Scrivi a
Padre Edo!
emorlin@tin.it
Scrivi agli amici
di Gulu!
amicidigulu@enter.it
|
|
Lira, 1 Aprile 2010
Giovedì Santo
Carissimi,
Buona Pasqua!
È la sera del giovedì santo. Ho terminato da poco la messa che fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio. Ho spiegato e ripetuto il gesto di Gesù, che lavando i piedi agli apostoli fa di questo rito il simbolo del dono della sua vita per noi e ci comanda di fare altrettanto per i nostri fratelli. È la quinta volta che lo faccio, di fronte alla folla che gremisce all’inverosimile la cattedrale. Già, perchè proprio nel pomeriggio di oggi, cinque anni fa, l’Osservatore Romano usciva con la notizia della mia nomina a vescovo di Lira. Quando, in serata, il superiore generale dei comboniani comunico’ al telefono la notizia a mia sorella, dopo una pausa di silenzio si senti’ rispondere: “È un pesce d’Aprile?” Non lo era, evidentemente. Papa Giovanni Paolo II, che mi aveva nominato, mori’ il giorno dopo, ed io sono qui a fare Pasqua, chiamato a lavare i piedi e dare la mia vita per i fratelli che il Signore mi ha affidato.
Per farvi gli auguri, ho pensato allora di condividere con voi quella che è e sarà la mia Pasqua quest’anno. In realtà, ho cominciato a celebrarla in anticipo, ieri mattina, chiamando a raccolta tutti i sacerdoti della diocesi per la “messa del crisma”, in cui ho benedetto gli olii santi che saranno usati per ungere gli infermi, i catecumeni e tutti coloro che verranno battezzati e cresimati nel corso del prossimo anno. Tra preti diocesani e missionari, erano una cinquantina i sacerdoti che con me e di fronte a tutta la comunità cristiana hanno rinnovato il loro impegno di fedeltà ai doveri propri della nostra vocazione e missione.
È stato un momento importante ed intenso, che assume un significato particolare nel contesto dell’ “anno per i sacerdoti” lanciato dal Papa e che sta ormai per concludersi.
Come pastore, ho lanciato un forte richiamo alla responsabilità e coerenza, reso ancor più pressante dall’ondata di abusi e scandali da parte di sacerdoti e religiosi, che stanno venendo a galla in varie parti del mondo. Ho chiesto alla mia gente di pregare per i loro preti. Ora lo chiedo anche a voi.
Il 12 Febbraio ho avuto la gioia di ordinarne uno, e se Dio vuole nel corso di quest’anno potremo avere altri due nuovi sacerdoti. Ma sono ancora pochi. Alcuni giorni fa ero in visita pastorale ad una zona della parrocchia di Alanyi, che conta più cappelle di qualsiasi altra parrocchia in diocesi, cioè 100! Lo riscrivo con le lettere – cento! – perchè non pensiate che mi sono sbagliato. Dopo la messa con 300 cresime, mi sono seduto per ascoltare la gente, prevedendo e temendo già cosa mi avrebbero chiesto:
“La nostra parrocchia è troppo vasta. Dividila in due, costituisci una nuova parrocchia!” Hanno ragione, ma – oltre alla mancanza di soldi per le strutture – il problema più grosso è proprio che non ho preti a sufficienza! Chiedete al buon Dio preti numerosi, coerenti e fedeli, non disposti a compromessi nell’esercizio del loro ministero. E, per favore, pregate anche perchè il Signore mi conservi in gamba e in salute i pochi che ho! Nel giro di una settimana, quattro di loro sono stati coinvolti in incidenti. Non avendo soldi per procurare loro una macchina, la diocesi riesce appena a dare in dotazione una moto. Ma lo faccio sempre con una certa trepidazione. Con le strade e le buche che ci ritroviamo, bambini, capre, vacche o ubriachi che attraversano improvvisamente il sentiero, e soprattutto ora con la stagione delle pioggie, gli incidenti sono frequenti. Su quattro dei miei preti che sono andati fuori strada, due per poco non ci lasciano la pelle, e comunque porteranno a lungo le conseguenze della caduta.
Domani, Venerdi’ santo, dalle 9.00 alle 13.00 partecipero’ alla via Crucis ecumenica. Assieme al vescovo anglicano, al prete ortodosso e ai fedeli delle rispettive comunità, porteremo una croce lunga e pesante per le vie di Lira. I tre gruppi seguiranno un percorso diverso, fino ad incontrarci per le due ultime stazioni e terminare insieme nei giardini del comune. È un gesto significativo, che quest’anno pero’ rischia di essere problematico e più difficile, visto che purtroppo i nostri fratelli protestanti ci stanno facendo una guerra aperta, senza esclusione di colpi, cioè di imbrogli, documenti e testimoni falsi per strapparci la terra e la paternità di varie scuole originariamente fondate dai cattolici. Anche qui, vi chiedo l’aiuto di una preghiera perchè sappiamo risolvere le nostre differenze in modo cristiano e coerente nella vita di ogni giorno, senza accontentarci di gesti esterni in occasioni speciali...
Alle tre del pomeriggio, in cattedrale, presiedero’ la liturgia della passione, con la venerazione della croce. L’anno scorso la sola processione su due file per la venerazione della croce è durata un’ora, mentre la gente continuava a pregare e cantare. Scommetto che da noi in Italia molti se ne andrebbero andati, spazientiti. Penso invece che in questo l’Africa ci dia una lezione. Abbiamo bisogno di fermarci, fissare lo sguardo su Colui che abbiamo trafitto, contemplare, comprendere ed accogliere il suo amore per noi, l’acqua di vita che sgorga dal suo cuore squarciato. Spesso, sia pure con buona intenzione, ci preoccupiamo e tentiamo subito di fare qualcosa di buono per Dio.... dimenticandoci che la prima cosa che il Signore ci chiede è quella di credere, contemplare e lasciarci investire e abbracciare dal suo amore per noi, da quello che Lui per primo ha fatto e continua a fare per noi. Quest’anno, potremmo tentare di farlo: accogliere con riconoscenza il dono del suo amore per noi, il dono della Pasqua.
Sabato Santo. Alle 8.00 di sera – qui è già buio pesto – inizieremo la veglia pasquale. Le letture della Bibbia ci faranno ripercorrere le tappe del lungo cammino della storia d’amore con cui Dio ha creato e accompagnato il suo popolo, da Adamo, Abramo, Mosè, i profeti, su su fino alla venuta di Gesù, morto e risorto per riunirci in un nuovo popolo, vivificato dal dono del suo Spirito che ci fa risorgere con lui ad una vita nuova.
Per me, quest’anno la Parola della Bibbia acquisterà un significato particolare, alla luce di cio’ che ho celebrato con migliaia di persone a Pakwach nel West Nile il 20 Marzo: il centenario dell’arrivo dei primi missionari comboniani nel Nord Uganda, nel 1910. Venivano dal Sud Sudan, lungo il Nilo. Si accamparono ad Omach, con pochi mezzi e fra mille difficoltà. L’anno dopo erano a Gulu. E da li’, dai loro sforzi e sacrifici il vangelo si diffuse a poco a poco in tutto il Nord Uganda, dando origine ad un nuovo popolo, la Chiesa Cattolica che oggi conta vari milioni di fedeli divisi in sei diocesi. Il piccolo seme, gettato nel solco e marcito sotto terra, ha portato frutti abbondanti. Come diceva e come ha fatto Gesù. Come ripeteva Comboni: “Le opere di Dio nascono e crescono ai piedi della Croce”. Noi ora stiamo raccogliendo cio’ che altri hanno seminato. E seminiamo cio’ che altri dopo di noi raccoglieranno. Questa è la logica della storia della salvezza. Vi assicuro che mai come in queste occasioni – soprattutto in questo ultimo periodo particolarmente pesante e difficile per me - mi pare di capire la verità e saggezza di quanto Comboni scriveva nelle Regole del suo istituto. Il missionario in Africa “deve contentarsi di spargere con infiniti sudori in mezzo a mille privazioni e pericoli una semente, che solo darà qualche prodotto ai Missionari successori; deve considerarsi come un individuo inosservato in una serie di operai.... per essere una pietra nascosta sotterra che forse non verrà mai alla luce, e che entra a far parte di un nuovo e colossale edificio, che solo i posteri vedranno spuntare dal suolo...”.
È con questi stessi sentimenti di umiltà, riconoscenza per il passato e fiducia per il futuro che una settimana fa, il 24 Marzo, ho firmato a Ngetta l’accordo fra la diocesi di Lira e l’Università Cattolica dei Martiri d’Uganda, che si impegna a stabilire un “campus” o sede distaccata della università sulla terra e nelle strutture dell’ex National Teachers’ College messe a disposizione dalla diocesi a tale scopo. Anche qui, è solo un inizio, il primo passo che porterà frutti maturi solo col tempo. Ma se penso che i primi due comboniani arrivarono a Lira-Ngetta solo 80 anni fa, nel marzo del 1930, allora devo dire che le immagini e la logica dell’ “individuo inosservato e della pietra nascosta sotterra”, per quanto umanamente poco attraenti, sono proprio giuste ed efficaci. Sono parte essenziale della natura e caratteristica del lavoro missionario. Quello dei confratelli che mi hanno preceduto e del mio stesso servizio di vescovo in questa giovane Chiesa. Sono la strada, il metodo che Lui ha scelto. La “regola” di Gesù, prima ancora che di Comboni. Allora, va bene cosi’. E ringrazio il Signore che mi ha chiamato a collaborare in questa sua opera misteriosa, difficile e meravigliosa con cui egli continua ad operare anche oggi tra il popolo Lango e in tutto il mondo.
La domenica di Pasqua corona e celebra questo “passaggio” del Signore della vita, che vince la morte e condivide con noi la gioia della sua risurrezione. In cattedrale, mi uniro’ al canto di gioia della mia gente perchè davvero - oggi e sempre - il Signore ha salvato e redento il suo popolo! A mezzogiorno rivolgero’ il mio messaggio di Pasqua alla radio, e alla sera in televisione. Accompagnato da una benedizione tutta speciale. Non la mia, ma quella del Papa. Assieme a tutti i vescovi dell’Uganda, sono stato infatti a Roma per la visita ad limina dal 1 al 8 Marzo. Nel mio colloquio personale con Benedetto XVI, dopo aver condiviso con “Pietro” notizie, problemi e speranze della Chiesa che è in Lira, gli ho chiesto una preghiera e benedizione speciale per tutta la diocesi e per tutti quelli che ci sono vicini e ci aiutano. Il Papa ha accettato di buon grado, ed io sono quindi lieto di trasmettervi, con il mio affettuoso saluto, anche la sua speciale benedizione per voi e per tutti i vostri cari.
Quest’anno, per farvi gli auguri vi ho raccontato un po’ come è la Pasqua di un vescovo in missione. Ne è risultata una circolare più lunga del solito. Mi succede, specialmente quando sono molto stanco. Mi scuso, e spero di non avervi annoiati, con tutte le mie considerazioni. Vorrei comunque invitarvi a riflettere su una cosa: aldilà delle circostanze e celebrazioni esteriori, guardate che la Pasqua vera è uguale per tutti, per me, per la gente di Lira e per tutti voi. Pasqua è contemplare ed accogliere l’amore misterioso e infinito di Dio che si dona a noi in Gesù e ci salva, chiamandoci a condividere una vita nuova, la sua. Pasqua è il passaggio del Signore nella nostra vita che ci invita ad un cammino che non puo’ essere diverso dal suo: la strada dell’amore, nel servizio di “lavare i piedi”, nel sacrificio gratuito e disinteressato, aldilà delle risposte e risultati immediati. Un amore capace di perseverare e attendere nel silenzio e nella speranza, anche in situazioni difficili, anche nella croce.
Un amore che infine ci darà come frutto la gioia per il dono di una vita nuova, un nuovo inizio, la nostra resurrezione sempre in atto, giorno per giorno. Proprio cosi’, giorno per giorno. Pasqua non è una volta all’anno, una grande e solenne celebrazione isolata, ma un’esperienza ed un cammino, fatto di amore, passione, morte e resurrezione nella vita di ogni giorno.
Una Pasqua continua, insomma. Quella che chiedo al Signore per me, per la mia gente e per tutti voi, nell’attesa dell’ultima Pasqua alla fine del nostro cammino incontro al Signore Risorto. Auguri, con l’amicizia e l’affetto di sempre!
p. Giuseppe
|
|
Lira, 23 Dicembre 2009
Carissimi,
Buon Natale e Felice Anno Nuovo!
E’ l’augurio
che vi rivolgo ogni anno, sempre uguale ma al tempo stesso sempre
nuovo. La fede ci dice che Gesu` viene “ieri, oggi,
sempre”. Fisicamente e storicamente, e` venuto la prima volta
circa duemila anni fa, a Betlemme. Dopo la sua morte e risurrezione,
Cristo continua a venire e ad essere presente in vari modi nel mondo
che ha salvato e nella Chiesa-famiglia che ha fondato: col suo Spirito,
la sua Parola, i Sacramenti - segni efficaci della sua azione di
salvezza - nella comunita’ dei credenti e nella vita di ogni uomo
e donna di cui ha voluto diventare fratello assumendo la nostra
umanita`. Viene, si identifica e chiede di essere accolto in modo
speciale nei poveri, i piccoli, gli ultimi, i dimenticati ed
oppressi. Tutte verita’ sacrosante e conosciute, anche se
spesso e volentieri le dimentichiamo, specialmente quando diventano
scomode e il Bambino Gesu` del presepio assume il volto di chi e`
diverso, lontano da noi per cultura, provenienenza e religione, una
presenza scomoda e ingombrante da cui difenderci e magari da
respingere...
Ma nel quadro generale di queste vie comuni, valide per tutti, sento e
credo che c’e` un modo per certi versi unico e personale con cui
il Signore vuole venire, entrare e restare nella vita di ognuno di noi.
Penso sia il cammino della situazione particolare ed unica che ognuno
di noi sta vivendo oggi, in questo Natale che ci accompagna alla fine
del 2009.
E’ questo il pensiero che mi abita in questi giorni. Per me, come
e dove viene il Signore Gesu` quest’anno? In che situazione mi
trova? Qual e` l’aspetto della mia vita che ha piu` bisogno di
essere toccato, illuminato e guarito da Cristo? Come accogliere il
Signore che viene per me?
E cosi` con questa mia circolare di Natale, piu` che il racconto delle
cose che faccio, vorrei condividere una riflessione e condivisione
sulla situazione che sto vivendo, il momento particolare in cui
quest’anno il Signore viene per me, Giuseppe Franzelli,
chiedendomi di accoglierlo nella mia vita e nel mio servizio
missionario come vescovo di Lira.
Sono tornato dall’esperienza del Sinodo Africano a Roma
incoraggiato e deciso a tentare di metterne in pratica gli orientamenti
per far fronte ai formidabili ostacoli e problemi che sfidano la Chiesa
in Africa. Negli incontri coi sacerdoti, nelle visite pastorali, ho
tentato di spiegare i contenuti e le conclusioni di questo importante
evento ecclesiale. Un modo semplice ed efficace di farlo e` il
programma radiofonico in cui, ogni due settimane, la domenica sera
spiego e rilancio le 57 proposte del Sinodo adattandole al contesto
locale dell’Uganda. Ho cosi` parlato della situazione delle donne
in Africa, della famiglia, del cambiamento climatico... e proseguiro`
scegliendo di volta in volta un tema di particolare attualita` per la
mia gente. Il programma ha successo. La gente ascolta con interesse ed
interviene con messaggi e domande a cui rispondo.
Tutto bene, allora? Non esattamente. Di fronte alla vastita` e
complessita` dei problemi evocati e alla inadeguatezza delle nostre
forze, e` difficile sfuggire ad una sensazione di impotenza. Gli
ascoltatori a volte mi domandano: “Ma noi, cosa possiamo
fare?” E la tentazione, sottile e suggerita dal “buon
senso”, e` quella di rispondere: “Umanamente, poco o
nulla!” Parlare, cercare e proporre soluzioni e` un conto.
Metterle in pratica e` un altro....
Non sono solo i grandi problemi della riconciliazione, giustizia e pace
in Africa a provocare un senso di impotenza e scoraggiamento. A volte
bastano cose piu` banali. Qualche settimana fa, al ritorno dalla
visita pastorale in una cappella di Alito, dove avevo conferito 940
cresime, ho avuto la sorpresa di trovare il mio computer completamente
distrutto da un fulmine. L’ho mandato a Kampala, ma non
c’e` stato niente da fare. Non e` certo una tragedia o la fine
del mondo, ma vi confesso che per vari giorni mi sono sentito irritato
e giu` di corda, impotente di fronte alla mole di lavoro da fare,
corrispondenza da sbrigare, rapporti da scrivere, e alla pratica
impossibilita di farlo. Un piccolo episodio, che mi ha fatto pero`
riflettere sulla mia fragilita` e poverta`. E` proprio vero: basta un
sassolino nella scarpa per impedirci di camminare bene...
Quattro giorni fa invece, sabato 19, sono stato testimone e parte di un
avvenimento davvero straordinario: l’ordinazione episcopale del
nuovo vescovo di Kotido in Karamoja, il mio confratello comboniano P.
Giuseppe Filippi. Ma anche qui, inaspettateamente, e` tornato a
galla e mi ha colpito fortemente lo stesso senso di inadeguatezza e
poverta`. Essendo uno dei tre vescovi consacranti, mi sono
trovato fisicamente vicino al nuovo vescovo durante la cerimonia.
Ho cosi` rivissuto la mia ordinazione, il 9 Luglio 2005. “Sei
stato scelto dal Signore. Ricorda che il vescovo deve cercare di
servire, piu` che di comandare... Come padre e fratello, ama tutti
coloro che Dio ti affida...” E ancora, alla consegna
dell’anello e del pastorale: “Prendi questo anello, sigillo
della tua fedelta`. Proteggi la sposa di Dio, la sua Chiesa.... Veglia
e custodisci il gregge di cui sei pastore...” Di fronte alla
bellezza e alla grandezza di tale compito, come non sentirmi piccolo,
povero e inadeguato? Oggi, addirittura piu` di quattro anni fa, perche`
questo non e` semplicemente un mestiere da imparare... E poi,
c’e` la fedelta` nel servizio, che non puo` essere data per
scontata. Durante la liturgia ho pensato piu`volte con tristezza
all’arcivescovo africano Milingo, ridotto proprio in questi
giorni allo stato laicale. Siamo tutti deboli, portatori di un grande
tesoro in vasi di argilla...
Sono tornato a Lira con negli occhi e nel cuore l’immagine del
vescovo Filippi con il libro del vangelo aperto e posato sulla
testa. “Ricevi il Vangelo e predica la parola di
Dio...” Si tratta di avere il vangelo in testa e
soprattutto nel cuore. Non siamo inviati a predicare le nostre idee ma
la sua Parola. Non e` sempre facile, e spesso l’esito e` incerto.
L’altroieri, durante la messa nella prigione di Loro, uno dei
presenti ha commentato la mia omelia. “La parola del vescovo mi
ha penetrato ed il suo messaggio e` arrivato fino alla punta dei miei
piedi!” Confesso che la cosa mi ha fatto piacere. Ieri pero` ho
avuto l’impressione che le mie parole, rivolte ad un sacerdote
che ha bisogno di cambiare radicalmente stile di vita, non arrivassero
e non facessero breccia nel suo cuore... Insomma, assieme alla
gioia di vedere ogni tanto i frutti dello Spirito di Dio
all’opera intorno a me ed anche attraverso il mio ministero, non
mancano i momenti – che in questo periodo sembrano moltiplicarsi
– in cui sperimento la mia inadeguatezza di fronte al compito
affidatomi, la mia poverta` e fragilita`.
E allora? La domanda non vale solo per me. So che, in circostanze
diverse, capita anche a voi di non raggiungere il risultato desiderato,
di sentirvi inadeguati e impari di fronte a quanto vorreste e dovreste
fare. Di sentirvi piccoli e poveri, incapaci di dare l’amore,
l’attenzione e l’aiuto che altri si aspettano giustamente
da voi, in famiglia, sul lavoro, nella societa`.
Allora... proprio questa situazione di poverta` e debolezza e` il
momento giusto per fare Natale! Per accogliere il dono della venuta di
chi ha assunto e fatta sua la nostra debolezza e viene a portarla
con noi, a riempirla del suo amore e della sua forza. Natale e` per me,
per voi e per tutti quelli che temono di non farcela, che si sentono
tentati di smettere di lottare o di rassegnarsi e lasciare che le cose
vadano come possono, lasciando perdere ideali che sembrano ormai
irraggiungibili. La nostra poverta` e debolezza e` la nuova mangiatoia,
il luogo privilegiato in cui Gesu`, Figlio di Dio e nostro
fratello, sceglie ora di nascere e restare con noi. Emmanuele, il
Dio-con-noi, per salvarci e far rifiorire la speranza. Non
perche’ noi siamo particolarmente buoni e bravi, ma perche’
il suo amore gratuito e` piu` forte dei nostri limiti. Perche’
cio` avvenga, dobbiamo pero` credere ed affidarci al suo Amore. Come un
bimbo in braccio a sua madre...
Domenica mattina e` venuta a trovarmi Caterina, una dottoressa di
Brescia, laica missionaria comboniana in servizio volontario
all’ospedale di Aber. Aveva in braccio Maria Angela, una bimba di
pochi mesi, 1.300 grammi alla nascita. La mamma e` morta dopo il parto.
Il papa` e` scomparso. La nonna voleva uccidere la bimba, ritenuta
responsabile della morte della figlia. Affidata inizialemte alle cure
delle suore ed infermiere, la piccola ha ora trovato in Caterina una
nuova mamma. Guardando Maria Angela, piccola e fragile, dormire
rilassata fra le sue braccia con un accenno di sorriso sulle
labbra, ho visto con chiarezza che questo e` il modo giusto di vivere
il Natale e il nuovo anno che il Signore ci regala: affidati alle sue
mani, fiduciosi nel suo amore, piu` grande e forte della nostra
poverta`! E’ il dono che chiedo per me e per tutti voi, in modo
da poter davvero accogliere il Signore che viene a salvarci, celebrando
nella gioia e nella speranza il suo Natale e la nostra rinascita.
Allora, BUON NATALE a tutti, ed un ANNO NUOVO pieno della sua presenza
e del suo
amore!
P. Giuseppe
|
|
Roma, 18 Ottobre 2009
Giornata missionaria mondiale
Carissimi,
vi scrivo da Roma,
dove sto partecipando al sinodo dei vescovi sull’Africa.
E’ sera tardi. Tra poco si conclude anche la giornata
missionaria mondiale, celebrata oggi con il tema: “Le nazioni
cammineranno alla sua luce” (Ap. 21.24).
Alzandomi
stamattina, in una camera d’albergo vicino a S. Pietro, ho
avuto per un attimo l’impressione di trovarmi fuori posto.
“In una giornata come questa, io dovrei essere a casa mia, in
missione,a Lira, in Africa!”, ho pensato istintivamente. Ma
è subito prevalsa la consapevolezza che è proprio
l’Africa che mi ha portato a Roma. Assieme ad altri vescovi,
sono stato infatti scelto dalla conferenza episcopale per rappresentare
l’Uganda alla seconda assemblea speciale del sinodo dei
vescovi per l’Africa.
Il primo “sinodo africano” si è tenuto
nel 1994 ed ha proposto la visione della Chiesa come
“Famiglia di Dio” in Africa. A distanza di quindici
anni, la Chiesa africana registra una impressionante crescita numerica:
i 102 milioni di cattolici del 1994 erano già oltre 164 nel
2007, ed oggi ci sono altre 80 diocesi e 100 nuovi vescovi. Se la
famiglia di Dio è cresciuta, sono però aumentati
anche i problemi e le sfide che la Chiesa si trova ad affrontare. Oggi
il continente africano è ancora afflitto da vari conflitti
armati ma ancor più da povertà, condizioni
climatiche avverse, degrado ambientale, corruzione, sfruttamento delle
sue risorse naturali da parte di multinazionali straniere con la
complicità di governi locali, da enormi ingiustizie sociali,
da malattie come la malaria, la tubercolosi e naturalmente
l’Aids, da ricorrenti siccità e conseguenti
carestie che sono in effetti cause di ulteriori divisioni, ingiustizie
e nuovi conflitti. Di qui la necessità di convocare un
secondo “sinodo africano”, sul tema: “La
Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, giustizia e
pace”, illuminato dalle parole di Gesù:
“Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce
del mondo”( Mt. 5, 13.14).
Eccomi quindi a Roma, dal 4 al 25 Ottobre, con più di 240
vescovi riuniti insieme al Papa, per un intenso scambio di esperienze,
discussione, preghiera e discernimento nel tentativo di individuare vie
e mezzi concreti per costruire la pace, ristabilire la giustizia e
riconciliare un continente ferito da troppe divisioni. Per questo,
nonostante la lontananza dalla mia gente, sono contento di essere qui,
in un momento in cui la Chiesa universale mette l’Africa al
centro della sua attenzione. Ascoltando i vescovi africani denunciare
con coraggio le ingiustizie di cui sono vittime i loro popoli e levare
la voce invocando la solidarietà di tutta la
Chiesa, non posso fare a meno di pensare a Comboni. Giovane sacerdote,
durante il Concilio Vaticano I del 1870, don Daniele correva da un
padre conciliare all’altro, supplicando vescovi e cardinali
di firmare il suo “Postulatum”, la richiesta di
discutere nel Concilio il caso della “Nigrizia” e
mettere le sorti dell’Africa Centrale, dimenticata e ignorata
da tutti, al centro del cuore e della preoccupazione missionaria di
tutta la Chiesa. La presa di Roma da parte delle truppe italiane
portò alla sospensione del Concilio, e non se ne fece nulla.
Comboni non si arrese e continuò il suo impegno, dando la
vita per gli africani. Sono certo che il 10 ottobre, anniversario della
sua morte e giorno della sua festa liturgica, San Daniele Comboni ha
guardato con gioia allo spettacolo della sua
“Nigrizia” posta finalmente da centinaia di vescovi
africani al centro dell’attenzione e del cuore di tutta la
Chiesa.
Personalmente, il mio piccolo contributo al sinodo lo sento e vivo
proprio in continuità con il tentativo comboniano di dare
voce all’Africa. Lo faccio insistendo
sull’importanza di un uso più coraggioso e
coordinato dei mezzi di comunicazione sociale. Si tratta innanzitutto
di diffondere meglio e con più efficacia in tutto il
continente la buona notizia del Vangelo, l’unica capace di
portare davvero riconciliazione, giustizia e pace durature. Dalle 15
radio cattoliche all’epoca del primo sinodo africano, siamo
ora giunti a 163, in 32 paesi del continente. Ne abbiamo una anche a
Lira: Radio-Wa, cioè “la nostra radio”.
Da qualche tempo, ogni domenica sera parlo alla mia gente dei problemi,
speranze ed iniziative della Chiesa di Lira. Nominato dalla conferenza
episcopale ugandese come responsabile nazionale dei mezzi di
comunicazione sociale, sto tentando di spingere le varie radio
diocesane a collaborare e lavorare in rete, scambiando notizie e
programmi, unendo gli sforzi per avere un maggiore impatto
nell’evangelizzazione e nella formazione di
un’opinione pubblica informata, cosciente dei propri diritti
e responsabilità in campo civile, sociale, politico e
religioso. Non è certo facile. Non più tardi di
un mese fa, nel corso di disordini e sparatorie in cui mi sono trovato
casualmente coinvolto io stesso a Kampala, una nostra radio cattolica
è stata chiusa dal governo. Abbiamo dovuto ricorrere
personalmente al Presidente dell’Uganda perché
fosse riaperta. Del resto, qualche anno fa, durante la guerriglia, la
nostra radio di Lira è stata bruciata dai ribelli, irritati
dal successo di un programma che aveva convinto molti di loro a deporre
le armi e tornare a casa!
Oltre ad assicurare una migliore comunicazione e comunione
all’interno della Chiesa e del continente africano,
l’uso coordinato ed in rete dei mezzi di comunicazione a
nostra disposizione potrebbe e dovrebbe permetterci di far sentire
più forte al mondo la voce dell’Africa vera.
Quella di un continente che non è solo luogo di miseria e
continue tragedie, ma anche e prima di tutto un’Africa che
affronta con coraggio e speranza i suoi problemi, capace di attingere
alle sue migliori tradizioni e di offrire al mondo modelli inediti e
concreti di riconciliazione e soluzione dei conflitti.
E’ la voce di questa Africa che bisogna far ascoltare.
E’ quello che sto cercando di fare in questi giorni, anche al
di fuori degli impegni e del lavoro intenso del sinodo, con varie
interviste in inglese, francese e spagnolo a Radio Vaticana, ed altre a
Sat 2000, al Tg 1 per la Rai… Sono cose che richiedono tempo
e pazienza, ma le faccio volentieri perché sono convinto che
fare missione oggi significa anche dare voce all’Africa e
alla sua gente. Agli oltre 100 mila immigrati, in gran parte africani,
che ieri hanno pacificamente marciato per le vie di Roma per chiedere
di essere trattati con il rispetto dovuto ad ogni uomo, ma anche ai 7
giovani cristiani crocifissi nel Sud Sudan poco tempo fa dai ribelli
del LRA nel silenzio ed indifferenza quasi totale della nostra stampa.
In fondo, anche questa lettera circolare è un piccolo
tentativo di comunicare e condividere con voi il dono e il compito
della missione. Uno strumento di comunione ed un ponte con
l’Africa.
Approfittando della
pausa domenicale dei lavori sinodali, oggi sono andato a pranzo dalle
suore missionarie comboniane. Volevo rivedere e salutare Sr. Rachele.
Nell’ottobre 1996 Sr. Rachele ha inseguito i ribelli del LRA
che avevano rapito 139 ragazze della scuola di Aboke, nella mia
diocesi. E’ riuscita a farsene restituire 109, ma ha dovuto
lasciare nelle mani dei guerriglieri le altre 30. Da allora, Rachele
non ha mai smesso di lavorare e soprattutto pregare per il loro
ritorno. Ancor oggi, parlando delle “sue ragazze”,
le luccicano gli occhi.
Domani andrò a trovare i rappresentanti di tutti i
comboniani, riuniti a Roma nel Capitolo Generale per eleggere
la nuova direzione dell’istituto e rilanciare la nostra
presenza missionaria nel mondo. Come Sr. Rachele e tutti i comboniani,
anch’io porto nel cuore l’Africa e la mia gente,
ovunque sia e vada. Ieri, incontrando e salutando brevemente il Papa,
gli ho portato i saluti e la richiesta di una benedizione da
parte dei carcerati che ho visitato recentemente nella prigione
centrale di Lira, quasi 600, stipati in un ambiente costruito dagli
inglesi nel lontano 1930 per non più di 200 persone. Un
po’ sorpreso dalla richiesta, Benedetto XVI l’ha
accolta e mi ha assicurato una benedizione particolare per loro e per
tutta la mia diocesi.
E così, con la benedizione del Papa ed il messaggio di
riconciliazione, giustizia e pace del sinodo, torno in Uganda il 31.
Ringrazio quanti in questi mesi hanno generosamente e con sacrificio
aiutato la missione della Chiesa di Lira. Ad ognuno di voi
chiedo di accompagnarmi con la preghiera. Il Signore Gesù vi
benedica e vi dia la sua gioia e la sua pace!
P.
Giuseppe
|
|
Lira,
4 Aprile 2009
Carissimi,
Buona Pasqua di Risurrezione nel Signore Gesù!
Stasera è esattamente una settimana che sono tornato in
Uganda,
dopo una lunga assenza di due mesi e mezzo in Italia tra ricovero,
operazione alla spalla destra con impianto di protesi, degenza in
ospedale e poi un periodo di riabilitazione e fisioterapia . Ho avuto
il piacere di vedere od almeno sentire parecchi di voi, ma per ovvii
motivi non ho potuto incontrare né vedere la maggioranza dei
miei amici. Permettete quindi che mi rivolga a tutti con questa
lettera per farvi i migliori auguri di Buona Pasqua. A questo
scopo, anche se vi parrà strano, vorrei
parlarvi di
Lazzaro, di Catherine Ajok e della mia spalla.
Spero non vi dispiaccia se comincio da quest’ultima. Non
è
certo la cosa più importante, ma mi serve anche per
rispondere
all’affettuoso interesse con cui molti mi hanno scritto,
telefonato o comunque si stanno chiedendo: “Come va la
spalla,
dopo l’operazione”?
La risposta è: “Bene, grazie!” Colgo
volentieri
quest’occasione per ringraziare ancora una volta, dopo il
buon
Dio, i medici che mi hanno operato e curato, il personale sanitario del
reparto, i fisioterapisti che mi hanno seguito con grande
professionalità e squisita umanità, le
suore e i
cappellani, la comunità comboniana di Brescia e naturalmente
la
mia famiglia, parenti, compaesani ed amici che mi sono stati
vicini in mille modi con il loro affetto. Dio benedica e ricompensi
tutti.
Tornando alla mia spalla, medici, infermieri e fisioterapisti mi hanno
fatto capire una cosa importante: l’impianto della protesi
è riuscito perfettamente e mi dà la
possibilità di
un buon ricupero della mobilità, ma la misura ed il successo
pratico dell’intervento dipendono ora in grandissima parte
dal
mio impegno e costanza nel fare ancora per vari mesi gli esercizi che
mi sono stati indicati. Solo così si potrà dire
che
è davvero riuscito, raggiungendo pienamente il suo scopo.
Cosa
c’entra questo con la Pasqua? Vi assicuro che
c’entra, ma
prima lasciate che vi parli anche di Catherine e di Lazzaro.
Lazzaro, lo conoscete tutti. L’amico di Gesù,
fratello di
Marta e Maria. Quando muore, Gesù si reca a Betania. Piange.
E
poi, davanti al sepolcro in cui l’amico giaceva
già da
quattro giorni, lo chiama: “Lazzaro, vieni fuori!”
Il
vangelo dice che “il morto uscì , con i piedi e le
mani
avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù
disse
loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare” (Gv.
11,43-44).
Quello della risurrezione di Lazzaro è un brano di vangelo
molto
noto. Oggi però, ad Aboke, durante la speciale e
commossa
celebrazione per il ritorno a casa di Catherine Ajok, mi ha colpito in
modo speciale.
Catherine Ajok era in seconda media quando, la notte del 10
Ottobre 1996, venne rapita dai ribelli dell’Esercito di
Resistenza del Signore (LRA) nella scuola secondaria St.
Mary’s
diretta dalle suore missionarie comboniane in Aboke, nella diocesi di
Lira. In tutto, 139 ragazze vennero costrette a seguire i rapitori nel
bosco. Rischiando la vita, la vice direttrice della scuola, Suor
Rachele si mette sulle loro tracce, li raggiunge e riesce a farsi
restituire 109 ragazze. Per le altre 30 invece, niente da fare. Sr.
Rachele supplica, si inginocchia e offre se stessa in
cambio… ma
i ribelli non cedono e le portano via, sparendo nel bosco. La vicenda
delle “ragazze di Aboke” fa il giro del mondo.
(Els De Temmerman ne ha tratto un libro, pubblicato anche in
Italia dalle Edizioni Ares e intitolato appunto “Le ragazze
di
Aboke”, che consiglio a chi volesse saperne di
più).
I tentativi anche a livello internazionale di ottenere il
loro
rilascio non ottengono alcun risultato. E così si consuma la
tragedia di queste ragazze, prigioniere dei ribelli, distribuite
come mogli dei vari comandanti, madri di figli non voluti,
costrette a condividere la vita e i pericoli della guerriglia,
accampandosi e spostandosi nel bosco, partecipi di imboscate, attacchi
e scontri con l’esercito ugandese.
Una vicenda di paure, sofferenze, stenti e soprattutto violenza che si
trascina per anni. Quattro ragazze muoiono. Altre riescono a scappare o
sono catturate durante gli scontri fra i ribelli e
l’esercito. A
distanza di oltre dodici anni, ne restano ancora due nel bosco. Circa
un anno fa, dopo Pasqua, durante la fase finale delle trattative per la
pace a Juba in Sudan, io stesso avevo chiesto ad una delegata dei
ribelli il loro rilascio. Mi era stato risposto che la cosa purtroppo
era impossibile perché Myriam e Catherine erano diventate
mogli
di Joseph Kony, il capo dei ribelli. Da allora, più nessuna
notizia.
Fino a qualche settimana fa, quando Catherine Ajok è
improvvisamente spuntata dalla foresta in Congo, portando con
sé
il bambino di appena 21 mesi avuto da Kony. Caduta
con un
gruppo di ribelli in una imboscata dell’esercito, questa
ragazza
di 25-26 anni si è data alla fuga, ritrovandosi poi sola nel
bosco. Ha vagato per quasi un mese, mangiando erbe e radici, scampando
miracolosamente a tutta una serie di pericoli, compreso
l’incontro con un leone…
Oggi, giunta all’ingresso della sua vecchia scuola e
accompagnata
dai genitori, Catherine è stata accolta e portata di peso
dalle
studentesse di Aboke fra canti, lacrime e grida di gioia fino allo
spiazzo allestito per la celebrazione della Messa di ringraziamento per
il suo ritorno. All’offertorio, i doni simbolici portati
sull’altare - catene spezzate, erbe e radici amare,
una
candela accesa sorretta dal bambino di Catherine e di Kony –
esprimevano ciò che era comunque chiaro a tutta la folla
commossa, che aveva appena ascoltato il vangelo della risurrezione di
Lazzaro.
Anche Catherine, come Lazzaro, è uscita dalla tomba di
dodici
anni e mezzo di prigionia, 4887 lunghi giorni di sofferenza e di
violenza. Sì, in un certo senso è stata
risuscitata,
restituita alla sua famiglia. Quando ormai sembrava che non ci fossero
più speranze, le viene offerta la possibilità di
una vita
nuova. Per Catherine e per il suo bimbo oggi è davvero
Pasqua!
L’abbiamo celebrata insieme alla folla che si stringeva
attorno a
lei, abbiamo ringraziato e lodato il Signore per il miracolo che nel
suo amore misericordioso ha voluto compiere oggi in mezzo a noi.
Eppure, sento che manca ancora qualcosa…
Durante la celebrazione, ho avuto modo più volte di guardare
questa giovane donna che attraversato il tunnel oscuro di dodici anni e
mezzo di oppressione. Seduta per allattare il suo bambino, in piedi per
accogliere il segno di pace e l’abbraccio della gente, il suo
volto rimaneva spesso disteso ma come assente, in un atteggiamento
quasi neutrale, riservato, di chi c’è ma al tempo
stesso
potrebbe essere altrove. Anche quando, dopo la messa, ci siamo recati
alla grotta della Madonna, dove ogni giorno per anni le ragazze della
scuola hanno recitato il rosario per il ritorno delle loro compagne
ancora prigioniere, nel deporre una corona di fiori di fronte al
capitello coi nomi delle ragazze morte nel bosco, il volto e lo sguardo
di Catherine non hanno tradito alcuna emozione.
La psicologia, e prima ancora il buon senso, ci dicono che si tratta di
una persona ferita, con profondi traumi, che andranno curati con
pazienza e sui tempi lunghi. Addestrata a nascondersi, scappare,
difendersi o attaccare per sopravvivere, le occorreranno anni per
rilassarsi ed assumere un altro atteggiamento, positivo e costruttivo.
Dovrà imparare e ricominciare a vivere in modo nuovo.
Come Lazzaro, appunto. Risorto ma ancora rinchiuso e legato dalle sue
bende. Per questo Gesù deve dire ai suoi amici:
“Scioglietelo!”. Da solo, senza il loro aiuto
sollecito e
premuroso, Lazzaro sarebbe rimasto una .... mummia vivente!
E’
un’espressione scherzosa, che nasce però da una
riflessione che sento importante per me e che vorrei
condividere
con voi, per dare un senso più pieno agli auguri che ci
scambiamo per Pasqua
La Risurrezione è il miracolo che solo Dio può
fare, il
dono gratuito del suo amore per i figli coi quali, per mezzo di Cristo,
vuole condividere la sua stessa vita. Ma questo dono è
accompagnato dall’invito a fare la nostra parte,
cioè a
camminare e crescere nella nuova vita che ci è regalata.
Gesù ha fatto uscire Lazzaro dalla tomba. Dio ha liberato e
fatto tornare a casa Catherine. Dio ha fatto e fa sempre la sua parte.
Tocca ora a noi continuare e completare la sua iniziativa
perché porti frutto ed abbia successo. Siamo chiamati a dare
una
mano a Dio perché possa completare la nostra risurrezione
nel
cammino di ogni giorno, facendo crescere la vita nuova che egli ha
seminato in noi e attorno a noi.
E’ il compito degli amici che sciolgono Lazzaro dalle sue
bende.
Il lungo cammino di guarigione e reintegrazione che Catherine
dovrà intraprendere, sorretta e accompagnata con amore e
delicatezza da chi le sta accanto. In fondo, se mi permettete questo
paragone ed accenno personale, è come il
compito che
mi aspetta a livello fisico, per il ricupero della
mobilità della mia spalla e del mio braccio. Medici,
infermieri
e fisioterapisti hanno fatto egregiamente la loro parte. Il resto
dipende ora da me, dal mio impegno e fedeltà a fare ogni
giorno
gli esercizi indicati.
Aldilà dell’esempio banale della spalla, sono
certo che
tutti noi comprendiamo come la ricorrenza della Pasqua metta in gioco e
ci inviti ad una decisione su tutta la nostra vita.
Si tratta di scegliere innanzitutto se vogliamo accogliere con gioia il
dono di Gesù morto e risorto che ci tira fuori dal nostro
sepolcro, oppure se pensiamo di poter farcela da soli a gestire la
nostra vita. E poi, decidere se ci accontentiamo di restare immobili,
mummie viventi, prigionieri dei nostri limiti, o se invece accogliamo
l’invito a darci da fare per sciogliere i nodi e i blocchi
che ci
impediscono di camminare e seguire il Signore risorto in una vita
nuova, animata dal suo amore.
A qualcuno queste considerazioni potranno sembrare un po’
troppo
generali e campate per aria, ma basta un minimo di
onestà
e sincerità per riconoscere che anche tutti noi, nessuno
escluso, proprio come Lazzaro e come Catherine, siamo ancora
impigliati, trattenuti e legati in vari modi dalle nostre bende,
ferite, paure, incapacità, chiusure e peccati. Io, tu, tutti
noi
abbiamo innanzitutto bisogno oggi di essere nuovamente liberati e
risuscitati dall’amore vivificante di Cristo. E poi, per
ricominciare a camminare e vivere in pienezza il dono
ricevuto,
abbiamo bisogno, come Lazzaro e Catherine, di qualcuno che ci
aiuti, di amici, fratelli e sorelle che ci sleghino, ci tolgano le
bende, ci accompagnino.
Coscienti che da soli non riusciremo a liberarci, scopriremo allora che
anche gli altri attorno a noi hanno lo stesso bisogno. Non si
può fare Pasqua e viverla da soli. E’ aiutando
l’altro, il vicino, - i tanti Lazzari e Catherine accanto a
noi -
che diventiamo noi stessi più liberi, nuovi e vivi. Per
questo,
oggi, alla fine della Messa, ho chiesto a Catherine di aiutare me e
tutta la gente che si era radunata intorno a lei per
festeggiare
il suo ritorno.
La cosa ha sorpreso Catherine, impegnata a distribuire ad
alcuni
parenti e membri dell’assemblea un pizzico di sale, quasi a
voler
simbolicamente condividere con loro sia l’amarezza
dell’esperienza vissuta sia il sapore della vita nuova che
sta
per cominciare.
L’ho chiamata vicino a me, prima della benedizione finale, ed
ho
ricordato a tutti che il sale è anche simbolo di saggezza.
Abbiamo tutti bisogno di diventare più saggi, per fare le
scelte
giuste a livello personale, in famiglia, nella società in
cui
viviamo. Oggi in Uganda (ma non solo!) abbiamo grande bisogno di
saggezza, per non ripetere gli sbagli del passato, per far
sì che le sofferenze di Catherine e di tante persone come
lei
non siano state inutili. A nome di tutti i presenti, ho quindi chiesto
a Catherine di darmi un pizzico di sale, perché
l’esperienza della sua prigionia renda noi
più
liberi, insegnandoci a costruire insieme una società
più
unita, capace di vivere e crescere in pace.
Ricevendo ed assaggiando il sale dalle mani di Catherine Ajok, ho
chiesto in cuor mio a Dio, per me e per tutti un po’ della
vera
sapienza, dono dello Spirito che Gesù risorto ci ha portato
con
la sua Pasqua.
E così, con una settimana di anticipo sulla veglia pasquale,
mi
è stato dato oggi di celebrare la Pasqua: annunciata nella
resurrezione di Lazzaro, resa attuale e simboleggiata dal ritorno di
Catherine e del suo piccolo Deogratias (!), offerta anche
quest’anno ed ogni giorno a tutti noi, come dono e
cammino
di vita nuova, dalla morte e risurrezione di Gesù.
E’ questa la Pasqua , vera e santa, che auguro di cuore a
ciascuno di voi!
Vostro,
p. Giuseppe
|
|
Lira,
23 Dicembre 2008
Carissimi,
BUON
NATALE e Felice Anno Nuovo! Mi spiace che quest'anno i miei auguri vi
arriveranno quasi certamente in ritardo, ed ancor più che
per molti questo Natale sarà probabilmente meno
“buono” e felice del solito per le preoccupazioni e
conseguenze della grande crisi che interessa l'economia mondiale. Per
me, è questo un motivo in più per augurarvi di
cuore un Natale vero ed un Anno in cui la novità e
felicità non consista tanto nell'impossibile assenza di
problemi e difficoltà, quanto piuttosto nella
capacità di fare le scelte giuste e vivere ogni giorno con
amore. Non è un augurio impossibile, dal momento che davvero
il Signore viene ed è in mezzo a noi.
Sappiamo
che il Natale del Signore è il momento in cui Dio ha
raggiunto l'uomo, facendosi uno di noi, entrando nella nostra storia.
Questo è avvenuto oltre 2000 anni fa, con Gesù, a
Betlemme. Ma ora? La celebrazione liturgica annuale di questo evento
è l'occasione che ci viene offerta per lasciarci raggiungere
dal Signore fino in fondo, oggi. Nell'incontro più
importante della nostra vita. Detto così, suona bene, e
può sembrare anche facile. Ma in pratica, dove e come
possiamo incontrare oggi ‘il Signore che viene'? Spero di non
scandalizzare nessuno con queste domande.
So
benissimo che la risposta è quella della fede. Ma credere
non è sempre scontato ed automatico, specie di fronte a
certi fatti e situazioni che invece della pace cantata dagli angeli a
Betlemme parlano ancora il linguaggio violento della guerra, e che,
invece di porre al centro della nostra attenzione ed amore il Bambino,
lo schiacciano con inaudita crudeltà.
Domani
a mezzanotte in Uganda canteremo “Pace in terra agli uomini
di buona volontà” con in cuore un po' di amarezza
e delusione perché per l'ennesima volta alla fine di
novembre Kony, il capo dei ribelli, è venuto meno alla
promessa di firmare la pace. Così, in questi ultimi giorni,
la “buona volontà” di pace ha lasciato
il posto ad un attacco congiunto dei tre eserciti dell'Uganda, Congo e
Sudan contro le basi dei ribelli nella foresta di Garamba.
Bombardamenti a tappeto, seguiti dall'entrata in campo di truppe scelte
da terra. Mentre scrivo, non c'è traccia di Kony, finora
sfuggito all'attacco, e neppure del grosso dei ribelli. Ma mancano
anche notizie certe sulla sorte delle donne e dei bambini presenti nei
campi dei ribelli. Sarà pace, o strage degli innocenti?
Sulla
mia scrivania, molti biglietti di auguri per Natale recano l'immagine
di Gesù Bambino. Penso ai vostri figli che ne depositeranno
e ammireranno la statuina nella mangiatoia del presepio nelle vostre
case. Sono immagini che non smettono mai di intenerire, ricche di
icordi e sentimenti …. Ma stavolta queste immagini fanno
fatica a cancellare le foto atroci e le notizie apparse a varie riprese
sui giornali ugandesi in questi mesi, testimoni di un fenomeno
agghiacciante e quasi incomprensibile. Sono ormai una diecina i casi
accertati di bambini, neonati o di pochi anni,
“sacrificati”, decapitati, sepolti vivi o smembrati
da adulti e uomini d'affari, convinti di ottenere in questo modo enormi
fortune e ricchezze. Sono cose che fanno inorridire, certo. Da non
menzionare nella classica lettera di Natale. Ma non posso fare a meno
di pensare che, quando l'individuo o la nostra società
pongono al centro come fonte di felicità e scopo della vita
il potere, il mercato, l'interesse, il denaro, allora il risultato
è tragicamente lo stesso in Africa come in Europa od
America, aldilà delle forme più o meno rozze o
raffinate in cui si esprime: guerre assurde, bambini sacrificati,
povertà per le fasce più deboli della nostra
società occidentale, miseria e collasso per interi paesi
emergenti o in via di sviluppo.
Giorni
fa, ho fatto un salto alla nostra Babies Home di Ngetta. Accogliamo
bambini orfani, abbandonati, spesso sieropositivi. La suora incaricata
mi ha mostrato e messo fra le braccia l'ultimo arrivato, nato meno di
ventiquattro ore prima. Mentre in bicicletta portavano la mamma dal
villaggio a Lira per farla partorire in ospedale, qualcosa è
andato storto. La donna ha partorito per strada ed è morta.
Così, delle due persone che l'accompagnavano, una ha
riportato al villaggio la morta, e l'altra ha portato il bambino alla
Babies Home. Guardando questo neonato, l'imminenza del Natale mi ha
richiamato immediatamente la venuta al mondo di un altro Bambino.
L'evangelista Luca ci dice che a Betlemme per Giuseppe e Maria,
prossima a partorire il suo bambino, non c'era posto Per questo
è nato in una stalla. Ma, il Signore mi perdoni!, non ho
potuto fare a meno di pensare che quel Bambino è stato
accolto con amore dalla più tenera delle mamme, ed
è stato chiamato con un nome significativo di tutto un piano
programma: Gesù, “Dio salva”. Invece io
mi trovavo fra le braccia un bimbo senza nome e soprattutto senza la
mamma, morta nel darlo alla luce. Un esserino di poco più di
un chilo, che lotta per sopravvivere. Un bambino, umanamente
parlando…. più solo e più povero di
Gesù!
Eppure,
sono convinto e credo che, oggi, Natale è anche questo. E'
il Signore che viene e chiede di essere riconosciuto, accolto, amato in
questo come in tutti i bambini e i poveri del mondo. Quella del Natale,
del Signore che viene, del Bambino e di ogni vita umana da rimettere al
centro, da accogliere, aiutare e servire, è una sfida da
ricominciare ogni giorno. Una scommessa, da giocare nella fede, con un
impegno concreto e quotidiano, che tocca a me qui a Lira e a ciascuno
di voi in Italia o dovunque siate. Per farlo, occorre uno sguardo di
fede. E qui torniamo a quanto vi accennavo prima: non è
automatico, non è sempre facile. Per questo la Chiesa ,
stamattina, ha invitato tutti i sacerdoti e i fedeli che hanno pregato
il breviario a ripetere una serie di suppliche a Dio che terminavano
con l'invocazione: “Signore Gesù, aiutaci a
credere che vieni!”. E' una preghiera che sento
profondamente, e che ripeto volentieri anche a nome di quanti fanno
ancor più fatica a credere e quindi a “fare
Natale”. Se ci state, potrebbe diventare la nostra comune
preghiera di Natale. Un modo semplice ma efficace di unirci e celebrare
insieme il Natale, lasciando che accada in ciascuno di noi ed
impegnandoci a condividerlo con chi ci sta intorno, in famiglia, a
scuola, in parrocchia, in ufficio, sul lavoro, dappertutto.
Signore
Gesù, aiutaci a credere che vieni. Che sei con noi, anche
oggi, in Uganda, in Italia, nel mezzo della crisi economica che
disturba i sonni e le tasche dei ricchi ma schiaccia la vita di tanti
poveri e piccoli, mettendo sul lastrico tante famiglie e creando
milioni di poveri in Africa e in altri paesi del mondo. Aiutaci a
credere e a vederti. A riconoscerti ed accoglierti in tutte le
situazioni umane, nella gioia e nel dolore, nella pace e nella guerra.
Nella tua nascita a Betlemme, nelle culle di tutti i bambini nati
dall'amore come pure nel sangue di quelli sacrificati dalla cupidigia
umana. In noi stessi, nelle nostre famiglie, nella nostra vita di ogni
giorno!
Buon Natale e
Felice Anno Nuovo a tutti!
p. Giuseppe
PS.
L'inizio del nuovo anno mi vedrà in Italia per un soggiorno
forzato di oltre due mesi. Il 20 gennaio sarò infatti
operato alla spalla destra, con impianto di protesi. Nessuno
è indispensabile, ma la mia prolungata assenza dalla diocesi
crea comunque una serie di problemi e difficoltà. Vi chiedo
quindi una preghiera per me, per la buona riuscita dell'intervento e
della riabilitazione, e per la mia gente in Uganda. Grazie!
|
|
Roma,
18 Ottobre 2008
Carissimi,
vi scrivo da Roma.
Il primo ad essere sorpreso ed un po'… spiazzato da questa
circostanza sono proprio io. I vescovi dell'Uganda mi hanno infatti
scelto, assieme all'arcivescovo africano di Mbarara, per rappresentare
la nostra conferenza episcopale al Sinodo dei Vescovi che si svolge a
Roma dal 5 al 26 Ottobre, per riflettere sul tema “ La Parola
di Dio nella vita e missione della Chiesa”. E' la notte dal
sabato alla domenica 19, Giornata Missionaria Mondiale. Alcuni minuti
fa, dalla terrazza della casa in cui sono alloggiato da due settimane
assieme a 45 degli oltre 250 vescovi presenti al Sinodo, guardavo la
piazza e la cupola della basilica di S. Pietro, splendidamente
illuminate in questa notte romana. Quanto lontana e diversa l'umile
cattedrale di Lira, divenuta troppo piccola per contenere la gente che
fra poche ore andrà a pregare nel giorno del Signore!
Ma si tratta della
stessa Chiesa, la famiglia di Dio a cui tutti apparteniamo e alla quale
il Signore ha affidato la sua Parola, la buona notizia del vangelo che
ci è chiesto di annunciare a tutto il mondo.
Eccovi allora il
mio messaggio, stavolta non dalla periferia ma dal centro geografico
della Chiesa. Come riassumere in una lettera i sette mesi trascorsi
dalla mia ultima circolare? Non ci provo nemmeno. Accennerò
solo ad alcuni dei tanti avvenimenti che hanno segnato la mia vita e
servizio missionario a Lira. Mi scuserete se lo faccio senza un preciso
ordine cronologico, pescando i ricordi così come vengono.
Comincio dalla
fine, cioè da oggi. Alcune ore fa, nella cappella Sistina,
assieme al Papa, cardinali, vescovi e invitati del Sinodo, sono stato
testimone di un momento “storico”. Durante la
preghiera dei Vespri, per la prima volta nella storia un patriarca
ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha condiviso coi padri
sinodali cattolici l'esperienza di fede e la riflessione teologica
della Chiesa ortodossa sulla Parola di Dio, il cui annuncio, affidato a
tutti i cristiani, viene purtroppo indebolito e compromesso dalle
nostre divisioni. E' stato un momento intenso di comunione, che ha
acuito il desiderio e la preghiera perché si ristabilisca al
più presto l'unione fra le nostre Chiese.
In mattinata,
nell'assemblea presieduta dal Papa, sono intervenuto perché
nel messaggio finale del Sinodo non venisse dimenticata l'Africa, con i
valori e i doni che essa può recare alla Chiesa e a tutta
l'umanità. Si è trattato di un dettaglio, che ho
però vissuto e mi è parso in simbolica
continuità con la presenza e l'intervento del giovane
Daniele Comboni durante il Concilio Vaticano I nel 1870, nel tentativo
di portare l'Africa, dimenticata da tutti, al centro dell'attenzione
della Chiesa.
L'appuntamento
storico del Sinodo, momento di grazia per la Chiesa , mi ricorda un
altro avvenimento che avrebbe dovuto segnare la storia dell'Uganda.
Alla fine di marzo, assieme ad altre autorità tradizionali,
religiose e politiche, sono andato anch'io a Juba, in Sud Sudan, per la
firma del trattato di pace fra i ribelli dell'Esercito di Resistenza
del Signore (LRA) e il governo ugandese. Purtroppo Kony, il capo dei
ribelli, non si è fatto vedere. L'amarezza per questa grande
occasione “storica” mancata mi pesa ancora sul
cuore, e si trasforma in una preghiera ancor più accorata
perché il Signore voglia finalmente concedere all'Uganda il
dono della pace.
Il 12 luglio ho
avuto invece la gioia di iniziare le celebrazioni per i 40 anni di vita
della diocesi di Lira con l'ordinazione di due sacerdoti novelli e di
due diaconi. Anche questo fa parte della “storia”
di salvezza che Dio porta avanti accompagnando il cammino del suo
popolo.
Ma tale storia non
è fatta solo o soprattutto di avvenimenti straordinari e
celebrazioni solenni. Non tutti possono essere protagonisti o testimoni
di questi momenti eccezionali. Di fatto però la storia vera,
tessuto di fondo su cui s'inseriscono gli avvenimenti eccezionali,
è costituita dalla trama dei piccoli fatti e dalle scelte di
ogni giorno. Le mie, le vostre. Se vissuti con fede e con amore,
qualsiasi circostanza e momento della nostra vita diventano storia di
salvezza, un'occasione “storica” perché
unica ed irripetibile, in cui siamo chiamati a collaborare con Dio che
porta avanti il suo piano e costruisce il suo Regno. In questa
prospettiva, niente è inutile, negativo e da scartare.
Diligentibus Deum, omnia cooperantur in bonum .
Il latino è la lingua ufficiale del Sinodo, ma questo
è molto facile da tradurre, anche se più
difficile da credere e mettere in pratica: “Tutto concorre al
bene di coloro che amano Dio.” Gioie e dolori, successi ed
insuccessi, malattie… tutto. Anche l'imprevisto che alla
fine di maggio, scombussolando i miei piani, mi ha costretto al
ricovero in ospedale per rimuovere i calcoli ai reni. Aldilà
delle apparenze, credo allora che sarà un momento di grazia
anche l'intervento alla spalla che si prospetta ormai inevitabile e che
molto probabilmente subirò il prossimo gennaio.
Mi sostiene in
questo atteggiamento la fede e la forza con cui vedo la mia gente a
Lira affrontare difficoltà ben più grandi. Mi
incoraggia l'esempio di un'amica che in Italia sta vivendo in pienezza
e con amore lo spazio di vita lasciatole da un linfoma. O la
semplicità e forza senza ostentazione di Betty, la ragazza
di cui vi ho già parlato in passato. Le piogge di questi
ultimi mesi hanno avuto la meglio sul tetto della casa in cui abita
assieme alla sorella e ai due fratellini. Improvvisamente, un giorno,
il tetto è crollato. Da allora, di notte, dormono
contemplando le stelle… “Ma quando
piove?”, ho chiesto a Betty quando l'ho saputo e l'ho
incontrata. “Se piove forte, i miei fratelli e mia sorella
scappano e chiedono rifugio nelle capanne dei vicini”, mi ha
risposto. “ E tu?” “Beh, io dormo sotto
il letto!” Il tutto con un sorriso, motivando la scelta come
una precauzione per evitare che qualche malintenzionato entri a rubare
quel poco che c'è in casa.
Non commento.
Aggiungo solo che con l'aiuto di alcuni amici italiani stiamo
costruendo una casa per Betty e i suoi fratelli. Ma sono esempi come
questi che mi danno fiducia. Attraverso i piccoli fatti ed eventi che
segnano la nostra vita quotidiana, spesso nascosti e apparentemente
banali, il Signore ci chiama ad essere protagonisti della sua storia di
salvezza. E così, lentamente ma costantemente, come il seme
che germoglia e cresce senza fare rumore o notizia, Dio costruisce il
suo Regno. E a poco a poco, qualcosa cambia anche intorno a noi.
Se Dio vuole, a
Lira i prossimi mesi vedranno finalmente concretizzarsi alcuni piani e
sogni: lo scavo dei pozzi per i dispensari e maternità, il
completamento del Centro per Famiglie e la ripresa dei lavori per il
Centro diocesano giovanile… Ognuna di queste realizzazioni
è un piccolo pezzo di storia, una novità resa
possibile proprio dal coinvolgimento e dalla generosità di
tante persone, dai miei Lango ad una serie di benefattori piccoli e
grandi: voi tutti, amici, chiamati a vivere ognuno la propria storia di
salvezza, che si intreccia con il cammino e la storia di questo pezzo
d'Africa.
Ringraziando tutti,
vorrei ripetere a ciascuno di voi che la vostra preghiera ed aiuto,
assieme al coraggio e alla pazienza con cui affrontate e vivete con
amore le vostre fatiche e difficoltà, segnano e fanno parte
di una storia più grande, che ci trova coinvolti tutti come
fratelli e sorelle, compagni di viaggio in luoghi diversi ma avviati
alla stessa meta.
Da questo Sinodo
sulla Parola di Dio vi giunga allora, attraverso una lettera un po'
diversa dalle altre, una parola di speranza e di incoraggiamento. Le
circolari che ogni tanto mi sforzo di scrivere rubando tempo al sonno,
vogliono infatti essere proprio questo: un incoraggiamento alla
missione, ad accogliere il nostro ruolo, a fare ciascuno la propria
parte, piccola ma importante, dando una mano a Dio che con la sua
Parola viva ed efficace in mezzo a noi porta avanti la sua, la nostra
storia di salvezza.
La Giornata
Missionaria Mondiale quest'anno ha come motto il grido di San Paolo:
«Guai a me se non predicassi il Vangelo!
(1 Corinzi 9, 16) ».Missione
è annunciare a tutti la Buona Notizia che, illuminato e
vivificato dall'incontro e dall'amore di Cristo, tutto nella nostra
vita acquista un nuovo significato, ed ogni momento diventa
“storia di salvezza” per noi e per gli altri. Siamo
chiamati a fare di ogni giorno un momento
“storico”,un'esperienza di salvezza ricevuta e
condivisa.
Tre giorni dopo la
fine del Sinodo, torno in Uganda. Concludendo questa lettera, mi viene
in mente che in greco sinodo
significa “strada (odos)
insieme (syn)
”. Ben
più del sinodo dei vescovi, che dura solo tre settimane,
anche la nostra chiamata e missione cristiana è
“sinodale”, un cammino fatto insieme. Per costruire
e vivere insieme, condividendola con tutti giorno dopo giorno, la
splendida “storia di salvezza” che dà
significato e pienezza alla nostra esistenza. Auguriamoci e preghiamo a
vicenda perché, in Uganda come in Italia, il Signore ci
renda capaci di farlo.
Con l'amicizia e
l'affetto di sempre, vostro +
P. Giuseppe
|
|
Lira,
16 Marzo 2008. Domenica delle Palme
Carissimi,
speravo
proprio di
farvi gli auguri di Pasqua con la notizia della firma finale del
trattato di pace fra i ribelli dell' Esercito di Resistenza del Signore
(Lord's Resistance Army, LRA) e il governo dell'Uganda, a conclusione
di una guerriglia durata oltre vent'anni, con migliaia di morti. Di
fatto, doveva essere firmata alla fine di febbraio. Ma all'ultimo
minuto, non se n'è fatto nulla. Tutto rimandato alla fine di
questo mese…. Purtroppo le ultimissime notizie sulle mosse
di Kony, il capo dei ribelli, fanno temere il peggio. Qui siamo quindi col
cuore e fiato sospeso, sperando
ad
oltranza . Da anni in
Uganda alla fine di ogni messa recitiamo un
“Padre nostro” per il dono della pace .
Di fronte al rischio che le trattative falliscano all'ultimo momento,
il Venerdì
Santo, Sabato e
la domenica di
Pasqua
sono stati dichiarati giorni
di preghiera per il dono
della pace. Vi chiedo di unirvi a noi, pregando con fede. Abbiamo
bisogno di pace!
Prima di
continuare e condividere con voi alcune riflessioni che mi stanno a
cuore, permettete che risponda a quanti si lamentano che nelle mie
lettere racconto un sacco di cose ma parlo poco di me, di cosa faccio,
ecc. In realtà, a me pare di parlare anche troppo di me
stesso. Comunque, eccovi alcuni accenni.
Cosa
faccio? Faccio
il vescovo , il che
comprende – tra tanti – anche l'impegno di visitare
le comunità cristiane delle parrocchie, celebrando il
sacramento della cresima. Spesso, l'esercizio di questo ministero,
è accompagnato da dettagli abbastanza curiosi.
Due mesi fa, il
primo giorno della mia visita nella parrocchia di Alanyi, ho fatto 1.093
cresime! Un esercizio
ginnastico prolungato e … non proprio ideale per il mio
braccio e la mia spalla. Ma è il segno visibile ed efficace
con cui Dio ha scelto di comunicare il dono dello Spirito, il Signore
che dà la vita, ad oltre un migliaio dei suoi figli. A
proposito di figli e di vita, sempre ad Alanyi, in quello stesso
giorno, nel dispensario della parrocchia sei mamme hanno dato alla luce
sei bambini, tutti
maschi. Tutti regolarmente chiamati
Giuseppe!
Al termine della
mia visita pastorale alla parrocchia di Amolatar invece, durante la
festa e riunione finale, il pastore protestante della zona ha chiesto
la parola ed ha annunciato a tutti che, d'accordo con sua moglie, in
attesa di partorire nel giro di pochi giorni, aveva deciso di chiamare
il bambino Joseph Franzelli. Proprio così: non semplicemente
Joseph, ma Joseph Franzelli. Pensavo scherzasse, ma quando mi sono reso
conto che parlava sul serio mi sono affrettato a spiegare che non era
proprio il caso. Niente da fare. Sempre in pubblico, mi sono sentito
dire: “Caro vescovo, sta' tranquillo e non ti preoccupare.
Tra i Lango, se qualcuno si impegna molto e si dà da fare
per la gente, è di buon auspicio chiamare un figlio con il
suo nome. Questo non è un problema tuo. Lascia fare a
noi”. E così, oltre al sottoscritto, vescovo
cattolico, mezzo acciaccato e avanti con gli anni (fra un mese saranno
66!), c'è ora
in giro un altro Joseph Franzelli,
un bimbo tutto nero, figlio di un pastore protestante, che inizia il
suo cammino ed al quale auguro davvero una vita lunga e felice. Il buon
Dio lo protegga!
Aldilà
di questi aspetti curiosi, imbarazzanti o simpatici a seconda dei punti
di vista, il mio ministero e servizio di pastore mi riserva
però, più spesso di quanto non vorrei, situazioni
e problemi di
fronte a cui
sperimento la mia impotenza
ad essere
concretamente di aiuto. Succede nell'incontro con tanti, troppi ragazzi
e ragazze che chiedono aiuto perché non hanno soldi per
pagare le tasse scolastiche: arriva sempre un momento in cui
– esaurite le risorse provenienti dalle vostre offerte, devo
dire di no, frantumando
le loro speranze per un
futuro migliore. Il senso di impotenza e quasi frustrazione diventa
ancor più grande di fronte a situazioni e problemi sociali
che si trascinano irrisolti da tempo e poi scoppiano improvvisamente.
Come il recente sciopero all'ospedale governativo di Lira. Dopo aver
aspettato inutilmente per sei mesi l'aumento promesso dal governo e
distribuito ad altri dispensari ma non all'ospedale cittadino, medici e
personale infermieristico hanno incrociato le braccia. Risultato:
pazienti abbandonati a se stessi nei vari reparti. Chi poteva se ne
è andato. I più deboli sono rimasti. Una decina
sono morti, senza alcuna assistenza. E' successo che due cadaveri sono
rimasti abbandonai nel loro letto per un paio di giorni, in mezzo agli
altri pazienti… Di fronte a certi fatti e situazioni,
talvolta mi domando: ma è davvero possibile fare qualcosa?
Semi
di speranza
“Io….
speriamo che me la cavo!” Ricordo con simpatia il titolo di
un libro di parecchi anni fa, che raccoglieva i temi degli alunni di
una scuola elementare i quali, sia pure con strafalcioni di grammatica,
esprimevano con vivacità le loro idee ed esperienze. In
mezzo a tanti problemi e situazioni umanamente al limite
dell'impossibile, vorrei ripetere anch'io e condividere con voi la mia
fiducia: “Io…
spero che ce la
caviamo!” Non solo io, naturalmente, ma la mia gente,
l'Uganda, e tutti voi. Lo spero, ci prego e ne sono sicuro.
Perché? Aprendo gli occhi ed il cuore, scopro attorno a me
numerosi motivi e semi di speranza. Ne condivido alcuni.
Dalla fine di
Febbraio abbiamo già avuto alcuni buoni temporali. Ormai la
stagione delle piogge
è vicina. La gente sta preparando i campi per la semina,
pronta ad affidare alla terra la speranza di un buon raccolto.
Per questo,
l'intervento di distribuzione
delle sementi di riso,
granoturco, fagioli e sesamo nelle zone alluvionate, reso possibile
dalla generosità di quanti hanno risposto al mio appello, si
sta dimostrando provvidenziale. Una vera iniezione di speranza per
migliaia di persone.
Provvidenziale
è anche il sostegno di un'associazione di Torino, che si
è impegnata a fornire due
buoi ed un aratro a vari
gruppi in due zone della diocesi. In questo modo, assieme alla
possibilità di coltivare la terra dopo il loro ritorno dai
campi profughi, la mia gente ritrova la dignità di poter
lavorare e la speranza di riuscire a mantenere la propria famiglia.
La campagna
quaresimale dell'arcidiocesi di Firenze fa ben sperare che fra non
molto, con la collaborazione tecnica degli amici di Cooperazione e
Sviluppo, potremo finalmente scavare una serie di pozzi
e fornire acqua
potabile
ai nostri
dispensari e maternità. In alcuni di essi, il coordinamento
dei servizi sanitari cattolici in Uganda è riuscito in
questi giorni ad installare un paio di pannelli
solari per assicurare
luce alle sale parto ed energia ai piccoli frigoriferi per la
conservazione dei vaccini.
Nel campo
dell'educazione, sono in corso le trattative con
l'università cattolica “Martiri
d'Uganda” di Nkozi per aprire un
“campus” o sede universitaria
distaccata qui a Lira. Ci vorrà tempo, ma siamo sulla buona
strada. Per quanto riguarda la pastorale, è iniziata la
costruzione del primo edificio del centro
diocesano giovanile ,
mentre aspettiamo l'autorizzazione di cominciare il centro
per ritiri ed incontri per
l'apostolato delle famiglie
. Per il 40mo
anniversario della diocesi di Lira, eretta nel 1968, stiamo rilanciando
in varie parrocchie il piano
pastorale della formazione di Piccole Comunità Cristiane ,
o comunità di base, nella speranza che contribuiscano a fare
della nostra Chiesa una vera “famiglia di Dio” in
cui i vari membri si conoscono, si aiutano, pregano insieme e cercano
di affrontare insieme i problemi della comunità. E' un
cammino ancora lungo, un lavoro di anni… ma io ci spero.
Come continuo a pregare e sperare che, nonostante gli ultimi ostacoli,
gli accordi parziali delle trattative
di pace , possano ancora
essere coronati dal successo finale.
Non sono
così ingenuo da chiudere gli occhi sui problemi ancora
aperti e apparentemente insormontabili. So benissimo che la loro lista
può essere più lunga e nutrita dei segni positivi
che ho appena elencato. Ma mi sembra sbagliato ignorare il bicchiere
pieno a metà, guardando solo alla metà ancora
vuota…
Di fatto, il
cammino della nostra vita, anche quando ci conduce attraverso momenti
bui, a situazioni di sofferenza, è cosparso di piccoli fatti
e segni che insisto nel chiamare “semi
di speranza” .
Sono dappertutto, nella natura, come la pioggia, nella
società, come le trattative di pace, nella nostra vita
personale e nel nostro cammino di chiesa, come la
Pasqua che stiamo per
celebrare.
La morte e
risurrezione di Gesù, la Pasqua vera che auguro buona e
felice a tutti voi, è di fatto la più grande
sorgente di una speranza che supera qualsiasi timore, paura e problema,
compreso l'ostacolo apparentemente insormontabile della morte. Il
buon seme di Cristo , che
accetta di morire per amore, produce per tutti coloro che si uniscono a
Lui il frutto di una vita nuova, abbondante, che travalica la morte. Una
resurrezione che non ha
bisogno di attendere l'aldilà ma comincia
ad esprimersi oggi in
segni di vita nuova, di amore, fraternità, pace e giustizia
nella nostra vita di ogni giorno.
E' questa la
Speranza che ci salva,
come ci ha ricordato il Papa nella sua ultima enciclica. Cristo
Risorto e presente nella
mia vita e in quella di ognuno di voi è la fonte
inesauribile della speranza che è in noi e di cui dobbiamo
dare testimonianza a chi, attorno a noi, in famiglia, sul lavoro, nella
nostra società, in Uganda come in Italia, è
scoraggiato, sofferente o addirittura “morto
dentro”, senza speranza. E' questa la missione del cristiano
nel mondo. Accogliere e vivere in prima persona la Speranza , che ci
invita uscire dai sepolcri delle nostre sconfitte e delusioni, con il
coraggio “ordinario” ma sempre nuovo di continuare
ogni giorno a sperare e seminare… Fiduciosi che la forza del
seme, l'Amore che ha risuscitato Gesù e che ci viene donato
sarà capace di vincere e portare frutti … La
speranza, come la pace, è un dono da chiedere nella
preghiera. Chiediamolo insieme: io per voi, voi per me e per l'Uganda,
per tutto il mondo.
Da Lira, in questa
imminente stagione delle piogge, tempo di speranza, BUONA
PASQUA a tutti!
Vostro, p.
Giuseppe
|
|
Lira,
22 Dicembre 2007
Carissimi,
GRAZIE!
Prima ancora di
farvi gli auguri per Natale, sento di dovere ringraziarvi di cuore per
la pronta e generosa risposta alla mia richiesta di aiuto per le
vittime dell'inondazione che ha colpito alcuni mesi fa parte della
diocesi di Lira. A nome della mia gente, a tutti e ciascuno, GRAZIE!
Grazie per la preghiera con cui tantissimi hanno voluto essere vicini a
migliaia di fratelli ugandesi. Sono sicuro che è
innanzitutto per questo che il Signore non ci ha fatto mancare la
speranza ed il coraggio di affrontare una situazione davvero pesante.
Molti di voi hanno inviato denaro: dai 10 o 20 Euro di chi fa fatica a
tirare avanti, alle somme più importanti che rappresentano
la solidarietà ed il sacrificio di persone o gruppi che
hanno voluto dare una mano a chi ha perso casa o raccolto, e spesso
tutti e due.
La vostra generosità ci ha permesso di agire in due momenti
e modi diversi: un primo intervento di emergenza, con l'invio e
distribuzione di autocarri carichi di fagioli, farina, coperte ed altri
generi di prima necessità; ed un secondo intervento tuttora
in atto, che mira ad affrontare un'ulteriore prevedibile emergenza nei
prossimi mesi. Stiamo infatti comprando e immagazzinando tonnellate di
derrate alimentari, da distribuire quando – esauriti gli
aiuti di emergenza e le eventuali scorte che alcuni erano riusciti a
salvare – molta gente di Aliwang, Aloi ed Alanyi si
troverà probabilmente di fronte allo spettro della
carestia… Speriamo così, grazie al vostro aiuto,
di riuscire a superare questo momento di grande difficoltà.
La vostra solidarietà ha permesso e permetterà
quindi a migliaia di persone di continuare a vivere e sperare in tempi
migliori. A nome loro e mio personale, di nuovo grazie di cuore a tutti
ed a ciascuno di voi. Dio, Padre di tutti, vi ricompensi e benedica!
Ora
però, per essere del tutto franco con voi, devo aggiungere
che dieci giorni fa una tromba d'aria ha scoperchiato il tetto di
alcuni edifici della ex - Scuola per Insegnanti di Ngetta, che stiamo
cercando di trasformare in un Collegio o “Campus”
collegato all'università cattolica dei Martiri
d‘Uganda. Due sacerdoti sono rimasti senza tetto, gli zinchi
di copertura sono stati scaraventati a decine di metri di distanza ed
alcuni sono ancora pericolosamente in cima agli alberi, a 15 metri di
altezza. I danni ammontano a qualche centinaia di milioni: una
“sorpresa” di cui, umanamente parlando, non avevo
proprio bisogno! Pregate quindi il Signore che mi aiuti a far fronte
anche a quest'ultima prova…
AUGURI!
Eccomi finalmente al secondo motivo di questa lettera: augurarvi di
tutto cuore un Santo Natale ed un Felice Anno Nuovo! Vi sto scrivendo
nella notte fra il 22 e il 23 Dicembre. Sono piuttosto stanco e mi
perdonerete se, come magari vi aspettereste da un vescovo, non mi sento
in grado di lanciarmi in profonde riflessioni sul significato del
mistero che celebreremo fra due giorni. Natale qui per me, quest'anno,
è qualcosa, anzi Qualcuno che illumina, dà
speranza e significato a ciò che mi è dato di
vivere ogni giorno. La risposta di Dio al bisogno e alle domande mie e
delle persone con cui sono chiamato a vivere. Ma è, al tempo
stesso, Qualcuno che non cessa di mettermi in discussione e pormi delle
domande per evitare che mi addormenti e prenda tutto per scontato.
Natale
, quello vero,
che auguro anche a tutti voi, è
l'annuncio ed il dono di pace, libertà, gioia e pienezza di
vita che Dio ci ha donato e continua a regalarci attraverso un bambino
– suo figlio – di nome Gesù. E' in Lui
che non solo il prossimo anno 2008, ma tutta la nostra vita
può essere davvero nuova e felice! Permettetemi
allora di condividere con voi alcuni fatti e domande.
Pace.
Il mese scorso,
una delegazione dei ribelli del Lord's
Resistance Army (LRA)
è venuta a Lira ad incontrare la gente e discutere le
modalità per la ripresa delle trattative di pace. Ho passato
alcuni giorni con loro. A Barlonyo, dove i ribelli hanno massacrato
oltre 380 civili, sono stato davvero
“evangelizzato” dai superstiti di quella tragedia i
quali, assieme ad altre persone rapite o mutilate dallo LRA, hanno
pubblicamente perdonato i responsabili di tutte queste
atrocità. Hanno solo chiesto il ritorno dei figli rapiti e
tuttora vivi, e soprattutto, la pace. Il problema resta la
sincerità e volontà di pace del capo dei ribelli,
Kony, che proprio in quei giorni ha ammazzato il suo vice, Otti,
favorevole alle trattative col governo. Da anni, in Uganda, alla fine
della messa, noi recitiamo ogni giorno un “Padre
Nostro” per la pace. Unitevi a noi, chiedendo per l'Uganda e
per tutto il mondo il dono della pace, annunziata a Natale.
Libertà
.
In queste
ultime settimane sono stato in
prigione . In
visita pastorale, naturalmente .
A Loro, i
carcerati scontano la sentenza lavorando in una grande fattoria. Nella
prigione centrale di Lira, invece, la maggior parte dei carcerati,
alcune centinaia, sono in attesa di giudizio. In vari casi, purtroppo,
passano non solo mesi ma addirittura anni prima che il tribunale
giudichi il caso ed emetta la sentenza. Per cui ci sono innocenti
privati ingiustamente della loro libertà, famiglia, lavoro e
diritti… Uscendo dal carcere, mi ha accompagnato una
domanda, che giro anche a voi. Cosa ne faccio della libertà
di cui godo e che vivo come naturale e scontata? Accetto o cerco di
combattere l'ingiustizia nella mia vita e intorno a me?
Gioia
.
La nascita di
un bimbo porta gioia. Quella di Gesù comporta il dono della
pienezza di vita per tutti gli uomini, che attraverso di lui diventano
in modo unico figli di Dio. Le celebrazioni del Natale rispecchiano
questa gioia. Welo kelo
yengo, dice un proverbio Lango
. L'ospite porta
abbondanza. Di fatto in suo
onore si prepara qualcosa di buono, e anche quelli di casa, costretti
magari dalla povertà a magri pasti, possono per l'occasione
mangiare in abbondanza. Tradizionalmente, in Europa, la gioia del
Natale si esprime anche in un abbondante pranzo o cena in famiglia.
Questo mi ricorda Betty. L'ho incontrata il mese scorso. Forse ve ne ho
già parlato in passato. Papà ucciso dai ribelli,
mamma morta di Aids, tre anni fa Betty Akao ha dovuto smettere di
andare a scuola e a 14 anni si è trovata a fare da mamma a
Dorcas, Lawrence e Denis. Lavora sodo nei campi, cucina e si
dà da fare per pagare la scuola alla sorella e ai due
fratelli, ma evidentemente non ce la fa. Viene quindi ogni tanto a
chiedere aiuto, rendendo conto di come ha speso i soldi ricevuti.
L'ultima volta, è venuta con un mese di anticipo. I soldi,
secondo i miei calcoli, dovevano bastarle più a lungo.
“Come mai? Che cosa è successo?”, le
chiedo preoccupato e con una punta di malcelato rimprovero. Abbassa gli
occhi, intimorita. “Denis e Lawrence erano sempre
malaticci…” Poi si fa coraggio e aggiunge:
“Prima mangiavamo solo una volta al giorno, ora mangiamo tre
volte!” Lo dice in fretta, come se volesse nascondere una
marachella e farsi perdonare di averla fatta grossa, senza …
chiedermi il permesso. “Adesso i ragazzi stanno
bene.” Resto senza parole. Al diavolo i soldi! Io mangio tre
volte al giorno, da sempre… Inquieta per il mio silenzio, la
ragazza alza gli occhi, con uno sguardo ed un sorriso timido e
disarmante. “Va bene, Betty. Non ti preoccupare. Continuate a
mangiare tre volte. I soldi li troveremo.” Si alza raggiante,
ringraziando con un sorriso aperto. La gioia di una giovane sorella
maggiore chiamata ad essere mamma, che può finalmente dare
da mangiare a sufficienza ai suoi tre fratelli.
Un
bambino .
Natale
è Lui, il bambino nato per noi. Ieri sono stato in un centro
di riabilitazione, in mezzo a un gruppo di bambini poliomielitici ed
ex-bambini soldato feriti, con mani o piedi fracassati da pallottole o
mine. Stamani invece ho pregato e giocato con un gruppo di bambini
sieropositivi, nell'ambito dell'associazione COSBEL per malati di Aids.
Ciò che ho visto mi ha lasciato il cuore gonfio. Di gioia
per i bambini che riprendono o riescono a camminare per la prima volta,
per quelli che rispondono bene alla terapia e possono andare a scuola.
Di tristezza per quelli che non ce la fanno, per alcuni che molto
probabilmente non saranno più con noi a celebrare il
prossimo Natale… E' fin troppo naturale ed umano domandarsi:
ma Natale non è per tutti i bambini del mondo? Cosa facciamo
perché sia davvero così?
Gesù
. Il Natale
vero è la celebrazione dell'amore di Dio che salva
l'umanità con il dono di suo Figlio. Il nome di
Gesù infatti significa “Dio salva”. In
Lui e per Lui, Dio ci dà vita, ci ama e ci salva, ogni
giorno. In fondo, non c'è nome più bello. Io mi
chiamo Giuseppe. E' un nome che mi piace, come spero che ad ognuno di
voi piaccia il suo. Ma alcuni giorni fa mi hanno dato anche un altro
nome.
E'
successo ad Ader, nella zona di Otwal, parrocchia di Aboke. Durante la
mia prima visita nella zona, un anno e mezzo fa, la gente viveva ancora
nei campi per sfollati, in condizioni disumane. Insieme abbiamo pregato
per la pace. Quest'anno, il campo è stato smantellato e la
gente è tornata a casa, ricominciando a lavorare per
costruirsi un futuro migliore. Riflettendo e connettendo questi due
fatti, la rappresentante politica della zona ha pubblicamente
annunciato che la popolazione di Otwal mi ha dato un nome locale, segno
della mia appartenza alla gente Lango. “Ti chiamiamo ‘
Okelo'
(colui che porta o ha portato), pien
ikelo kuc, perché
hai portato la pace!” Mi sono subito affrettato a spiegare
che chi porta davvero la pace è solo Dio, attraverso
Gesù, ma non vi nascondo che, se da una parte la cosa mi ha
fatto piacere, mi ha anche fatto riflettere. Gesù ci ha
portato la pace, la possibilità di una vita nuova, la sua
gioia. Si è fatto e continua a farsi dono per noi, ogni
giorno. Io, Giuseppe “Okelo”
, che cosa porto
come dono agli altri? E' una domanda che penso possiamo e dovremmo
farci tutti. Quale dono sono, nella vita e per la vita di chi mi
è vicino in famiglia, a scuola, sul lavoro, e per chi, anche
se lontano, è diventato in Cristo parte dell'unica famiglia
dei figli di Dio? A Natale, riceviamo e diamo regali. Accogliendo il
dono di Gesù, Dio che salva, preghiamo perché ci
sia dato il coraggio e l'amore sufficiente per diventare noi stessi
dono gli uni per gli altri. Non solo una volta all'anno, per Natale, ma
oggi ed ogni giorno del nuovo anno che il Signore sta per regalarci.
Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!
p.
Giuseppe
|
Aliwang,
16 Ottobre 2007
Carissimi, vi
scrivo da Aliwang, l’ultima parrocchia della diocesi, ai
confini col Karamoja. Sono stato in giro tutto il giorno, per visitare
alcune zone e soprattutto la mia gente colpita dalle recenti
inondazioni. E’ sera tardi. I due sacerdoti della missione si
sono già coricati. Io preferisco cominciare a scrivervi,
sperando che la batteria del computer (qui non c’è
luce elettrica) non mi tradisca troppo presto.
Fra cinque giorni si celebra la giornata missionaria mondiale, un
momento ideale per condividere con voi almeno in parte la
realtà della missione che sto vivendo in Uganda.
Quest’anno il tema della giornata è:
“Tutte le chiese per tutto il mondo!” Come
cristiano e come pastore della Chiesa che è in Lira, mi
sento interpellato a vivere la comunione e solidarietà con
tutte le altre chiese sparse nel mondo. Domenica tutte le parrocchie
della diocesi pregheremo e raccoglieremo offerte da inviare a Roma, al
Papa, perché vengano distribuite per le necessità
di tutte le chiese e missioni del mondo. Finanziariamente il nostro
sarà certamente l’obolo della vedova, ma lo
offriamo con tutto il cuore. Voglio poi sperare che anche questa mia
lettera possa essere un piccolo aiuto alle comunità
cristiane e civili a cui voi appartenete, offrendovi uno spaccato della
vita, problemi e speranze di una giovane chiesa africana,
perché anche voi siate in grado di allargare il vostro
cuore, la vostra preghiera e solidarietà alle dimensioni di
tutto il mondo.
Immagino che molti fra voi siano al corrente della tragedia delle
inondazioni che hanno colpito l'Uganda del Nord e dell'Est. Purtroppo,
questa calamità naturale è caduta su una
popolazione che, come sapete, è sopravvissuta a 21 anni di
guerriglia, in gran parte passati in campi per sfollati in condizioni
disumane, con la morte di migliaia di civili, specialmente donne e
bambini. Finalmente, in questi ultimi mesi, le trattative di pace in
corso a Juba in Sudan, hanno aperto uno spiraglio di speranza. Alcuni
hanno quindi lasciato i campi per sfollati e si sono avventurati a
tornare verso i loro villaggi di origine. Si sono messi a ricostruire
le loro capanne, a disboscare e coltivare i campi, sperando in un buon
raccolto che dia loro la possibilità di ricominciare a
vivere una vita normale. E' su questa gente che invece si è
abbattuta la furia di continue piogge torrenziali che hanno allagato
capanne, scuole, cappelle, dispensari, spazzato ponti e sommerso strade
e campi, danneggiando irreparabilmente ciò che era stato
seminato e compromettendo ogni possibilità di raccolto.
Granoturco, cassava, fagioli, sesamo e patate dolci sono i prodotti
colpiti più duramente. Ciò significa che
probabilmente fra pochi mesi dovremo affrontare il problema della fame.
L'acqua ha riempito e fatto traboccare anche le latrine tradizionali,
inquinando pozzi e creando un serio problema igienico e sanitario. Con
tanta acqua dappertutto, il tasso di malaria è cresciuto in
modo impressionante. Bambini, donne incinte, anziani ed ammalati sono
particolarmente a rischio.
Per quanto riguarda la mia diocesi, questa è la situazione
di circa 80.000 persone, sparse in 17 delle 19 "sub counties" del
distretto di Lira, nella parte nord est del Lango. Oggi dunque ho
cercato di raggiungere la mia gente. Per strade impossibili e col
rischio di restare bloccato, sono stato ad Okwongo, Orum, Ikwee ed
Olilim, nella parrocchia di Aliwang. Dappertutto, oltre ai danni che ho
già descritto, la cosa che mi ha colpito di più
è l’atteggiamento delle persone. Dignitosi nella
loro povertà, tengono duro, a denti stretti. Ma
c’è una cosa che li amareggia e mi ha
profondamente addolorato. Si sentono abbandonati. Sono passati quasi
due mesi dall’inizio delle inondazioni, che hanno interessato
in misura ancora maggiore la regione confinante dei Teso. In queste
settimane i giornali e le radio parlano continuamente dei soccorsi di
emergenza destinati agli alluvionati e distribuiti fra i Teso. Qui da
noi, non è ancora arrivato niente. La mia gente si sente
tradita, dimenticata dalle autorità. Ho promesso loro che
avrei tentato di fare qualcosa, intervenendo presso le
autorità politiche ed amministrative… Spero che
serva. Ho ancora negli occhi la cappella di Okwongo: la parete di fondo
è crollata al suolo. Ora l’altare e la croce hanno
per sfondo i campi inondati, senza speranza di raccolto. Stessa scena
ad Ikwee, ma stavolta in una casa. Tre pareti hanno retto
miracolosamente, mentre la quarta ha ceduto alla violenza della pioggia
e del vento. E’ come se le famiglie e le comunità
cristiane non ce la facessero a sostenere da sole tutto il peso della
tragedia. Occorre che qualcuno, dal di fuori, intervenga a dare loro
una mano, colmando il vuoto e le necessità superiori alle
forze locali….
Ma a questo punto la batteria del computer è ormai scarica.
Devo interrompere. Stanotte, posso solo affidare al Signore nella
preghiera tutta la gente che ho visto e quelli, più
numerosi, che non sono riuscito ad incontrare. Li raggiunga e protegga
la misericordia e l’amore del Padre.
Lira, 18 ottobre.
Sono tornato a casa con lunghi elenchi di persone e famiglie colpite,
terreni sommersi, raccolti distrutti, ponti rovinati, strade
impraticabili…Sulla via del ritorno, lungo gli di strada, ho
visto l’unica scavatrice inviata dalle autorità
per riparare e rendere praticabili i numerosi punti critici che
impediscono ai mezzi di trasporto di far giungere i soccorsi alla
gente. Mi sono anche indignato nel sentire che, dopo un solo giorno di
lavoro, la scavatrice è rimasta inutilizzata
per…mancanza di carburante e sono già tre giorni
che gli incaricati non si sono più fatti vedere! Mi sono
attaccato al telefono ed ho parlato a lungo ed in maniera non certo
diplomatica con tre ministri, il capo del Distretto e
l’incaricato del Programma Mondiale Alimentare delle Nazioni
Unite. Mi hanno assicurato l’arrivo di tre grossi rimorchi
per il trasporto del cibo e, da domani, l’intervento di aerei
Antonov, per lanciare i primi soccorsi alla popolazione. Staremo a
vedere. Spero che il governo e le organizzazioni internazionali
intervengano senza ulteriori ritardi. Da parte nostra, come Chiesa,
stiamo rimboccandoci le maniche, chiedendo l’aiuto di
chiunque possa dare una mano. C’è bisogno di
comperare e distribuire farina, fagioli, sale, olio per cucinare, come
pure di provvedere alle famiglie delle taniche, bacinelle, sapone,
pentole, piatti e bicchieri di plastica, coperte, ecc.
Bisognerà poi essere pronti con l'acquisto di sementi per
rimpiazzare i raccolti andati persi. “Tutte le chiese per
tutto il mondo!…” Se siete in grado di darci una
mano, fatelo quanto prima. Qualsiasi aiuto è prezioso. Non
preoccupatevi di arrivare in ritardo. Purtroppo i danni ed i bisogni
della gente rimarranno attuali ancora per parecchio tempo dopo
l’emergenza, quando si tratterà di ricominciare
ancora una volta da capo. Anche a nome della mia gente, ringrazio fin
d’ora di cuore chi vorrà rispondere a questo
appello.
Mi sentirei in colpa se, condividendo con voi la missione che il
Signore mi chiama a vivere, mi limitassi a parlarvi delle
difficoltà e dei problemi che incontro. Il buon Dio infatti
non manca di benedire con vari doni il cammino della sua Chiesa a Lira.
Mi dispiace non avere più spazio per parlarvene a lungo. Ma
voglio invitarvi a ringraziare con me il Signore per il dono di sette
nuovi diaconi alla nostra diocesi. Li ho ordinati con gioia e
trepidazione il 18 Agosto scorso. Sette, come i primi diaconi degli
Atti degli Apostoli! Non era mai successo, nella storia di Lira. Vi
chiedo di pregare perché lo Spirito di Gesù li
accompagni e riempia durante il loro ultimo anno di seminario, e li
prepari a diventare sacerdoti e servitori del suo popolo
sull’esempio di Cristo Buon Pastore!
Non mancano naturalmente anche le croci. Una piuttosto pesante
è la campagna denigratoria che va avanti da un paio di mesi
contro l’ospedale diocesano di Aber. Stiamo impegnandoci, con
l’aiuto della diocesi di Firenze, a migliorare i servizi,
rispondendo coi fatti alle calunnie. Ho ricevuto vari messaggi di amici
preoccupati per la mia salute, particolarmente per la vecchia
lussazione e frattura della spalla. Vorrei rassicurare tutti. Dopo un
lungo periodo senza problemi di sorta, mi sono fatto due malarie a
fila, ma ora sto bene. Per quanto riguarda la spalla, è vero
che l’indicazione ricevuta in Italia e poi in Kenya
suggerisce un intervento chirurgico e l’uso di una protesi,
ma oggettivamente ho riguadagnato abbastanza mobilità, e
fino a quando riesco a sopportare il dolore che mi provocano a volte
certi movimenti, sono stato consigliato a continuare ad usare le ossa
originali che mi ha dato il Padreterno…. In ogni caso, sto
meglio della mia macchina, che mi riserva delle sorprese ad ogni
viaggio. L’ultima volta che sono andato in una parrocchia per
le cresime, a Bala, sono dovuti venire a trainarmi. Ed abbiamo
cominciato la funzione (400 cresime) con due ore di ritardo…
Sto quindi cercando di acquistare un’altra macchina di
seconda mano. Intanto, la settimana prossima, dal 24 al 30 Ottobre,
vado io in…garage. Mi fermo cioè per alcuni
giorni di esercizi spirituali. Con tanto correre e lavorare, ho davvero
un grande bisogno di fermarmi, riflettere, pregare ed ascoltare quello
che il Signore mi vuole dire e si aspetta da me. Accompagnatemi con la
vostra preghiera! Farò gli esercizi a Namugongo, vicino al
santuario dei Martiri d’Uganda. Sabato 20 invece, vigilia
della Giornata Missionaria Mondiale, vado in pellegrinaggio a Paimol, a
pregare i due catechisti Acholi martiri, i beati Daudi Okello e Jildo
Irwa, e a chiedere loro il dono della pace per la nostra gente. Ai
nostri martiri africani prometto di raccomandare anche ciascuno di voi,
le vostre famiglie e comunità cristiane. Viviamo
così insieme, nella pratica, la comunione e la
solidarietà di tutte le Chiese, in tutto il mondo! Ciao!
p.
Giuseppe
|
Lira,
30 Marzo 2007
Carissimi,
Buona
Pasqua! Vi mando i miei auguri mentre un temporale in piena regola, con
tanto di tuoni e lampi, rovescia torrenti di acqua sugli zinchi della
mia stanza. In questi ultimi giorni il caldo è stato davvero
eccessivo e la pioggia arriva come un sollievo, accolta come una
benedizione dal cielo.
E'
sera tardi. Il calendario sulla mia scrivania mi ricorda che fra poco
più di una settimana è Pasqua. Sono in ritardo
per gli auguri, e me ne scuso. Il fatto è che in questo
momento, chissà perché, la Pasqua mi sembra
ancora molto lontana. Ciò che sento più vicino,
in me ed attorno a me, è la realtà di una lunga
quaresima e passione. Non passa giorno senza che venga a contatto con
la sofferenza. Tanta, a volte troppa per il mio desiderio di porvi
rimedio e per la mia incapacità di farlo.
Non
parlo certo del dolore fisico che ha accompagnato in questi mesi il mio
tentativo di ricuperare una discreta mobilità del braccio e
della spalla destra. Per questo basta stringere un po' i denti, avere
tanta pazienza e contare sui tempi lunghi.
Personalmente,
trovo più pesanti le promesse non mantenute, il dover
rimandare o lasciar cadere progetti volti al bene della gente per
l'opposizione e le divisioni fra chi dovrebbe collaborare e
promuoverli. La resistenza passiva e subdola a cambiamenti necessari
per il bene della diocesi, gli scandali di fronte a cui la gente si
sente tradita da chi dovrebbe dare loro il buon esempio…a
volte sono davvero duri da accettare e portare nel cuore in modo sereno
e costruttivo.
Mi
pesa soprattutto la sofferenza della gente. Da Natale, la situazione
è decisamente migliorata, tanto che vari campi per sfollati
si sono dimezzati o quasi svuotati. Parecchia gente si è
avventurata a tornare al proprio villaggio d'origine, anche se il
più delle volte trova che la propria casa o capanna ormai
non esiste più. In altre zone invece, la gente ha ancora
paura e non si fida a partire. Rimane così nei campi,
sopravvivendo grazie alla distribuzione di cibo da parte delle NGO, che
ora cominciano a ridurre gli aiuti. Per tutti però, sia per
chi parte che per chi rimane nei campi, c'è l'estenuante
altalena di speranza e paura, legata all'andamento delle trattative di
pace che in questi mesi hanno prodotto una tregua delle
ostilità, accompagnata da speranze di pace, frustrate poco
dopo dall'interruzione delle trattative e la minaccia di ripresa della
lotta armata. Ci sono giorni in cui la pace sembra a portata di mano,
per poi tornare ad essere lontana, al punto che qualcuno si chiede se
mai diventerà una realtà! Purtroppo, la guerra
è un grande business e c'è sempre chi ci
guadagna, sulla pelle degli altri….
Delusioni,
dispiaceri, sofferenza. Umanamente, uno tende a lamentarsi e cerca
anche di scuotersi di dosso la croce, anche se così facendo
spesso si finisce per soffrire di più. Ma poi arriva il
giorno in cui, in un momento di preghiera oppure mentre osservi la
gente attorno a te che affronta con coraggio la sua razione quotidiana
di tragedie e disgrazie, ti si aprono improvvisamente gli occhi e vedi
le cose in modo diverso e tutto acquista un senso nuovo, quello vero,
l'altra faccia della medaglia che spesso non riusciamo a cogliere.
Mi
è successo anche alcuni giorni fa a Kalongo, nella diocesi
di Gulu, dove mi sono recato per celebrare il ventesimo anniversario
della morte di P. Giuseppe Ambrosoli, medico e missionario comboniano.
Per me, è stato un momento intenso, denso di memorie.
Alla
fine di Febbraio del 1987 mi ero recato da Patongo a Kalongo per una
incipiente ernia al disco, quando ci raggiunse l'ordine dell'esercito
di Museveni di lasciare le nostre missioni. Fu un momento di grande
angoscia e sofferenza. La sera, incapace di prendere sonno, uscito
dalla mia stanza, mi incontrai con P. Ambrosoli, che camminava su e
giù per il corridoio, pregando. Conscio di quanto gli
costasse abbandonare l'ospedale e i malati ai quali aveva dedicato
tutta la sua vita, gli chiesi semplicemente: “ E allora,
Giuseppe?” Mi guardò per un attimo, e poi
disse:“Quello che Dio vuole, non è mai
troppo”. E' una risposta che mi colpì
profondamente e che non dimenticherò mai…
perché sono le stesse parole che mia mamma ripeteva nei
momenti più duri e dolorosi nelle vicende della nostra
famiglia: “Quello che Dio vuole non è mai
troppo!”.
Dopo
tanti anni, le parole di P. Giuseppe e di mamma Marina mi aiutano a
vivere il mio motto episcopale, che in realtà ripete le
ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce e rivolte al
Padre in un atto di estrema fiducia ed abbandono: “In
manus tuas . Nelle tue mani
affido la mia vita!”
A
pensarci bene, il Signore la mia vita l'ha presa e custodita da sempre
con amore nelle sue mani. Il lunedì di Pasqua
compirò 65 anni. Per ognuno di essi sono riconoscente al
Signore. Ogni tanto, fra amici, osservo che dal 1987, quando a Patongo
mi trovai in mezzo a vere e proprie battaglie e mi spararono addosso
più di una volta, considero ogni giorno come un regalo extra
del Signore, che ha voluto salvarmi la vita. E da allora i
“giorni in più” sono già
diventati 20 anni!
Un
ulteriore motivo per cui vi chiedo di unirvi a me nel ringraziare Dio
sono i miei 40 anni di sacerdozio. Ho celebrato l'anniversario della
mia ordinazione domenica 11 marzo. La cosa è passata
inosservata. Sono andato a celebrare l'Eucaristia e conferire la
Cresima a Bar Jobi, una cappella della parrocchia di Aliwang. Ho
passato la giornata con gente che vive ancora nei campi per sfollati ma
che sta muovendosi per tornare a casa. Stare in mezzo ai poveri che
ricominciano con fatica a costruirsi una vita, è stato il
regalo più bello che il Signore potesse farmi per il mio
quarantesimo anniversario. In quella cappella sperduta in mezzo al
bosco, ho potuto ancora una volta sperimentare, assieme alla mia
povertà e debolezza personale, il senso profondo del
sacerdozio, la bellezza e gioia di essere stato chiamato a condividere
da vicino la missione di Gesù. Nell'entusiasmo dei miei 25
anni, sull'immaginetta ricordo della mia ordinazione chiedevo al
Signore di aiutarmi a cercare “di amare e servire,
più che di essere servito ed amato”.
Dopo
40 anni sono ancora qui, che cerco di imparare ad amare e servire. Ma
ora la prospettiva e modalità del mio amore e servizio hanno
assunto un profilo ben preciso e concreto. Il prete di 40 anni fa,
diventato vescovo, è chiamato ad amare e servire come
Gesù, Buon Pastore che ha dato la vita per il suo gregge.
Pregate per me!
Sabato
31 Marzo
Ieri
sera ero talmente stanco che mi sono praticamente addormentato davanti
al computer. Rileggo oggi quanto ho scritto. Ma questa doveva essere la
lettera di Pasqua…. In mezzo a tanti problemi e sofferenze,
la Pasqua dov'è finita? Niente paura, la Pasqua
c'è. La risurrezione di Cristo è avvenuta 2000
anni fa, ma la sua Pasqua avviene anche oggi, in Uganda, in Italia,
dappertutto. Io l'ho vista, e ne sono testimone.
L'ho
vista a Kalongo. Venti anni fa, mentre i soldati ci portavano via e
bruciavano le medicine, le colonne di fumo alle nostre spalle
sembravano il segno della fine dell'ospedale e dell'opera di P.
Ambrosoli. Oggi, l'ospedale di Kalongo è più vivo
e affollato che mai, e continua la sua missione.
La
forza della Risurrezione di Cristo io la vedo in azione ogni giorno
nella vittoria della speranza sulla paura, nel coraggio di chi lascia i
campi per sfollati dopo anni di forzata inattività ed
affronta la sfida di ricominciare da capo e costruirsi una casa ed un
futuro migliore...
Pasqua,
io l'ho vista e vissuta proprio oggi, in mezzo a centinaia di malati di
AIDS.
Quindici
anni fa una suora comboniana ha formato un gruppetto di volontari, che
si è poi costituito in un'associazione chiamata COSBEL, Co
mmunity
S earching
for BE tter
L iving
, cioè
Comunità alla ricerca di una vita migliore. Attualmente i
volontari vanno a trovare, accompagnano ed aiutano oltre tremila
persone sieropositive e malate di AIDS. Oggi dunque abbiamo organizzato
una festa per loro, almeno per quelli che sono stati in grado di
radunarsi all'aperto, presso la sede dell'associazione. Era la prima
volta che il vescovo li andava a trovare. Saranno stati seicento,
seduti sotto tendoni che li proteggevano da un sole cocente.
Per
loro e con loro ho celebrato l'Eucaristia, scegliendo il vangelo del
Buon Samaritano, colui che non passa oltre, il laico che prova
compassione, si ferma e si china sul viandante ferito e se ne prende
cura. E' il loro
vangelo.
Quello che sperimentano e praticano
ogni giorno.
Perché il Cosbel ha alcune caratteristiche che sinceramente
sono una sfida per me e, penso, anche per voi. A distanza di 15 anni,
questo delicato e difficile servizio è portato avanti ancora
da volontari, senza alcuna retribuzione. Sono laici, cattolici ma anche
protestanti e musulmani, e aiutano tutti, senza distinzione di
religione, classe sociale o tribù. Ma la cosa più
bella è che la maggioranza dei volontari, oltre che da un
certo numero di gente sana, è formata proprio da loro, dai
malati stessi. Aiutati dal Cosbel, questi diventano a loro volta gente
che va a trovare, si prende cura ed accompagna altri malati di AIDS
della loro zona. E' l'applicazione dell'invito di Gesù, al
termine della parabola del Buon Samaritano:”Vai e anche tu
fa' altrettanto!”
Per
me, questa è Pasqua. Vangelo vissuto. Il mistero della
passione, morte e risurrezione di Cristo che trasforma questi nostri
fratelli che portano nel loro corpo un germe di morte, e li rende
capaci di vivere in pienezza e di portare ad altri la stessa speranza.
Davvero, il Signore non mi poteva dare gente più bella con
cui celebrare oggi la sua Pasqua, il trionfo della vita sulla morte, la
vittoria del suo amore! Dopo la messa ed il pranzo, mi sono unito alle
loro danze. Celebrando la loro voglia di vivere, il coraggio di Auma,,
una ragazza di 13 anni, che dopo la morte per Aids dei genitori si
ritrova ad essere capofamiglia di altri 5 fratelli e sorelle
più piccoli, ho pensato a voi, ai vostri problemi, al vostro
cammino. Dall'Uganda, ad ognuno di voi il mio augurio affettuoso:
“Coraggio! Alla fine, la vita e l'amore vincono! Buona
Pasqua!” p.
Giuseppe
Bishop Joseph
Franzelli – Bishop's House – P.O.Box 311
– LIRA – Uganda E-mail: franzelli@gmail.com
|
|
Lira, Dicembre
2006
Carissimi,
è la
sera dell'Immacolata, la madre del Bambino la cui nascita ci prepariamo
a ricevere e festeggiare fra due settimane. Un giorno adatto per
cominciare questa circolare ed augurare a tutti
BUON
NATALE!
In
realtà, non so ancora quando riuscirò a terminare
questa mia “lettera di Natale”. Sto scrivendo con
una mano sola, la sinistra, il che rende la cosa molto più
lenta e problematica. La destra è saldamente fissata al
cinturone di gesso che mi circonda la vita. Non allarmatevi! Sono vivo
e vegeto, anche se un po' acciaccato. Tre settimane fa, all'inizio di
un seminario di studio e formazione pastorale sull'AIDS organizzato per
i sacerdoti e le suore che lavorano in diocesi, mi sono preso una bella
scossa elettrica. Al momento giusto la corrente era venuta a mancare, e
nel tentativo di rimediare, complice un malaugurato filo scoperto, me
la sono beccata tutta io! Ho così rischiato di morire a 64
anni, letteralmente …pieno di energia! Scaraventato a terra,
ho battuto malamente la spalla destra. Inizialmente sembrava si
trattasse di una frattura, ma alla fine me la sono cavata con una
lussazione posteriore della spalla, che di conseguenza mi impedisce di
usare il braccio e la mano destra. Vi invito quindi a ringraziare con
me il Signore per il dono della vita, che noi spesso diamo per scontato
ma che è invece un regalo e vorrei dire un miracolo continuo
del suo amore. Non so cosa ne pensiate voi, ma per me questo
è un motivo in più per ringraziare Dio e
celebrare con maggiore intensità il Natale ormai prossimo.
In Gesù,
suo Figlio che si è fatto nostro fratello, Dio ci ha voluto
regalare non solo la vita fisica ma ci chiama a condividere la pienezza
della sua stessa vita. Dopo 2000 anni, celebrare il Natale è
metterci di fronte a questo evento che resta più attuale che
mai, in un mondo in cui a troppi uomini e donne la vita viene negata,
rubata o ferita da guerre, fame, ingiustizie senza fine e di ogni tipo.
Per questo, Natale costituisce sempre, oggi più che mai, una
sfida ed una speranza. Un seme di speranza e di vita nuova, che Dio non
si stanca di seminare in questo nostro mondo.
UNA
PAROLA
DA ACCOGLIERE E SEMINARE
L'immagine del seme
mi viene dall'esperienza di questi ultimi mesi. Ricordo di avervi
scritto che ho lanciato in diocesi l'Anno della Parola di Dio,
sfruttando il fatto della pubblicazione della prima traduzione
cattolica di tutta la Bibbia in Lango, la lingua della mia gente.
Stampato in Italia, il Buk
Acil è finalmente
arrivato tra noi. Anche se mi è impossibile descriverla,
vorrei condividere con voi la gioia e l'entusiasmo con cui è
stata accolta la Bibbia in Lango, prima a livello diocesano in
cattedrale, e poi nelle varie parrocchie e cappelle. Una vera festa
popolare. Nella loro semplicità, anche i cattolici meno
istruiti hanno colto il significato dell'avvenimento. Dio si interessa
di loro, parla ai suoi figli, specialmente ai più poveri che
vivono tuttora nei campi per sfollati, si fa loro vicino e parla nella
loro lingua perché tutti possano capire il suo messaggio di
amore. Anche questo è il Natale che continua ed avviene oggi
fra noi. Il Verbo, la Parola si è fatta carne… A
me viene da dire che in un certo senso è diventato Lango ed
ora ha messo su casa fra di noi! Anche questo è Natale, la
presenza dell'Emmanuele, il Dio-con-noi.
In questo primo
anno e mezzo di servizio episcopale, è forse questo il dono
più grande che il Signore ha fatto alla nostra chiesa ed
anche a me personalmente, chiamandomi ad essere strumento e seminatore
della sua Parola. L'ho sperimentato in modo singolare e commovente
nella parrocchia di Alito. Qui, seguendo la Bibbia portata in trionfo
in processione fra due ali di folla inneggiante, ho percorso l'ultimo
chilometro e mezzo prima di arrivare al luogo dell'Eucaristia sfregando
fra le dita le “spighe” mature di sesamo e
spargendone a piene mani i semi lungo la strada… Ho
rivissuto in prima persona la parabola del seminatore, raccontata da
Gesù. La gente ne era cosciente e, dopo la proclamazione del
Vangelo e l'omelia, ha accolto con fede il gesto simbolico con cui ho
lanciato gli ultimi semi in mezzo a tutti i presenti. La parola di vita
è stata seminata. Il frutto dipende ora dal cuore e
dall'accoglienza di ciascuno…
Condividendo queste
cose con voi, vi invito ad accompagnare me e la mia gente in questo
cammino di ascolto ed accoglienza della stessa Parola che dà
la vita, in qualsiasi parte del mondo e che si fa vicina a noi, nella
nostra lingua, sia essa lango, italiano, o cinese… Sarebbe
bello che a Natale potessimo accoglierla insieme, a cuore aperto e
senza resistenze. Domandando al Signore, voi in Italia e io in Uganda:
“Cosa vuoi dirmi con questo Natale? Che Parola vuoi che
accolga come seme fecondo, perché porti frutti di
novità, di bene e di amore nella mia vita?” Se
proviamo a domandarcelo e domandarglielo con sincerità, sono
sicuro che il Signore non mancherà di sorprenderci, con un
dono che va ben oltre i regali che possiamo fare e ricevere per queste
feste. E riscopriremo il significato del Natale:
IL
DONO DI UN FIGLIO….. PER ME E PER VOI!
Riprendo oggi, 18
Dicembre, a una settimana dal Natale. Sto usando tutte e due le mani,
sia pure con una certa fatica. Ieri infatti mi hanno tolto il gesso. Vi
stavo scrivendo del “dono di un figlio”. Ebbene,
è proprio quello che è successo a me! Ormai ho a
disposizione poco spazio, ma spero di riuscire a raccontarvelo.
Recentemente, sempre nella parrocchia di Alito, ma nella cappella di
Lwala, dopo le cresime la gente si stringe attorno al vescovo per
ringraziarlo e fargli qualche piccolo regalo: patate dolci, pannocchie
di granoturco, una gallina o magari una capra… Mentre
ringrazio e stringo mani a destra e sinistra, improvvisamente mi trovo
di fronte un ragazzo, che mi fissa senza dire nulla. Una donna dietro
di lui lo spinge in avanti, quasi fra le mie braccia e mi dice:
“Vescovo, questo è tuo figlio!” La
guardo senza comprendere e sento che continua: “E' un orfano,
non ha nessuno, e lo diamo a te e alla Chiesa. Pensaci tu, e fanne
magari un prete!” Sorpreso e interdetto, riesco solo a
sorridere, posando una mano sul capo del ragazzo e a rispondere alla
donna con una battuta per dire che, almeno per quanto riguarda la
scelta di diventare prete, sarà il ragazzo a
decidere…E' un attimo. Poi, spinto da ogni parte, continuo a
stringere mani, a salutare e benedire la gente che mi si accalca
intorno. Una settimana dopo, il New Vision, il giornale più
diffuso dell'Uganda, riporta l'episodio, col nome ed età del
ragazzo – Innocent, 12 anni - aggiungendo che
il vescovo di Lira
ha accettato di buon grado il dono di un figlio e che
penserà al suo futuro!
Per evitare il
rischio del regalo di centinaia di figli nelle varie parrocchie che
visito, ho dovuto scrivere un editoriale sul bollettino mensile
diocesano, spiegando che sì, tutti coloro che il Signore mi
affida nella Chiesa di Lira sono miei “figli”, ma
che purtroppo il vescovo non può farsi carico materialmente
di ognuno di loro…. Non vi nascondo però che
questo episodio continua ad accompagnarmi ed interrogarmi, soprattutto
ora che Natale è ormai alle porte. In fondo Natale
è proprio il regalo di un Figlio, “un bambino nato
per voi”, come dicono gli angeli ai pastori, che Dio mette
nelle nostre braccia. Un regalo bellissimo ma impegnativo!
Perché non si tratta solo di Gesù, venuto a
salvarci per amore. Pensando a “mio figlio”
Innocent e a tanti altri come lui, sono convinto che il Signore in
questo Natale chiama me e ciascuno di voi ad aprire il cuore e le
braccia per accogliere come dono e responsabilità, il
“figlio” che ci dona: un
“bambino” che ha bisogno di amore e che magari da
anni vive accanto a noi, addirittura nella nostra stessa famiglia, o
nel palazzo accanto, fra i poveri del quartiere, in Uganda o in altre
parti del mondo. Se apriamo il cuore e gli occhi, scopriremo facilmente
quale è la vita da accogliere, proteggere e far crescere, la
persona da amare, il fratello o la sorella da aiutare e di cui
prenderci cura. Il “figlio”, appunto, che
quest'anno il Padre pone fra le nostre braccia, perché
impariamo a volergli bene con il Suo amore.
PACE,
PACE, PACE!!!
Non c'è
più spazio per dirvi della situazione attuale. Ma almeno una
cosa voglio affidare alla vostra preghiera, come il bisogno
più grande ed urgente per l'Uganda: la pace. A Juba, in
Sudan, le trattative fra il governo e i ribelli continuano fra alti e
bassi. Alcuni campi per sfollati cominciano a svuotarsi, ma in molti la
gente non si è ancora mossa per la paura. Tutti si domandano
quando arriverà e scoppierà davvero la
pace… Dall'8 al 12 gennaio, celebreremo a Lira una settimana
di incontri e preghiera per la pace fra tutte le diverse etnie del Nord
Uganda. Unitevi a noi e pregate perché la pace arrivi
presto, perché la nostra gente possa tornare a vivere una
vita serena, senza paura. Da parte mia, auguro di cuore ad ognuno di
voi ed alle vostre famiglie la Sua pace, quella vera, che riempie il
cuore di gioia e di amore. L'unica che potrà davvero farci
vivere un Buon Natale ed un Felice Anno Nuovo! Con un grande abbraccio,
+
P. Giuseppe
|
|
Lettera
ricevuta il 10 settembre 2006
Lira,
3 settembre 2006
Carissimi,
dalla finestra
della mia stanza, vedo una grande scritta, che campeggia sulla facciata
della chiesa: “Maria Toto Eklesya”, Maria, Madre
della Chiesa. La certezza che davvero la madre di Gesù
è anche mamma di tutti noi, della Chiesa in Europa, in
Africa e in tutto il mondo, mi aiuta a sentirvi vicini, anche se mi
trovo ad Iceme, al termine di una visita pastorale di tre giorni in
questa vasta parrocchia, che per vari anni è stata al centro
di innumerevoli incursioni dei ribelli. Pensate che la casa dei Padri,
in cui mi trovo, è stata assalita e saccheggiata ben 19
volte! Grazie a Dio, nessuno dei missionari è stato ucciso,
anche se a volte sono stati costretti a stendersi a terra, con la canna
del fucile ficcata in bocca… Ma tutto questo sembra ormai
lontano Oggi qui a Iceme è festa. Non solo per coloro che
hanno ricevuto la cresima – ne ho conferite 1.190 in tre
giorni – ma per tutta la comunità cristiana.
La chiesa di Iceme
è un santuario dedicato alla Madonna. Poco più di
un anno fa, il 15 Agosto, festa dell'Assunta, ci sono venuto per la
prima volta in pellegrinaggio. Ero vescovo da un mese e mezzo, e
provavo il bisogno di venire da lei, la madre di Gesù e
della Chiesa, per chiedere la sua protezione e mettere nelle sue mani
il mio ministero episcopale e la Chiesa di Lira che mi è
stata affidata. Ero appena stato a visitare un campo di sfollati, uno
dei tanti in cui un terzo della mia gente si è dovuta
rifugiare a causa della guerra. Avevo il cuore gonfio di dolore, e
durante la messa, a nome di tutti, ho chiesto più volte:
“Dacci la pace!”
Oggi si respira
un'atmosfera diversa. Quello che sembrava una cosa assolutamente
impossibile comincia ad accadere… A Juba, nel sud Sudan, i
rappresentanti dei ribelli e del governo ugandese hanno finalmente
firmato un accordo di cessazione delle ostilità. Non
è ancora la pace, e tutti qui sanno che la parte
più delicata e difficile delle trattative è un
percorso in salita e ancora tutto da percorrere. Tant'è vero
che la maggior parte della gente non si fida ancora a lasciare i campi
per sfollati. Prima di muoversi vogliono essere sicuri che la pace
c'è e durerà. Ma questo primo passo è
già un grande dono. La gente lo sa e durante la messa ha
ringraziato la Madonna , chiedendo con maggiore speranza il dono della
pace e la fine di una guerra che dura ormai da quasi 20 anni.
Naturalmente, oltre
che un dono da chiedere, la pace è anche un compito, una
missione da compiere. Va costruita con la buona volontà e il
contributo di tutti.. Per questo, alcuni leaders politici, tradizionali
e religiosi si sono avventurati fin nella foresta ai confini con il
Congo per incontrare Kony, il capo dei ribelli, mentre le due
delegazioni ufficiali iniziavano le trattative a Juba con la mediazione
del governo del Sud Sudan. All'inizio di agosto sono andato anch'io per
alcuni giorni a Juba assieme ai rappresentanti della società
civile e religiosa delle varie tribù del Nord Uganda e del
Sud Sudan, colpite da questa guerra interminabile. Sono stato coinvolto
in un lento processo di riconoscimento delle proprie colpe da parte di
ciascun gruppo, con il racconto delle sofferenze subite e l'ascolto di
quelle patite dagli altri. Un inizio di riconciliazione – con
il perdono reciproco – sostenuto dal desiderio di quello che
tutti ritengono più importante e prioritario su ogni altro
obiettivo: la pace ad ogni costo..
A Juba ho
incontrato Bosko, un quindicenne acholi, rapito dai ribelli a 13 anni,
costretto a sparare ed uccidere e poi ferito a sua volta ad una gamba.
Attende di guarire, prima di poter tornare in Uganda. Contento di
potermi parlare in acholi, mi domandava con ansia notizie della sua
zona, dove ero passato poche settimana prima. La sua gamba, fracassata
da una raffica di mitra e lenta a guarire, mi ha ricordato la statua
della Madonna con Gesù bambino che avevo visto il giorno
prima a Rejaf, un'antica missione comboniana oltre il Nilo. Uscito da
Juba, mi ero avventurato con altri due missionari nella zona disabitata
in cui per anni i soldati dello SPLA (l'esercito popolare di
liberazione del Sudan) avevano operato, assediando e combattendo le
truppe del governo arabo del nord, trasportate in aereo da Khartoum.
Lasciata la macchina nella savana per evitare di impantanarci e
rimanere bloccati nel fango, abbiamo fatto a piedi gli ultimi
chilometri, fino a trovarci improvvisamente di fronte, nascosta fra gli
alberi, la grande chiesa di Rejaf. Abbandonata per molti anni a causa
della guerriglia, è ora servita da un sacerdote sudanese,
sorpreso e contento per la nostra visita.
Ed è
qui, in questa enorme chiesa, inaugurata il giorno dell'Assunta di 80
anni fa, nel 1936, che ho visto la statua di Maria con Gesù
Bambino, ambedue con una mano tagliata. Un segno piccolo ma eloquente
della lunga guerra in Sud Sudan. Guardando Bosko a Juba, non ho potuto
fare a meno di pensare a tutte le ferite e sofferenze che la guerra nel
Nord Uganda ha provocato non a statue ma a migliaia di persone
innocenti, uomini, donne e soprattutto bambini, carne viva di Cristo,
figlio di quel Padre che ci ha creati tutti a sua immagine. Davvero,
ogni guerra, dal Sudan all'Uganda, dall'Irak al Libano o in qualsiasi
parte del mondo, oltre ad essere una inutile strage è una
bestemmia contro Dio che è amore ed un delitto contro
l'uomo, una sconfitta ed una violenza che ferisce e mutila tutti,
vincitori e vinti.
Da Juba sono
tornato in Uganda con una grande voglia – dovrei dire fame e
sete – di pace.
Ne parlo coi miei
preti e coi laici, scrivo, predico. Dobbiamo “costruire la
pace” fra di noi, tra i Lango, qui a Lira. Migliorare i
rapporti e guarire le ferite all'interno della nostra chiesa.
In particolare,
assieme alle altre diocesi del Nord Uganda, ci stiamo organizzando per
“dare voce” e fare ascoltare nelle trattative di
pace coloro che sono le prime vittime della guerra ma che nessuno mai
si è sognato di interpellare: la gente che a causa della
guerra è tuttora costretta a vivere nei campi per sfollati,
i genitori di bambini che sono stati rapiti e costretti a diventare
soldati o schiave sessuali dei ribelli. Intendiamo mandare una loro
delegazione in Sud Sudan, a Juba. Si accamperanno di fronte all'hotel
Rahab, in cui i politici portano avanti le trattative, in un estenuante
tira e molla sul come andrà divisa la torta del potere e dei
benefici della pace. Il gruppo dei “senza voce”
porterà solo dei cartelloni con la scritta: “Peace
Now”!, Vogliamo la pace adesso, subito! Vi chiedo di pregare
per il successo di questa iniziativa, piuttosto insolita in Africa, ma
che può dare un segnale importante alla classe politica e
dirigente del paese.
La coscienza di
vivere un momento storico nel cammino dell'Uganda, non mi fa certo
dimenticare gli appuntamenti con la realtà spicciola di ogni
giorno, con i suoi problemi e difficoltà. In effetti, sto
vivendo un periodo particolarmente difficile. Per una serie di
circostanze, mi sono trovato senza vicario generale e rettore del
seminario minore, ed ultimamente anche senza segretario. Spero che
almeno questa ultima circostanza mi scusi di fronte a tutti coloro che
mi hanno scritto e ai quali non riesco proprio a rispondere! Ho dovuto
affrontare anche l'emergenza del nostro ospedale diocesano di Aber, con
178 letti, dove è rimasto un solo medico! Sto studiando la
possibilità di ottenere un terreno per sviluppo agricolo e
di trovare compratori per i prodotti dei nostri contadini, mentre sono
avviate le premesse per la formazione di una istituzione di
microcredito… Come vedete, un sacco di problemi, affrontati
di corsa, nonostante i miei propositi di adottare un ritmo
più cristiano e meno europeo. Il guaio è che qui
viviamo in emergenza continua… Conto quindi sempre sulla
vostra preghiera.
Termino con un
piccolo episodio successo stamani. Prima della Messa, mentre visitavo
il dispensario, è arrivata una donna, che il marito ha
portato in bicicletta da 45 km di distanza perché prossima
al parto. Al termine della messa, mi hanno informato che il bambino era
nato e che gli avevano dato il mio nome: Joseph. Niente di
straordinario. Sono migliaia i bambini che nascono ogni giorno. Eppure
questo piccolo episodio mi suggerisce una considerazione. Le cose
succedono e la storia va avanti anche senza di noi. Ma come uomini e
donne responsabili, ancor di più se cristiani, mi sembra
importante e necessario che in noi ed attorno a noi nasca qualcosa di
nuovo e di bello, - un po' più di pace, rapporti migliori in
famiglia e coi vicini o colleghi, un ambiente, un paese più
bello di cui tutti possano godere… - che porti in qualche
modo anche il nostro nome, e sia almeno in parte frutto anche del
nostro impegno e sforzo. Un segno che “ci siamo”
anche noi. Che non stiamo dormendo, preoccupati solo di noi stessi e
dei nostri problemi, di essere lasciati e poter “vivere in
pace”. Che prendiamo sul serio e crediamo alla
“beatitudine” proclamata da Gesù:
“Beati gli operatori di pace, perché saranno
chiamati figli di Dio”(Mt. 5,9). Di quel Dio che é
appunto Pace e Amore.
Vorrei tanto che la
fraterna condivisione della mia esperienza e di quanto sta succedendo
in Uganda diventasse un invito ed un incoraggiamento perché
tutti voi che mi leggete possiate diventare “costruttori di
pace”, dovunque siate e qualsiasi cosa siate chiamati a fare
nella vita di ogni giorno.
Sì,
qualcosa di nuovo sta nascendo o sta cercando di crescere in Uganda, ma
anche in Italia e dovunque nel mondo. E' importante che in qualche modo
porti anche la tua, la mia firma, trovi il nostro contributo ed
appoggio. Per lasciare un segno nella storia c'è chi erige
monumenti. Io invece vi ringrazio perché con la vostra
preghiera e con il vostro aiuto state collaborando a scrivere alcune
righe della Storia di salvezza che Dio sta portando avanti per la
salvezza del suo popolo in Uganda e in tutto il mondo. Ciao! Un
abbraccio.
+ P. Giuseppe
Bishop's
House, P.O.Box 311 – Lira – Uganda E-mail: franzelli@gmail.com
|
Lettera ricevuta il 10 dicembre 2005
Lira, 7 Dicembre 2005
Carissimi,
Buon Natale! Mi fa una
certa
impressione farvi gli auguri quando mancano più di due
settimane al 25 Dicembre. In genere, riesco a farmi vivo solo alcuni
giorni prima, ma stavolta penso sia meglio che tenti di scrivervi ora,
prima di essere travolto dalla sfilza di cose ed impegni che mi
aspettano nei prossimi giorni. Tanto più che, in un certo
senso, oggi è proprio il giorno adatto.
Sono infatti appena
tornato da
Ogwette, uno dei campi per sfollati (qui li chiamano Internally
Displaced People), ai confini della diocesi, a pochi chilometri dal
Karamoja, dove mi sono recato appunto per distribuire un po' di cibo,
in modo che la gente possa arrivare a Natale con qualche cosa da
mangiare.
Il mese scorso a
Kampala, durante la
conferenza episcopale, ho incontrato il segretario della Caritas
nazionale, il quale ha ammesso che di fatto la diocesi di Lira era
stata piuttosto dimenticata nei programmi di aiuto al paese. Abbiamo
cosi' combinato l'invio di 30 tonnellate di derrate alimentari, da
destinare agli sfollati di qualche campo che ne avesse più
bisogno. Consultando le autorità del distretto, abbiamo
scelto due campi piccoli e periferici, mai raggiunti dalle
organizzazioni non governative che operano sul territorio e che di
solito portano aiuto nei campi più grandi e popolati. La
scelta è caduta su Ogwette, con circa 1.400 sfollati, e
Walela, con oltre 2.500.
Stamani presto sono
quindi partito
per Ogwette, con il piano di raggiungere più tardi Walela.
Purtroppo, per motivi di sicurezza, non è possibile andare
da soli in certe zone. Soprattutto per un vescovo! Il governo non vuole
avere responsabilità in caso di incidenti… Ho
dovuto perciò rassegnarmi ed accettare la scorta di otto
soldati in un camioncino, che ci precedeva sollevando un fitto
polverone. Fin dalla partenza, l'autista del camion con i 100 sacchi di
farina e fagioli, un uomo del Sud, non mostra molta voglia di
avventurarsi in mezzo ai villaggi sperduti nella savana. Procede alla
velocità di 15, massimo 20 km all'ora. Ogni tanto si ferma a
controllare le gomme e a misurare le buche della strada. E' chiaro che
ha paura. Il viaggio si trasforma in un lento purgatorio. All'una del
pomeriggio siamo ancora a metà strada. Per guadagnare tempo,
l'incaricato della Caritas diocesana corre avanti per raggiungere il
campo e preparare le liste degli sfollati a cui distribuire il cibo. Io
rimango indietro, con gli altri. Verso le due, poco dopo la missione di
Aliwang, improvvisamente il camion oscilla e si impianta, con la ruota
destra posteriore sepolta nella sabbia.
Non riusciamo a capire
come sia
potuto succedere. In quel tratto la strada non è certo
bella, ma è transitabile. E' difficile respingere il
sospetto che il camionista l'abbia fatto apposta, per non andare oltre.
I volontari ed
impiegati della
Caritas sono furiosi, volano parole grosse….ma intanto il
camion non si muove. Cerchiamo di scaricare qualche decina di sacchi e
di spingere con tutte le forze, sotto un sole che spacca le pietre.
Nulla da fare. E' chiaro che per quest'oggi il cibo non
potrà giungere a destinazione. L'unica, è
scaricarlo e portarlo prima che diventi buio nella vicina missione di
Aliwang… Alla fine, decido di raggiungere ugualmente
Ogwette.
Arrivo proprio mentre
l'incaricato
sta terminando la lista delle famiglie per la distribuzione del cibo.
La gente, sorpresa e contenta di vedere per la prima volta il vescovo,
mi accoglie nella certezza che precedo di qualche minuto l'arrivo del
camion. Mi tocca invece dire loro cosa è successo,
scusandomi per il contrattempo. La delusione è enorme. A
momenti, mi è difficile guardare i loro volti, tristi e
abbattuti. Mi metto d'accordo sottovoce con l'incaricato della Caritas,
e poi do la mia parola che la farina ed i fagioli arriveranno comunque
molto presto nelle loro mani. (Noi pensiamo di farlo sabato, ma non
possiamo dirglielo, per evitare che si sparga la voce e che i ribelli,
ancora attivi nella zona - quattro giorni fa hanno ucciso un soldato,
mentre un altro si è salvato per miracolo - attacchino il
camion per procurarsi un po' di cibo). “E' solo questione di
pochi giorni, poi avrete farina e fagioli a sufficienza fino a
Natale!” Basta questo perché la speranza riaccenda
il sorriso sul volto di tutti, specialmente dei bambini. Gli adulti
ringraziano calorosamente. Questa è gente che non ha mai
ricevuto niente da nessuno… La speranza conta!
Il piano per la
giornata prevedeva
che dopo aver iniziato la distribuzione dei generi alimentari ad
Ogwette, sarei corso a terminare la distribuzione nel secondo campo,
Walela, a quasi 100 km , dall'altra parte della diocesi. Naturalmente,
non se ne fa nulla. Faccio appena in tempo a tornare a casa, prima che
diventi buio.
Carissimi, mi rendo
conto questa mia
lettera non assomiglia per nulla alla classica bella lettera di Natale,
con l'atmosfera giusta, un tocco di poesia e magari un po' di
teologia…. Vi ho parlato invece di farina e di fagioli. Un
discorso terra terra…non adatto ad un vescovo, sia per la
forma che per il contenuto…. Quanto poi a ciò che
è successo oggi, da un punto di vista umano ed europeo
dovrei parlare di una giornata “no”, in cui tutto
è andato storto. Ma sarebbe ingiusto e falso. Dopo oltre
duecento km di strade impossibili, in mezzo alla polvere e sotto un
sole che alla fine ti lascia intontito, dopo gli inutili tentativi di
spingere e liberare le ruote del camion, sono certamente stanco e la
mia schiena mi dice che per oggi basta ed avanza… ma sono
contento.
Ho incontrato gente che
non avevo mai
visto. La mia gente, anche se molti di loro non avevano neppure saputo
della mia ordinazione episcopale. Con loro, ho pregato. Abbiamo
recitato il Padre Nostro (Papowa, ame itye i polo), chiedendo che venga
il suo regno e sia fatta la sua volontà. Ma prima ho detto
loro che il regno di Dio, che stiamo aspettando e chiediamo che venga,
è un regno di pace, non di guerra. Che la volontà
di Dio non è certo che i suoi figli debbano lasciare le loro
case e vivere ammassati gli uni sugli altri in condizioni indegne,
senza medicine, cibo e speranza. Li ho assicurati che Dio non si
è dimenticato di loro, anzi! E' con loro, in mezzo a loro,
proprio qui a Ogwette… Ho anche detto che Dio
“cwinye cwer”, ha il cuore triste nel vedere questa
ingiustizia che va avanti da troppo tempo. E' molto arrabbiato con chi
ha causato questa situazione e con chi ora, per i propri interessi
politici ed economici, non fa nulla per trovare una vera soluzione a
questa tragedia.
Venuto per dare
qualcosa, mi sono
trovato anch'io a mani vuote, povero, impotente. Ho potuto solo parlare
col cuore in mano, incoraggiando. Ho stretto la mano a centinaia di
persone, bambini, anziani. E poi, con le mie mani vuote, che avrebbero
dovuto e voluto distribuire farina e fagioli, ho invocato su di loro la
benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Mi hanno accompagnato
alla macchina
cantando, facendo festa. Loro, i poveri, mi hanno regalato il canto, il
sorriso e la loro gioia perché il Signore oggi è
venuto a visitarli nella persona del vescovo….
Sulla strada del
ritorno, riflettevo
che Natale è proprio questo, la venuta e la presenza del
Signore nella vita dell'uomo, specialmente di chi è piccolo,
dimenticato da tutti. E' successo anche oggi, a Ogwette. Non
c'è bisogno di aspettare il 25 di Dicembre per aprire gli
occhi ed il cuore, per vedere, accogliere e festeggiare il Signore che
continua a nascere e a rendersi presente nella vita, nella gioia e
nella fede dei suoi figli più poveri, quelli che non contano
ma che Dio ama con tutto il suo cuore!
Arrivato a casa, a
Lira, ho pensato
allora di scrivervi, anche se all'inizio la stanchezza mi impediva di
mettere in fila ed in ordine le cose e le emozioni che avrei voluto
condividere con voi.
Poi ho aperto la posta,
ed ho trovato
gli auguri inviatimi da un mio amico, missionario comboniano. Si tratta
delle riflessioni di un grande vescovo italiano, Tonino Bello, morto
alcuni anni fa e di cui avete probabilmente sentito parlare.
Permettetemi di copiarle e condividerle con voi, facendole mie
perché le sento profondamente vere, e perché di
fatto sono il migliore commento e conferma di quanto mi è
successo oggi e succede ogni giorno intorno a me…E INTORNO A
VOI!
E' il mio augurio per
un Buon Natale,
un Natale vero, e un Felice Anno Nuovo in cui riscoprire ogni giorno il
Signore Gesù che viene e chiede di essere riconosciuto ed
accolto nella nostra vita.
Andiamo
fino a Betlemme, come i pastori …
L'importante
è muoversi.
E
se invece di un Dio glorioso
ci
imbattiamo nella fragilità di un bambino,
non
ci venga il dubbio
di
aver sbagliato percorso.
Il
volto spaurito degli oppressi,
la
solitudine degli infelici,
l'amarezza
di tutti gli Uomini della terra,
sono
il luogo dove Dio continua a vivere
in
clandestinità.
A
noi il compito di cercarlo.
Mettiamoci
in cammino senza paura.
Buon Natale, e
buon cammino! Pregate per me. Un forte abbraccio, con la mia
benedizione. Ciao!
P.
Giuseppe
Bishop's
House, P.O.Box 311 – Lira – Uganda E-mail: franzelli@gmail.com
|
|
Lettera
ricevuta il 13 giugno 2005
Carissimo
Padre Edo,
sono Anna,la figlia di Alessandro,
appena abbiamo avuto le sue "dritte" circa i libri, siamo riusciti a
trovare subito il Vangelo vol.2 e il libro sul rosario.
Innanzitutto volevo ringraziarla per la pronta risposta:
quando sul sito,per ordinare i suoi libri,abbiamo trovato segnalato
QUESTO indirizzo e-mail non avremmo mai pensato di avere una risposta
diretta propria da Lei (da lì dove è Lei!), che
di cose a cui provvedere ne avrà certamente
tante!!...pensare che subito, quella sera stessa(!!!), dall'Uganda(!!!)
Lei ha scritto per dire che era in una situazione "proibitiva" per
spedire i libri è stato umoristicamente commovente.
I libri sono arrivati stasera, tramite parenti,
si sta cercando di compesarli ma in realtà si fa fatica a
non leggerli uno dietro l'altro!
E' incredibile come,pur nel riso suscitato dall'arguzia del dialetto,
Lei sia riuscito a mantenere intatto nella sua dolcezza (e
verità!)il vangelo cosicchè ci si ritrova a
leggere con un allegria tutta meneghina "il Presepe" con tanto di
"gibigianna" celeste ma poi la commozione ti prende la gola quando
leggi che "la Madonna intrattant la se inciodava tutti sti avveniment
in la memoria" perchè quel termine te la fa già
vedere sul Calvario e il papà, appena letto dei pastori
che"adess l'avevan vist,toccaa,e sentuu" ha detto "è la
prima lettera di San Giovanni:Colui che noi abbiamo sentito,colui che
abbiamo veduto con i nostri occhi e che le nostre mani hanno toccato,il
Verbo della vita"...
Non mi dilungo ma approfitto di questo comodo mezzo di comunicazone per
ringraziarla a nome di tutta la famiglia di questa opera che ci
aiuta,insieme a tanti altri segni, ad amare sempre più in
profondità la persona di Cristo e la Sua Chiesa.
La Madonna L'accompagni sempre con il suo amore,
preghiamo per Lei.
Con affetto,
Famiglia Ajroldi
|
|