco di poesia e magari un po' di teologia…. Vi ho parlato invece di farina e di fagioli. Un discorso terra terra…non adatto ad un vescovo, sia per la forma che per il contenuto…. Quanto poi a ciò che è successo oggi, da un punto di vista umano ed europeo dovrei parlare di una giornata “no”, in cui tutto è andato storto. Ma sarebbe ingiusto e falso. Dopo oltre duecento km di strade impossibili, in mezzo alla polvere e sotto un sole che alla fine ti lascia intontito, dopo gli inutili tentativi di spingere e liberare le ruote del camion, sono certamente stanco e la mia schiena mi dice che per oggi basta ed avanza… ma sono contento.

Ho incontrato gente che non avevo mai visto. La mia gente, anche se molti di loro non avevano neppure saputo della mia ordinazione episcopale. Con loro, ho pregato. Abbiamo recitato il Padre Nostro (Papowa, ame itye i polo), chiedendo che venga il suo regno e sia fatta la sua volontà. Ma prima ho detto loro che il regno di Dio, che stiamo aspettando e chiediamo che venga, è un regno di pace, non di guerra. Che la volontà di Dio non è certo che i suoi figli debbano lasciare le loro case e vivere ammassati gli uni sugli altri in condizioni indegne, senza medicine, cibo e speranza. Li ho assicurati che Dio non si è dimenticato di loro, anzi! E' con loro, in mezzo a loro, proprio qui a Ogwette… Ho anche detto che Dio “cwinye cwer”, ha il cuore triste nel vedere questa ingiustizia che va avanti da troppo tempo. E' molto arrabbiato con chi ha causato questa situazione e con chi ora, per i propri interessi politici ed economici, non fa nulla per trovare una vera soluzione a questa tragedia.

Venuto per dare qualcosa, mi sono trovato anch'io a mani vuote, povero, impotente. Ho potuto solo parlare col cuore in mano, incoraggiando. Ho stretto la mano a centinaia di persone, bambini, anziani. E poi, con le mie mani vuote, che avrebbero dovuto e voluto distribuire farina e fagioli, ho invocato su di loro la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Mi hanno accompagnato alla macchina cantando, facendo festa. Loro, i poveri, mi hanno regalato il canto, il sorriso e la loro gioia perché il Signore oggi è venuto a visitarli nella persona del vescovo….

Sulla strada del ritorno, riflettevo che Natale è proprio questo, la venuta e la presenza del Signore nella vita dell'uomo, specialmente di chi è piccolo, dimenticato da tutti. E' successo anche oggi, a Ogwette. Non c'è bisogno di aspettare il 25 di Dicembre per aprire gli occhi ed il cuore, per vedere, accogliere e festeggiare il Signore che continua a nascere e a rendersi presente nella vita, nella gioia e nella fede dei suoi figli più poveri, quelli che non contano ma che Dio ama con tutto il suo cuore!

Arrivato a casa, a Lira, ho pensato allora di scrivervi, anche se all'inizio la stanchezza mi impediva di mettere in fila ed in ordine le cose e le emozioni che avrei voluto condividere con voi.

Poi ho aperto la posta, ed ho trovato gli auguri inviatimi da un mio amico, missionario comboniano. Si tratta delle riflessioni di un grande vescovo italiano, Tonino Bello, morto alcuni anni fa e di cui avete probabilmente sentito parlare. Permettetemi di copiarle e condividerle con voi, facendole mie perché le sento profondamente vere, e perché di fatto sono il migliore commento e conferma di quanto mi è successo oggi e succede ogni giorno intorno a me…E INTORNO A VOI!

E' il mio augurio per un Buon Natale, un Natale vero, e un Felice Anno Nuovo in cui riscoprire ogni giorno il Signore Gesù che viene e chiede di essere riconosciuto ed accolto nella nostra vita.

Andiamo fino a Betlemme, come i pastori …
L'importante è muoversi.
E se invece di un Dio glorioso
ci imbattiamo nella fragilità di un bambino,
non ci venga il dubbio
di aver sbagliato percorso.
Il volto spaurito degli oppressi,
la solitudine degli infelici,
l'amarezza di tutti gli Uomini della terra,
sono il luogo dove Dio continua a vivere
in clandestinità.
A noi il compito di cercarlo.
Mettiamoci in cammino senza paura.

Buon Natale, e buon cammino! Pregate per me. Un forte abbraccio, con la mia benedizione. Ciao!

P. Giuseppe

Bishop's House, P.O.Box 311 – Lira – Uganda E-mail: franzelli@gmail.com

 

Lettera ricevuta il 13 giugno 2005

Carissimo Padre Edo,
sono Anna,la figlia di Alessandro,
appena abbiamo avuto le sue "dritte" circa i libri, siamo riusciti a trovare subito il Vangelo vol.2 e il libro sul rosario.

Innanzitutto volevo ringraziarla per la pronta risposta:
quando sul sito,per ordinare i suoi libri,abbiamo trovato segnalato QUESTO indirizzo e-mail non avremmo mai pensato di avere una risposta diretta propria da Lei (da lì dove è Lei!), che di cose a cui provvedere ne avrà certamente tante!!...pensare che subito, quella sera stessa(!!!), dall'Uganda(!!!) Lei ha scritto per dire che era in una situazione "proibitiva" per spedire i libri è stato umoristicamente commovente.

I libri sono arrivati stasera, tramite parenti,
si sta cercando di compesarli ma in realtà si fa fatica a non leggerli uno dietro l'altro!
E' incredibile come,pur nel riso suscitato dall'arguzia del dialetto, Lei sia riuscito a mantenere intatto nella sua dolcezza (e verità!)il vangelo cosicchè ci si ritrova a leggere con un allegria tutta meneghina "il Presepe" con tanto di "gibigianna" celeste ma poi la commozione ti prende la gola quando leggi che "la Madonna intrattant la se inciodava tutti sti avveniment in la memoria" perchè quel termine te la fa già vedere sul Calvario e il papà, appena letto dei pastori che"adess l'avevan vist,toccaa,e sentuu" ha detto "è la prima lettera di San Giovanni:Colui che noi abbiamo sentito,colui che abbiamo veduto con i nostri occhi e che le nostre mani hanno toccato,il Verbo della vita"...

Non mi dilungo ma approfitto di questo comodo mezzo di comunicazone per ringraziarla a nome di tutta la famiglia di questa opera che ci aiuta,insieme a tanti altri segni, ad amare sempre più in profondità la persona di Cristo e la Sua Chiesa.

La Madonna L'accompagni sempre con il suo amore,
preghiamo per Lei.

Con affetto,
Famiglia Ajroldi